The Last Duel

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Mai come in questi tempi, il sostantivo cinema si coniuga al femminile: anche il leggendario Sir Ridley Scott ci racconta la storia di una giovane donna: trascendendo le ordinarie aspettative, The Last Duel  (passato nella scorsa Mostra di Venezia “Fuori concorso”) si articola al singolare, portando alla luce un universo fino ad ora ignoto tanto alla cronologia ufficiale quanto al grande schermo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Eric Jager, il film si innesta sullo sfondo di un’Europa primitiva, oscura e dannata – in poche parole (o in termini hollywoodiani), medievale. La Guerra dei Cent’anni miete le sue vittime, brutalità e miseria rodono le fondamenta di una normalità ripugnante. La cinepresa indugia sulle quotidiane efferatezze di cui i cosiddetti secoli bui si compongono, alla seconda inquadratura comincia a sprigionarsi fra le poltrone quel piacevole disagio che l’esibizione della violenza spesso emana. Nel giro della prima mezz’ora l’occhio si satura di lame, armature e svariate sevizie sul campo di battaglia, ma va bene così. Una foschia ombratile si diffonde per il palcoscenico, come se le immagini si tingessero di un violaceo cagionevole e malinconico. Non poteva essere altrimenti: del resto, è con lo sguardo odierno che il kolossal americano osserva le antiche spoglie del Vecchio Continente.

Le vicende si susseguono fra la fredda primavera del 1380 e il sanguinoso inverno del 1386, nella cornice di una Francia (ma tutti parlano inglese secondo le convenzioni del cinema mainstream) sconvolta dai conflitti, dalla peste e dalle continue carestie. Ad emergere dal cupo paesaggio sono due volti: quello del cavaliere Jean de Carrouge (Matt Damon) e quello di Jacques Le Gris (Adam Driver), entrambi feudatari del conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck), nonché protagonisti dell’ultimo grande Duello di Dio (un’ancestrale forma di ordalia di origine presumibilmente germanica). Nel XIV secolo, il diritto è paragonabile ad un’entità astratta e al contempo tangibile, ad un enigma che prescinde dalla logica umana per sottomettersi ad una volontà più alta. Il regista, tuttavia, non mostra il minimo interesse nei confronti di tali disquisizioni teologico-filosofiche e decide di soffermarsi sugli atti salienti del confuso processo.

Come già accadeva ne Les choses humaines  di Yvan Attal passato a Venezia in Concorso (https://close-up.info/les-choses-humaines/), anche Scott frammenta l’azione nelle sue molteplici varianti, mettendo in controluce la verità secondo Jean e la verità secondo Jacques. I due scudieri paiono risiedere agli antipodi: analfabeta e animalesco il primo, colto e infido il secondo. All’inizio, il film sembra delineare il ritratto dell’imminente svolta storico-culturale che vedrà il Medioevo lasciare il proprio posto alla Modernità. I verbali allestiscono un crudele faccia a faccia fra due istituzioni opposte: da un lato giace l’originario codice cavalleresco dai sentimenti rozzi e dall’indole schietta, fiero rappresentante di un’epoca ormai senile. Dall’altro lato, invece, emerge con pervicacia un nuovo habitus sociale dai contorni decisamente più borghesi.

Eppure, nel bel mezzo del Palais de Justice, delle corti in cui si gioca ai giullari e delle piane in cui ci si immola per la monarchia, non troviamo né il fiero Jean, né tantomeno lo scaltro Jacques. Dopo aver portato a palazzo i suoi vassalli, l’obiettivo cambia prospettiva e illumina la bella Marguerite de Carrouges nata Thibouville (Jodie Comer), centro focale del mortifero scontro e moto propulsore dell’orrido tribunale. In una sera di gennaio, infatti, la ragazza dichiara d’esser stata violentata niente meno che da Monsieur Le Gris. La confessione, com’è prevedibile, le costerà cara: l’abuso non rappresenta che la classica goccia di troppo, la meta finale di un percorso tracciato dagli uomini per gli altri uomini, l’epilogo di un’esistenza sofferta e infelice, il monologo conclusivo di una tragedia nella quale la donna ricopre un ruolo marginale. Come già nel film di  Yvan Attal, anche nella sanguinaria Parigi trecentesca del regista inglese lo stupro avviene più volte – nella mente di Jacques, davanti ai prelati e al sovrano, davanti ai combattenti e al popolo alienato, davanti ad una legge scevra da ogni principio di razionalità, infine davanti alla donna in quanto tale.

Il capitolo conclusivo è un tripudio di ferocia e si fatica a tenere gli occhi fissi sul massacro. Nel momento in cui l’onore della vittima viene riscattato ci sentiamo stranamente in imbarazzo, come se il motivo del contendere fosse un altro, come se la sposa non si trovasse sotto i terribili riflettori di un effettivo crimine. La Marguerite concepita dal celebre autore britannico è a dir poco una nostra coetanea: ella, in cuor suo, non conserva le tracce della civiltà a cui appartiene e raggiunge un livello d’emancipazione emotiva a cui perfino le più ricche nobildonne difficilmente avevano accesso. Noi non sappiamo se la sventurata Signora Thibouville, figlia di un’era in cui onore e valore sono termini innanzitutto maschili, godesse davvero di un tale affrancamento. Ma ci piace credere di sì.

In sala dal 14 ottobre 2021 


Cast & Credits

The Last Duel  – Regia: Ridley Scott; sceneggiatura: Nicole Holofcener, Ben Affleck, Matt Damon; fotografia: Dariusz Wolski; montaggio: Claire Simpson; interpreti: Matt Damon (Jean de Carrouges), Adam Driver (Jacques Le Gris), Jodie Comer (Marguerite de Carrouges), Ben Affleck (Conte Pierre d’Alençon), Harriet Walter (Nicole de Buchard), Nathaniel Parker (Sir Robert D’Thibouville), Sam Hazeldine (Thomin du Bois), Michael McElhatton (Bernard Latour), Alex Lawther (Carlo VI di Francia); produzione: Scott Free (Ridley Scott, Kevin Walsh), Pearl Street Films, Nicole Holofcener, Jennifer Fox; origine: USA, Regno Unito 2021; durata: 152’; distribuzione: The Walt Disney Company Italia.

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