Fahra

  • Voto

Fahra ha 14 anni, è una ragazzina dallo sguardo sveglio, ricettivo. Vive in un villaggio palestinese col padre e la matrigna, andata in visita da dei parenti. Ama leggere, apprendere, conoscere. Non vorrebbe sposarsi come è solito fare alle ragazze della sua età: è il 1948, in Medio Oriente. La sua migliore amica Farida abita e studia in città. Fahra la invidia bonariamente e vorrebbe raggiungerla: il foglio di carta su cui è vergata la sua iscrizione a scuola resterà stretto nelle sue mani anche nei momenti peggiori. Il film comincia con la descrizione della vita rurale degli abitanti del villaggio (il padre di Fahra ne è il sindaco): le visite, gli accordi, le celebrazioni prematrimoniali.

Le ragazze hanno il compito di andare al fiume a prendere l’acqua. In quell’occasione vedono passare dei carri armati con dei soldati inglesi in ritirata: Fahra unisce la mani a pistola e mima il gesto di sparare. Uno zio gentile la sostiene riguardo alla possibilità di continuare a studiare, il padre apre uno spiraglio verso questa opportunità, un pretendente porta del cibo mandato da sua madre perché la ragazza ancora non sa cucinare. Così la prima parte del film, una sorta di lungo prologo alla virata horror che prende poi la trama. I soldati entrano in paese e devastano ogni cosa. Tutti scappano. Fahra è già sulla macchina con la famiglia di Farida ma non vuole lasciare il padre, scende, va a cercarlo mentre intorno persone con oggetti presi a caso cercano la fuga, si sentono spari sempre più vicino. La macchina della famiglia dell’amica riprende il cammino, la lascia lì: dal finestrino posteriore le due ragazze si salutano piangendo: non si rivedranno più. La tensione cresce, tutto attorno è caos, le decisioni vanno prese in fretta e non sempre sono giuste. Il padre dice alla ragazza di nascondersi nella cantina sotto casa, dove la chiude dentro con un lucchetto. Come ultima cosa le dice che la verrà a riprendere.

La parte centrale del film si svolge tutta durante la prigionia salvifica della ragazza, in dispensa dove, per sua fortuna, trova del nutrimento, una lampada a gas che consuma per leggere l’unico libro che ha con sé, la possibilità di costruirsi un giaciglio di fortuna dove riposare. Il corpo è martoriato dall’attesa, dalla sete, dalla paura: i suoni esterni provocano profonda angoscia, amplificati dalla mancanza di presenza, diventano l’unico riferimento con la realtà e col tempo che scorre senza che la ragazza ne riconosca i segni.

Delle fessure nella porta e un piccolo oblò nella muratura sono il suo contatto con l’esterno mentre fuori, nella veranda davanti all’entrata della cantina, si consuma una sparatoria con lancio di fumogeni che si insinuano tra le assi: Fahra si ritrova a tappare le fenditure con parti di  stoffa della sua veste e quello che trova attorno a sé.

Al termine della guerriglia toglie le pezze, apre e sventola per non soffocare come un topo in trappola. Le inquadrature sono strette sul suo viso, cangiante come vivesse una crescita velocizzata: era una bambina, è diventata una donna (accennato dall’avvento di un ciclo mestruale, forse il primo). La sequenza più dura è quella che accade sul piazzale antistante il rifugio: una donna araba partorisce un figlio insieme al marito che la aiuta e due figli bambini. Sono di certo una famiglia in fuga. Presto sopraggiungono i soldati che li spaventano, maltrattano l’uomo, chiedono dove hanno nascosto le armi, li torturano psicologicamente e infine li uccidono sadicamente, senza una ragione, tutti tranne il neonato che resta, avvolto in stracci, sul selciato a piangere per ore. Fahra è divisa in due: salva nel suo nascondiglio, torturata dal pianto ininterrotto del piccolo dall’infame destino, affamato, al sole, da solo. Alla fine dei fallimentari tentativi di spaccare la porta per provare a salvare il piccolo, si accascia sdraiata davanti all’uscio e fa passare un filo di voce dall’intercapedine sotto la porta con cui canta una ninnananna e accompagna il bebe verso la morte.

La giovane regista giordana Darin J. Sallam compie un’opera prima di buona qualità, con scelte di regia ardite e tese, trasformando la stasi del nascondiglio in un crescendo drammatico dal taglio  orrorifico, ai limiti della sopportazione. Un film duro, valido, tratto da una storia vera.


Fahra  – Regia e sceneggiatura: Darin J. Sallam; fotografia: Rachel Aoun; montaggio: Pierre Laurent; musica:Nadim Mishlawi; interpreti: Karam Taher, Ashraf Barhom, Ali Suliman, Tala Gammoh, Majd Eid, Samuel Kaczorowski; produzione:William Johansson; origine: Giordania, Svezia, Arabia Saudita, 2021; durata: 92’.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *