War is Over

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C’è un peccato che l’uomo occidentale compie ogni qual volta scoppia una guerra o un paese lontano dal suo passa attraverso atroci sofferenze. Prima se ne interessa, s’informa, lo studia e ne parla. Poi, una volta finita l’emergenza se ne dimentica, forse perché troppo lontano, forse perché la pornografia del dolore somministrata dai media si dirada sempre di più. Cosa sappiamo di quei luoghi e di quelle persone quando la guerra finisce?

Questo è l’interrogativo a cui Stefano Obino cerca di trovare risposta. War is over  (presentato in anteprima mondiale nella sezione “Alice nelle città”) si svolge nel Kurdistan iracheno. Un’area che, dal conflitto contro l’Isis, ha ereditato oltre 40 campi profughi, 1,6 milioni persone in stato di necessità, di cui la metà ha meno di 18 anni. La voce narrante è quella di Soleen, una mamma che ci accompagna attraverso un mondo che sta cercando di rimettersi in piedi e muovere i suoi primi passi partendo dalle cose più semplici. Attraversiamo una città che sembra un corpo lacerato, ma che trasuda una voglia di vivere che va oltre le macerie e la desolazione. Una piscina e delle risate di giovani che nuotano.

Un campo profughi anela a trasformarsi in una città normale, dove puoi ordinare una pizza a domicilio dalla tua tenda, andare a guardare una partita di calcio con gli amici o andare dal barbiere. Un’ex prigione, un tempo fortezza piena di criminali, diventa il regno dei bambini. E una fabbrica di tabacco abbandonata si trasforma nel laboratorio creativo di un gruppo di giovani artisti, pronti a raccontare attraverso la danza e il teatro il vissuto traumatico che ha segnato le loro vite.
War is over è il ritratto di un’umanità che combatte anche quando la guerra è finita, che riscopre la vita dopo la sopravvivenza passo dopo passo.
Il regista rifiuta categoricamente fin dall’inizio la narrazione d’impatto e straziante che ci si aspetterebbe da un documentario di guerra, infatti ci risulta difficile definirlo tale. Restituisce, invece, dignità e verità a luoghi e volti che ne sono stati privati, attraverso un uso sapiente delle immagini e dei suoni (che giocano un ruolo cruciale nell’opera) e un incedere narrativo estremamente serrato.
Le immagini immortalate dalla cinepresa segnano uno spaventoso divario tra il racconto dei media e la realtà vissuta in prima persona dall’autore. Stefano Obino, anziché creare un prodotto di facile consumo attraverso interviste strazianti e volti segnati, ci mostra un’euforia che a noi può sembrare irrazionale e incomprensibile, ma che dona dignità e forza a un popolo stremato.

La scelta è quella di adottare stili narrativi e contenuti opposti rispetto a quelli delle ‘’Breaking news’’, non si cede alla moda delle interviste forzate e strazianti o a colonne sonore drammatiche facilmente vendibili al pubblico occidentale. War is over è un’immersione onesta e sorprendente in un mondo che rinasce e ritrova la sua dignità e che cerca di far capire la forza della resilienza dopo la disperazione.

Ps.: il film è stato prodotto dallo stesso Stefano Obino e da Tania Masi con la collaborazione della ONG Aispo (Associazione Italiana per la Solidarietà tra i popoli), che ricostruisce strutture sanitarie sul territorio curdo e fornisce formazione sanitaria alla popolazione locale al fine di gestire la situazione oltre l’emergenza. La collaborazione con Aispo ha consentito l’accesso a strutture e luoghi, a cui altrimenti sarebbe stato impossibile arrivare. Il regista, infatti, assieme al direttore della fotografia William Chicarelli Filho, ha attraversato tutto il paese fino alla città di Sulaymaniyah, non lontana dal confine con l’Iran.


War is over –  Regia: Stefano Obino; fotografia: William Chicarelli Filho; montaggio: Stefano Obino, Vladimir Gojun; musica: Tihomir Vrbanec Luka Gamulin;  interpreti: Soleen;  produzione: Nukleus Film, Jaako Dobra Produkcija, Stefano Obino, Tania Masi  origine: Germania, Croazia, Iraq, 2021; durata: 75’.

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