6:06 di Tekla Taidelli

Leo, drop out ventiseienne che vive a Civitavecchia (l’incisivo e bravissimo Davide Valle), inizia ogni sua giornata alle 6:06, quando il suono percussivo e straniante di una sveglia lo catapulta sempre nella stessa situazione: una corsa insensata, afflitta da lavori inappaganti e da espedienti, per procurarsi dosi crescenti di sostanze tossiche con cui tentare di placare disperazione ossessiva, senso di abbandono e vuoto esistenziale. La sveglia anche come dispositivo escludente, al soldo della distruzione della forma più basilare di ogni rapporto etico e sano con se stessi: la fiducia nel fatto di poter disporre di sé e del proprio tempo. Ma soprattutto il tempo come trappola organizzata che a ogni ora di più inghiotte Leo in un loop in b/n e senza uscita -molto efficace la scelta registica di mostrare l’angoscia della dipendenza e dell’impotenza tramite l’allucinazione psicotica del protagonista che all’ennesimo abuso tossico non arriva più a distinguere un giorno dall’altro, in tal modo ritrovandosi bloccato e privato di qualsiasi possibilità di scelta.
Tekla Taidelli, vent’anni dopo Fuori vena, presentato al Festival di Locarno nel 2004, e anch’esso centrato su tossicodipendenza e marginalità, torna al lungometraggio con questa storia che non è solo viscerale e cruda, ma anche visionaria e con una tensione da racconto morale. Riferimento genealogico non solo il cinema di Claudio Caligari, ma anche quello di Nico D’Alessandria, in particolare pensiamo a L’imperatore di Roma, cult selvaggio e struggente ambientato nella marginalità romana degli anni ’80.
 6:06 Se inizialmente si entra in 6:06 tramite un evidente registro realistico -”realismo underground”, con le parole della regista che a vent’anni ha effettivamente vissuto parte delle esperienze che racconta-, dopo poche sequenze, per via di interessanti scelte tecnico-formali che coinvolgono sia lo sguardo che la costruzione narrativa, ci si ritrova lungo i bordi di atmosfere allucinate o oniriche, oppure al centro di dissidi e conflitti tipici di un percorso psicologico e morale di crescita -dalle parti del romanzo di formazione, per capirci.
Così che l’incontro in ospedale con Jo-Jo (George-Li Tourniaire), ragazza francese bizzarra e sensibile, lì ad accudire e accompagnare l’amata zia verso la fine della vita, e la decisione repentina dei due ragazzi di fare insieme, con il furgone di lei, un viaggio in Portogallo, oltre ad essere l’occasione per Leo per avere finalmente una relazione in una realtà “a colori”, diventa anche elemento drammaturgico a se stante: la metafora del viaggio come luogo mentale e avventura esistenziale, tropo di un evento che accade lungo coordinate sconosciute e alternative (ma non in senso distruttivo), all’interno di uno spazio e di un tempo segnati dal movimento e dall’esperienza attiva (anche per chi guarda) del viaggiare.
Con il suo grande bisogno di sincerità, il cinema di Taidelli difficilmente lascia indifferenti. Ma oltre alla qualità della storia raccontata -che è anche quella, nobile e sberciata, della malattia dei sentimenti che caratterizza quasi tutti i suoi protagonisti- ciò che conta (e che qui sorprende) è anche il modo con cui la regista arriva a scalfire la passività di chi guarda. Coniugando estetica punk e partiche immersive con cui sollecitare fisicamente e affettivamente lo spettatore, Taidelli trasforma la narrazione, che pure rimane a bordo, in un’esperienza -a tratti eccitante più spesso allucinatoria- di matrice qualitativamente trasformativa in quanto vicina al movimento puro.
In questo senso pensiamo alla sensorialità prodotta dalla mdp che accerchia il corpo di Leo nella prima parte del film, laddove è il movimento reiterato e non perfettamente allineato con le occorrenze diegetiche a produrre quella condizione allucinatoria vissuta dal protagonista. O ancora come la vicinanza della mdp al corpo del ragazzo -il suo non lasciarlo solo- possa arrivare a farsi sintomo, denso, dello stesso sguardo registico (sostegno e protezione verso la fragilità esposta dell’altro? Fusionalità con il protagonista ma ancor prima con la stessa immagine?).
Così come disorientante è il susseguirsi tra sogno, incubo e realtà che segna il ritmo di molte sequenze, producendo cortocircuiti tra azioni e pensieri in Leo e nello stesso spettatore.
Il cinema rende più visibile ciò che normalmente lo sguardo scantona o elude, ed è anche per questo che 6:06, con il suo raccontare la “realtà degli invisibili”, diventa agente attivo (e generoso) di una istanza che è insieme affettiva, politica ed estetica.

In anteprima al Festival di Venezia (Giornate degli Autori – Notti veneziane 2025).
Tekla Taidelli Premio Siae al talento creativo.

In sala dal 19 marzo 2026.


6:06 – Regia: Tekla Taidelli; sceneggiatura: Tekla Taidelli; fotografia: Tommaso Lusena de Sarmiento; montaggio: Riccardo Albergo, Matteo Faccenda, Fabio Nunziata, Tekla Taidelli; suono: Giovanni Carosi; interpreti: Davide Valle, George-Li Tourniaire, Lou Di Giorgio, Roberto Sadhi Sersanti; produzione: Tekla Taidelli, Tommaso Lusena, Roberto Santos, Argo Film, Tranky Film e Filmesdamente; origine: Italia /Portogallo, 2025; durata: 90 minuti; distribuzione: LSPG Popcorn.

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