Uncharted di Ruben Fleischer

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Un arrembaggio viene lanciato da una nave all’altra. Non è però un film di pirati bensì d’avventura e le navi in gioco non stanno in acqua ma sospese a metri di altezza, sorrette da due elicotteri, uno dei cattivi e uno dei buoni. È sufficiente questa descrizione per spiegare come Uncharted di Ruben Fleischer sia una pellicola che fa dell’azione e del CGI, entrambe esagerate, il proprio punto di forza, dimenticando per la strada sia una sceneggiatura solida che la cosa più importante: lo stupore. Per esempio, quello naturale della ricerca di un tesoro.

Nathan Drake (Tom Holland) si risveglia in volo. Sta cadendo da un aeroplano, ha bisogno che una mano lo salvi. Fine dell’incipit in medias res, inizio del flashback. Una mano sì che lo aveva salvato quando era piccolo, ed era la mano del fratello Sam: allora cercavano di rubare una mappa e l’episodio si era concluso con la separazione dei due.

Fine flashback, giorni nostri. Nathan si ritrova con la mappa tra le mani e ciò di cui necessita è una croce-chiave per un tesoro, quello di Magellano. Valore: 5 miliardi in oro. Barman e ladruncolo di New York, viene assoldato da Sully (Mark Wahlberg), sconosciuto dall’aria sospetta, per trovare il tesoro e continuare il lavoro del fratello scomparso.

Inizia così una girandola di eventi che vedono la coppia prima finire a Barcellona e unirsi a Chloe (Sophia Taylor Ali), ragazza in possesso dell’altra croce-chiave, e da lì volare verso le Filippine, laddove il tesoro dovrebbe trovarsi. Ma dove di preciso? La risposta la possiede solo Nathan, ma che ne sia consapevole è un’altra storia. Il trio non è però solo, i cattivi di turno li inseguono e arrivare primi alla meta non è certezza di successo. Bisogna sempre guardarsi le spalle, non solo dai nemici. A questo punto, Nathan Drake si risveglia in volo.

Se passare dalla carta delle pagine alla pellicola è una prova ormai collaudata da un secolo e più di cinema, tanto che la si può considerare qualcosa di ‘naturale’ e imprescindibile nella storia della settima arte, il passaggio da videogioco a film è una materia scottante che è sinceramente lontana dal risolversi. Certo, il pubblico te lo sei già creato antes e a quello, alla fine, ti rivolgi, però non è detto che quella stessa platea possa cibarsi di qualsiasi cosa gli si voglia propinare. La Sony agisce però di intelligenza e cerca di smarcarsi da un confronto diretto che sarebbe caduto nella ripetizione: non avviene la messa in film di un capitolo preciso, si ritorna invece alle origini e si cerca di indagare la leggenda del protagonista per rilanciare l’azione della saga medesima. Fondamentale, a questo punto, è la scelta di Tom Holland.

L’attore inglese è bravo a creare un personaggio che tra l’ingenuo e il buffo non può che risultare adorabile, caratteristiche alle quali si aggiunge un capacità atletica che dà sostanza al carattere. Rimane però un dubbio: perché Holland indossa i vestiti di Indiana Jones e non direttamente quelli di Spiderman? Il giovane Drake è un ottimo personaggio – si fa amare – però non si nota differenza alcuna dall’altrettanto giovane Parker (almeno non a favore del primo), e se la decisione è ovviamente ponderata dalla produzione perché Holland ha rilanciato un’altra saga, quella dell’Uomo ragno, non si comprende se ciò possa giocare a favore di quella di Uncharted. Forsanche sul breve periodo, ma a lungo termine?

A ogni modo, Holland il suo lo fa – anche se viene il dubbio malevolo di chiedersi se l’attore inglese abbia voluto di sua sponte riproporre il medesimo tipo o gli sia stato chiesto espressamente -, faticano invece gli altri personaggi, da Wahlberg a Banderas: l’attore spagnolo ha un paio di scusanti, dopotutto essere un credibile cattivo in un film del genere è davvero difficile (si ricordi la fatica fatta dagli antagonisti degli ultimi 007), ma l’attore americano invece scusanti non ne ha. Il suo personaggio è insapore, la sceneggiatura lo affossa.

La sceneggiatura non aiuta infatti una trama – e viceversa – che fa davvero fatica a sorprendere: i passaggi da un’avventura alla successiva sono così facili da non essere verosimili, i dialoghi cercano di ravvivarsi innestandosi nel scontro-incontro boomer vs giovani (carini), ma alla fine – e ciò alla fine non sorprende – pare chiaro che ogni parola o movimento debba andare a contorno di altro, e cioè dell’azione, inseguimenti e combattimenti vari. In questi casi la CGI lavora egregiamente e se si sospende l’incredulità – insomma ‘si sta al gioco’ – si può evitare la risata e godersi la meccanica. Ma solo la meccanica, perché al film a conti fatti manca un ingrediente importantissimo: lo stupore, dicasi la meraviglia. Lo spettatore fatica a essere trascinato e oltre al tema della fiducia, di continuo battuto, oltre non si va.

Uncharted è un film per appassionati e come tale deve essere considerato, però è necessario saper misurare le distanze: fino a che punto approfittarne e fino a che punto ‘osare’ qualcosa di nuovo? Tom Holland e CGI possono essere la base, non il sostituto di una trama sciancata che da sola sicuramente non può vivere, nemmeno forse aggrappandosi al background videoludico. Insomma, forse si potrebbe tentare qualcosa di più, e non si parla di azzardo, bensì dell’ABC di un genere, quello di avventura, che ha da sempre un obiettivo dichiarato, sorprendere.

Dal 17 febbraio al cinema


Uncharted – regia: Ruben Fleischer; soggetto: dalla serie di videogiochi Uncharted; sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway, Rafe Judkins; fotografia: Chung Chung-hoon; montaggio: Chris Lebenzon; effetti speciali: Uli Nefzer, Fabricio de Vasconcellos Baessa Antonio, Edwin Rivera; scenografia: Shepherd Frankel; costumi: Anthony Franco; trucco: Valeska Schitthelm; interpreti: Tom Holland, Mark Wahlberg, Antonio Banderas, Tati Gabrielle, Sophia Taylor Ali; produzione: Columbia Pictures, Atlas Entertainment, Arad Productions, PlayStation Productions, Ayuntamiento de Madrid, Naughty Dog, Sony Computer Entertainment America; origine: USA, 2022; durata: 116’; distribuzione: Warner Bros., Sony Pictures Italia.

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