Generazione low coast di Emmanuel Marre e Julie Lecoustre

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“Un’anima divisa in due”  – come titolava Silvio Soldini nei lontani anni Novanta un suo film – è la protagonista di Generazione low coast (in originale Rien à foutre) già alla “Semaine de la Critique” della passata Cannes e al Festival di Torino. Hostess con sede fissa a Lanzarote, Cassandre (Adèle Exarchopoulos) è una ventiseienne che si sballa alle feste per non pensare: beve e balla, è alla ricerca di una pasticca (ecstasy, mdma, acido), cade per terra già brilla tra corpi persi ognuno nel suo viaggio. La notte continua in appartamento a fumare e a consumare shottini di vodka liscia fino a confessare al collega steward che la madre è morta in un incidente stradale: lui le chiede “ma è morta sul colpo?”, lei non lo sa, dice: “quando mi hanno chiamato era già morta” senza lasciar trasparire un’emozione. Perché la regola a bordo, per gli assistenti di volo, è annullarsi, sorridere annullando il proprio essere umani, piuttosto una meccanicizzazione della sicurezza, dell’affabile affidabilità.

Il lavoro è duro, competitivo, bisogna essere gentili anche col passeggero sessista, cercare la soluzione migliore per chi è in difficoltà, essere intransigente davanti al sovraccarico del bagaglio – o si paga o non si sale – o si cede con la ragazza che deve andare al compleanno del fratello che compie diciotto anni oppure è la hostess che ci rimetterà il posto. Cassandre non aderisce agli scioperi, deve lavorare, vuole guadagnare, il suo sogno passare alla compagnia Emirates dove si è trattati in maniera migliore (questo è ciò che pensano tra colleghe) e trasferirsi a Dubai.

Attraverso un graduale percorso di umanizzazione il personaggio di Cassandre assume piano piano il lutto, lo fa suo nel corpo, fatica a recitare l’eterno sorriso da Gioconda, la sicurezza calma, viene indotta dalla vodka in boccetta presa a scrocco in aereo. Più volte rifiuta la chiamata della sorella che la vuole a casa per Natale, accetta turni estenuanti pur di non andare.

Poi, durante un volo, sente una forma di empatia verso una signora polacca che piange da sola (le ricorda la madre?) perché, le spiega a gesti e con la sua lingua incomprensibile – un dialogo sulla carta impossibile – che sta andando a farsi fare una operazione al cervello mentre le mostra le foto dei nipoti. Cassandre, mossa a compassione, le chiede se vuole qualcosa da bere e, desumendo che la donna non potrebbe permetterselo, le paga lei con la carta di credito una piccola bottiglia di vino rosso. Per questa morbidezza di comportamento viene sancita e messa alla gogna dai vertici della compagnia aerea low cost. Da qui il film parte in altra direzione, Cassandre torna a casa, dove riscopre la dimensione familiare, affettiva, personale con tutto ciò che, di buono e di cattivo, può comportare.

La coppia di documentaristi Emmanuel Marre e Julie Lecoustre passano alla finzione con un film angoscioso sul lavoro giovanile, sulla perdita del senso di sé, su un mondo senza speranza annichilente per chi guarda avanti alla ricerca di un proprio futuro. L’approccio di documentare il reale attraverso uno sguardo puntato addosso ai personaggi (in alcune scene si avvicinano così tanto agli attori da essere visibili attraverso la propria ombra) e l’uso di una gran parte di non attori professionisti, regala alla pellicola una verità che scotta.

Discontinuo il ritmo, come se il film fosse diviso in due: la prima parte in volo, con i membri dell’equipaggio, le difficoltà, i corsi di aggiornamento, la scarsa attenzione ai lavoratori come persone; la seconda più intima e familiare in cui finalmente la protagonista si concede attimi di debolezza, una elaborazione del lutto gravosa e necessaria, più riuscita nei momenti con padre e sorella, quando l’uomo racconta alle figlie la loro stessa nascita, il giorno del parto, la sua emozione al contatto con i loro piccoli corpi di neonate. Forte la presenza-assenza della madre tragicamente scomparsa nella scena della noiosa telefonata da parte della rete di telefonia mobile che propone a Cassandre un nuovo piano tariffario più vantaggioso per lei che si trova sempre all’estero, che si può avviare solo tramite la persona a cui il contratto è intestato, ovvero la genitrice: Cassandre è costretta a dichiarare a voce alta la sua morte con le lacrime agli occhi mentre cammina tra stupidi stand pieni di gadget vacanzieri sul lungomare dell’isola spagnola. Momenti coinvolgenti si alternano a qualche sequenza ripetitiva sull’aeroplano. Duro, implacabile, senza speranza.

In sala dal 12 maggio.


Cast & Credits

Generazione low coast (Rien à foutre) – Regia: Emmanuel Marre, Julie Lecoustre; sceneggiatura: Mariette Désert, Julie Lecoustre, Emmanuel Marre; fotografia: Olivier Boonjing; montaggio: Nicolas Rumpl; scenografia: Anna Falgueres; interpreti: Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Jonathon Sawdon, Mara Taquin; produzione: Benoit Roland per Kidam Wrong Men North; origine: Belgio, Francia, 2021; durata: 110′; distribuzione: I Wonder Pictures.

 

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