Dogville di Lars von Trier


Al netto del pur importantissimo aspetto tecnologico, ovvero la presentazione/restauro in 4K, la riproposizione al cinema (seppur spesso per pochi, pochissimi giorni), a distanza di molti, a volte di moltissimi anni, di un film si rivolge, almeno in teoria, a due diversi tipi di pubblico, ovvero, in sintesi, a coloro che quel film l’avevano già visto a suo tempo e ne vogliono in qualche nodo testare l’attualità, e a chi invece, anche solo per ragioni anagrafiche, quel film non l’hanno visto mai (sempre che gli appartenenti a questa seconda categoria vadano al cinema, ovvero vadano a vedere questo tipo di opera, cosa di cui, ad esser sinceri, io dubito).

Questo fatto rende la recensione di Dogville (2003) di Lars von Trier (ma la stessa cosa vale, giusto per restare a esempi recenti, per Taxi Driver o per Blade Runner) un’operazione oltremodo complicata. Difficile parlarne come se fosse un film appena uscito (accennando alla trama e a tutto il resto), complicato altresì parlarne tenendo conto della ricezione, quando non della storia critica e accademica del film. Non resta che provare a individuare una via di mezzo, col rischio di scontentare tutti.

Nicole Kidman

Proviamo innanzitutto a narrare in dieci righe la trama. Siamo in una cittadina statunitense, zona Montagne Rocciose, appunto denominato Dogville (ma, per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, tutti hanno visto in questo nome una variazione, anagramma di Godville, la città di Dio), in un’epoca che, dall’abbigliamento e dalle immagini riportate nei titoli di coda, è quella della Grande Depressione. È qui che arriva una donna in fuga, Grace (Nicole Kidman) e chiede di essere accolta dalla cittadina, con l’aspirante scrittore Tom Edison (Paul Bettany) che promuove l’accoglienza della donna, anche perché progressivamente se ne innamora. Malgrado la protezione di Tom e un primo segno di accoglienza, pur venato di scetticismo, la comunità comincia tuttavia a vessarla, a chiederle servigi sempre più umilianti, che, fra le altre cose, degenerano nella sistematica violenza sessuale che tutti i maschi della cittadina le infliggono e che lei con spirito da martire sopporta. Le torture, apparentemente giustificate dal fatto che Grace è ricercata dalla polizia, culminano in un trattamento sadico e spietato, allorché Grace viene letteralmente tenuta prigioniera con un collare di ferro e un catena pesante con cui la donna penosamente si trascina. Fino all’epilogo finale in cui arrivano con dei macchinoni coloro che la stavano perseguitando. Scopriamo che il principale “persecutore” è il padre di lei (interpretato da James Caan), il capo di una gang che da sempre accusava Grace di eccesso di arroganza e di doppia morale, ciò che aveva indotto la donna a fuggire. A valle di un chiarimento fra i due, Grace chiede vendetta nei confronti degli abitanti della cittadina. Tutti vengono sterminati, e la donna in prima persona provvede a uccidere proprio Tom, colui che, almeno all’inizio, l’aveva protetta.

Raccontata così, la storia sembra rientrare in tutto e per tutto nel genere o sottogenere denominato Rape and Revenge; il  film, peraltro, ma sarà certamente un caso,  esce nel 2003, lo stesso anno in cui arriva il primo volume di Kill Bill  di Quentin Tarantino (del resto un grande estimatore di Lars von Trier). Ma il film è talmente originale e complesso che qualsiasi attribuzione di genere appare del tutto insufficiente a spiegarne il carattere, a un tempo, innovativo e irritante.

Prima di cominciare a dire (ricordare) quali sono i tratti innovativi e irritanti di questo film, giova ricordare che Dogville  è – al netto degli importantissimi film girati per la TV – il settimo dei tredici film girati da Lars von Trier, e si situa in quello che possiamo considerare l’apice della sua carriera, di fatto iniziata con la proclamazione del Manifesto di Dogma 95 e poi proseguita con la cosiddetta Trilogia dei Cuori d’Oro, ovvero Le onde del destino, Idioti (l’unico film di von Trier rispondente in tutto e per tutto ai precetti di Dogma) e Dancer in the Dark il musical, con protagonista la cantante Björk e vincitore della Palma d’Oro a Cannes, dove von Trier ha presentato in concorso (se ho contato bene) la bellezza di dieci film nell’arco di un po’ più di trent’anni. Dancer in the Dark Le onde del destino, per altro, verranno riproposti in sala nelle prossime due settimane.

I tratti innovativi e irritanti sono, in primo luogo, la scelta stilistica estrema compiuta dal regista ovvero di girare il film in una specie di hangar dove Dogville, la cittadina, è tutta disegnata in terra, come se fosse una mappa, dove fra le varie case dei cittadini protagonisti non esistono delimitazioni (porte, finestre etc.), dove tutti sono sempre contemporaneamente presenti (e a quanto si legge anche gli attori, durante le riprese, dovevano essere continuamente presenti sul set, con profonda irritazione della maggior parte di loro), dove ci si serve quasi esclusivamente della camera a mano (residuo di Dogma), manovrata dallo stesso regista, dove la notte si segnala con una parete nera e il giorno con una parete bianca, dove si accenna al passaggio delle stagioni (neve, sole, fioritura delle piante) ma in realtà non si vede nulla di concreto che vi alluda, dove c’è una voce narrante (è John Hurt) che contribuisce a un’ulteriore (ma finta) normalizzazione diegetica di stampo letterario di un racconto che normale non è.

Insomma, siamo di fronte a una specie di provocatoria estremizzazione di quella che si potrebbe definire la vulgata brechtiana: anche se il Verfremdungseffekt, ovvero l’effetto di straniamento, diventa nel film di von Trier qualcosa di ontologico, e, se vogliamo, in quanto tale risulta profondamente anti-brechtiano, perché lo straniamento finisce, preso atto della scelta di fondo decisa dal regista, per contraddire la sua funzione, essendo il film, in fin dei conti,  paradossalmente lineare, ossessivamente conseguente. Che Brecht (che in casa von Trier era una specie di nume tutelare) sia il punto di riferimento del regista, lo si capisce dal fatto che la vicenda è una variazione dilatata (dilatatissima, se si tiene conto che il film è lungo 177 minuti),  e dunque la ripresa della celeberrima ballata de L’opera da tre soldila ballata revenge di Jenny dei Pirati (Seeräuber-Jenny), uno dei cavalli di battaglia, fra le altre, di Milva.

Che effetto può fare oggi Dogville, un film su cui nel frattempo esiste una valanga di bibliografia? A chi lo vede per la prima volta, soprattutto se giovane, un senso di totale spaesamento perché nel cinema di oggi non c’è davvero niente di anche lontanamente paragonabile a questo film. E a chi l’aveva già visto, ventidue anni fa (in Italia in una versione accorciata di 40 minuti), la sensazione di un esperimento interessantissimo, seppur alla lunga un po’ stancante (i summenzionati 177 minuti si sentono tutti).

Per concludere è interessantissima e sorprendente la composizione del cast, segno della straordinaria notorietà raggiunta da Lars von Trier all’inizio degli anni Duemila, stiamo parlando di quello che all’epoca poteva essere considerato il più importante e il più celebre regista europeo, riconducibile al paradigma autoriale. Ebbene, il film può vantare un cast straordinario che attinge, da un lato, a una serie di celeberrimi attori del passato, sia del cinema americano che del cinema europeo (Lauren Bacall e Harriet Anderson, una delle muse di Bergman, all’epoca rispettivamente di anni 79 e di anni 71, per continuare con Ben Gazzara e James Caan), attori/attrici al culmine della notorietà, fra tutti, ovviamente, Nicole Kidman, talmente nota da potersi “permettere” di partecipare a un film così strano e così lontano dai paradigmi hollwoodiani, e infine attori/attrici, all’epoca non ancora particolarmente noti, che solo successivamente lo diverranno: da Paul Bettany, l’attore che interpreta Tom, a Patricia Clarkson, da Chloë Sevigny fino ad arrivare a Stellan  Skarsgård, all’epoca un attore quasi completamente confinato ai film nordici e successivamente divenuto una stella internazionale.

In sala il 2-3-4 giugno 2025.


Dogville  – Regia, sceneggiatura: Lars von Trier; fotografia: Anthony Dod Mantle;  montaggio: Molly Marlene Stansgård; interpreti: Nicole Kidman, Harriet Anderson, Ben Gazzara, James Caan, Lauren Bacall, Paul Bettany, Patricia Clarkson, Chloë Sevigny, Stellan  Skarsgård; produzione: Filmek AB, Zona Films UK, Canal+, France 3 Cinema; origine: Danimarca/Gb/ Svezia/ Francia/ Germania, 2003; durata: 177 minuti.

 

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