Può un film che nomina il cancro non essere angoscioso? Può una sceneggiatura essere originale toccando un tema così tanto trattato in forme espressive quali letteratura e cinema?
Nino ci riesce a pieno: con delicatezza e grazia il protagonista Nino (interpretato mirabilmente da Théodore Pellerin) si aggira per la città di Parigi per tre giorni prima di cominciare una aggressiva terapia chemioterapica. Il ragazzo compie ventinove anni quel giorno, un venerdì di una settimana come tutte le altre. Ha fatto degli accertamenti medici quasi per caso, li va a ritirare in ospedale senza pensiero e invece – bum! – una dottoressa senza peli sulla lingua gli parla di sei cicli, e poi altri dodici, di trattamento, di presentarsi al reparto di oncologia lunedì mattina alle nove, accompagnato da qualcuno. Nino all’inizio non capisce, crede ci sia un errore, nessuno gli ha fatto una diagnosi, nessuno lo ha convocato con urgenza. La dottoressa capisce che ci deve essere stato un disguido, che il computer ha perso un passaggio ma è tutto vero, è così, Nino ha un tumore alla trachea, non sembra esteso altrove ma è fondamentale agire immediatamente: è la conseguenza di una malattia a trasmissione sessuale, un papilloma virus asintomatico trascurato, preso magari nella tarda adolescenza. Un’ultima cosa: deve congelare del liquido seminale prima che diventi sterile con la chemio. Lo spedisce al reparto medicina riproduttiva.
Da questa prima scena in cui sono gettati i semi che germoglieranno nell’arco dell’ora e mezza della durata del film – che copre i tre giorni fino al giorno X – Nino si confronterà con la madre (Jeanne Balibar), il migliore amico Sofiane (William Lebghil), l’ex fidanzata Camille (Camille Rutherford), la vecchia amica ritrovata Zoé (Salomé Dewaels) passando attraverso molteplici stati emotivi. Nino ha paura, non si confida, forse non lo ha mai fatto. È orfano di padre, la madre lo ha avuto molto giovane, è una donna buffa, un po’ distratta, legata al figlio in una maniera sua che non è mai stata totalizzante. Dopo una cena a base di gamberi scongelati il ragazzo si sente male, resta a dormire lì senza volerle confessare di avere di nuovo perso le chiavi di casa, parlano in maniera affettuosa sdraiati sul letto ma l’intimità non riesce a trasformarsi in richiesta di aiuto.

Nino è autonomo, non ama chiedere agli altri, fa un lavoro anonimo di cui non si lamenta, è un bravo amico, è svagato come la madre, riservato, incerto, all’apparenza vulnerabile. Ha uno sguardo pulito, una gestualità minima, è un corpo magro e dinoccolato nello spazio: si schiarisce la voce con frequenza come a riconoscere la presenza maligna nella gola, attua una costante ricerca di sé bambino attraverso domande alla madre e il rovistare negli scatoloni tra gli album del passato riposti in soffitta.
La sua casa è il luogo dove non riesce ad arrivare – si è chiuso fuori – è costretto a vagare in luoghi che non lo accolgono, non gli appartengono – il bagno del bar, il bagno di casa di Sofiane (mentre di là ferve la festa a sorpresa per il suo ventinovesimo compleanno), il bagno di Zoé, la casa svuotata per un trasloco da Camille – e che però diventano teatro di eventi forti, riconoscimenti, azioni mai fatte, prime volte, ultime volte. Nino in tre giorni compie, nella sospensione, un giro concentrico che lo porta a una sorta di rinascita, una geometria perfetta fatta di epifanie, scoperte semplici, a portata di mano: un portiere solitario, un uomo (Mathieu Amalric) che si dichiara vedovo di una splendida Romy Schneider piegata in un ritaglio di carta nel portafoglio, un walkie talkie, una iniezione di progesterone per stimolazione ovarica, un brano di Anaïs Nin, una cartolina postale con scritto Yes, I can, un pacco Amazon sottratto in barba alla polizia, un parcheggio di bicicletta a noleggio, un braccialetto da neonato.
Una sceneggiatura puntuale, ma invisibile, consente all’attore del Quebec Théodore Pellerin una recitazione di naturalezza perfetta, un minimalismo verbale e corporeo con cui il personaggio si muove fluido nell’attesa continua che gli assilla dentro e che si riverbera negli incontri, nel confronto sempre spostato di una nota in levare, nella attitudine verso una leggerezza eterea, un retro pensare che si fa incanto. Regia (brava l’esordiente Pauline Loqués che firma anche la sceneggiatura) attenta e sobria, musica e suono perfettamente a tono.
Niente è fuori posto in una narrazione che tiene inchiodati allo schermo nel partecipare alla normale attesa di un qualcosa che si deve fare per forza, superando la paura della morte, della sofferenza, della solitudine. Un film da vedere.
Presentato al Festival di Cannes 2025 (Semaine de la critique) vedi nostra altra recensione.
In anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma 2025 (Gran Premio della Giuria nel Concorso Progressive Cinema)
In sala dal 30 aprile 2026.
Nino – Regia e sceneggiatura: Pauline Loquès; fotografia: Lucie Baudinaud; montaggio: Clémence Diard; musica: Nassim El Mounabbih, Claire Cahu, Amaury Arboun, Simon Apostolou; interpreti: Théodore Pellerin (Nino), William Lebghil, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar; produzione: Sandra da Fonseca per Blue Monday Productions; Origine: Francia, 2025; Durata: 134 minuti.
