Assistendo alla proiezione in anteprima alla Festa di Roma di Io sono Rosa Ricci nella maestosa Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della musica, alla presenza di troupe e cast del film e di un plaudente pubblico pagante (costituito per lo più di adolescenti affetti da tipico transfer cinematografico nei confronti dei giovani attori da tempo elevati a divi), veniamo attraversati dalle immagini di altri film veduti durante questa edizione della Festa. Due titoli che apparentemente non c’entrano niente: Vamos a matar di Caterina Taricano, contro storia dei western italiani e mediterranei, che racconta anche i risvolti produttivi dietro a uno dei più iconici filoni del cinema italiano; e Roberto Rossellini – Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara, Raffaele Brunetti, documentario di archivio sulla seconda parte della vita e arte del regista di Roma città aperta.
Ciò accade per due motivi (più uno inconfessabile: una certa distrazione prodotta dallo spettacolo del risaputo): il primo titolo ci balza in mente perché ci pare che prodotti come questo, naturalmente proposti in pompa magna nella categoria Grand Public, siano la versione contemporanea di un fenomeno straripante da un punto di vista merceologico e della storia dei consumi e dei costumi come fu lo Spaghetti-western negli anni ’70; in particolar modo la fase più marcatamente “exploitation” che caratterizzò il periodo in cui tale filone, inaugurato come è noto dal sommo Sergio Leone, venne praticato da una serie di epigoni più o meno italiani. Allo stesso modo, potremmo dire che oggi, dopo l’exploit della serie-tv Gomorra, nelle sue diverse stagioni; e di serie derivate e derivative come la altrettanto fortunata Mare Fuori (di cui Io sono Rosa Ricci è una sorta di spin-off), si cerchi di sfruttare il fenomeno in ogni forma e fruibilità possibile. E col medesimo entusiasmo popolare che riscuotevano 50 anni fa i film girati in Almeria da maestranze e cascatori romanissimi celati dietro a esotici pseudonimi stranieri.
Il pensiero al meraviglioso doc. su Rossellini, e alla sua produzione meno nota (quella televisiva e didattica, inaugurata dai titoli post-neorealistici come India – Matri Bhumi o La presa del potere da parte di Luigi XIV) ci ghermisce invece ripensando a uno degli ammonimenti che soleva fare il regista romano, soprattutto in questa fase della sua produzione artistica in cui tese a perseguire e praticare piuttosto un cinema di ricerca o persino scientifico: “non limitiamoci a fare cinema che si risolva in un mero spettacolo di intrattenimento e di evasione – sostiene grosso modo Rossellini, allora e non solo – perché l’uomo è fatto per conoscere, non per evadere: facciamo piuttosto pellicole utili”. E così lui fece – come racconta benissimo il film in questione – senza adagiarsi sugli allori delle pratiche per cui era diventato un mito.
Ecco, tutto ciò che qui non accade, ci pare, a costo di apparire severi e pure pedanti. Dopodiché non ci sarebbe niente di strano e nemmeno di male, se è vero come è vero che il cinema è sì un’opera d’arte ma anche un oggetto commerciale, che deve tentare di fare profitto come capitalismo comanda. E tuttavia ci pare che qui (anche se ovviamente non solo qui) tutto accada in modo eccessivamente programmatico, come seguendo i binari troppo consueti di un cliché troppo zeppo di “luoghi meno comuni e più feroci”, per dirla col poeta. Ovvero – come saprebbe salmodiare ormai anche uno spettatore parecchio più giovane di quelli che assediavano la Sala Sinopoli e relativo Red carpet: i codici d’onore della camorra che si rispettano ma anche no, le infiltrazioni del narcotraffico sudamericano come ci è noto dai tempi di ZeroZeroZero (libro e serie), gli scagnozzi con pose belluine d’ordinanza i cui atti orrendi sono resi in qualche modo più potabili dalla ribalda musicalità del dialetto partenopeo, gli scontri a fuoco a colpi di Beretta M12 che fanno tanto “gunfire” dei western di cui sopra, gli antieroi che però hanno il cuore tenero e in questo caso anche le fattezze gentili di una giovane donna di bella presenza. Etc. etc. etc.
E qui, sulla nostra mente sempre più distratta, si affaccia un altro ricordo cinefilo: quello di Nanni Moretti che ne Il sol dell’avvenire ci rivolge un altro tipo di ammonimento: evitare l’uso della violenza anestetizzata di troppo cinema americano, che ce la rappresenta quasi come fosse bella. È una questione etica, ci dice Nanni; senza arrivare a scomodare la nota pubblica reprimenda di Jacques Rivette alla carrellata di Kapò di Gillo Pontecorvo, però ricordandoci come Krzysztof Kieslowski ci impiega diversi minuti a mostrarci come muore un personaggio di uno dei suoi film di morte violenta, che non dovrebbe mai essere mostrata in modo allettante, coreografato, appunto, anestetizzato. Così pensa Moretti, e noi con lui; rischiando di apparire, come si diceva, di certo severi e pure pedanti nell’applicare questi concetti a questo piccolo film che non si macchia di queste potenziali colpe più di altri. Gli è che, da vecchi ruderi del ‘900, pure noi – si parva licet – con Rivette e Moretti, ci fregiamo di ritenere che le immagini possiedano una loro etica; segnatamente in questi anni cupi, in cui il pianeta sta annegando nel sangue vero, dal Medioriente all’Europa orientale.

Io sono Rosa Ricci, come accennato, è lo spin-off della fortunatissima serie-tv Mare fuori, che è ormai giunta alla quinta stagione (la sesta è già in cantiere), vincendo Nastri d’argento, Ciak d’oro, e fornendo il pretesto per un musical diretto da Alessandro Siani; e diventando un autentico fenomeno di successo popolare: il 14 ottobre è stato persino dato alle stampe un libro di 240 pagine pubblicato nella collana Narratori della casa editrice Solferino, e intitolato semplicemente Io sono Rosa Ricci. Successo popolare che ha travolto anche la protagonista di questo film Maria Esposito, la quale, nei suoi poco più che vent’anni, ha già fatto in tempo a scrivere un’autobiografia e a recitare in due videoclip di due superstar della musica melodica napoletana e non solo come Ultimo e Geolier.
La regia è della ferrarese Lyda Patitucci, già apprezzata per aver diretto il thriller Come pecore in mezzo ai lupi. Il villain è interpretato dal cubano Jorge Perugorría, che si affermò più di trent’anni fa recitando nel candidato Oscar Fragola e cioccolato. Il brano dei titoli di coda Vàttelo! è scritto e interpretato da Silvia Uras e Gennaro Della Volpe, detto “Raiz” che la mia generazione ha conosciuto come voce degli Almamegretta, una delle più interessanti realtà musicali degli anni ’90, capace di spaziare tra trip hop, reggae, dub, rap e canzone napoletana. Qui e nella serie-tv recita anche il ruolo del papà di Rosa Ricci, Don Salvatore.
Spoiler: si è detto che Io sono Rosa Ricci è uno spin-off di Mare fuori, e però – come ben sanno i molti aficionados della serie – ne è anche un prequel, in cui si svelano le ragioni per cui il personaggio viene introdotto sparando a un amico per entrare in carcere e vendicare il fratello. Il motivo, appunto, è la vendetta che qui, e più in generale nel cinema di questo tipo, viene presentata come “bella, anche se fa male”. Ancora: ne siamo proprio sicuri?
Presentato alla Festa di Roma sezione Grand Public
In sala dal 30 ottobre 2025.
Io sono Rosa Ricci– Regia: Lyda Patitucci; sceneggiatura: Maurizio Careddu e Luca Infascelli; fotografia: Valerio Azzali; montaggio: Dario Penna; musiche: Paolo Baldini DubFiles; interpreti: Maria Esposito, Andrea Arcangeli, Raiz, Jorge Perugorría; produzione: Picomedia in collaborazione con Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 90 minuti; distribuzione: 01 Distribution.
