Rose di Markus Schleinzler (Premio per la migliore interpretazioni a Sandra Hüller)

A proposito di  Rose. Sarebbe bello, per certi aspetti, riuscire a precisare cosa fa propriamente il bianco e nero con le nostre retine. Cosa accade alle nostre sinapsi e fantasie quando, nel buio della sala, sullo schermo lì davanti a noi scorre un film ‘in bianco e nero’. Come se le storie si addolcissero, e gli spigoli delle cose si smussassero. Come se i volti degli attori, cioè i nostri visi acquistassero più profondità, o forse intensità. E le ombre, invece, si allungassero, prendessero paradossalmente più sfumature. Poi quell’effetto-seppia, quasi ‘storicizzante’ delle immagini in bianco e nero, che per incanto riporta il film ai suoi albori, alla fotografia.

Detto questo, il film firmato dal regista austriaco Markus Schleinzer è un piccolo, prezioso gioiello, pieno di luci ed ombre, denso di richiami e riflessi sin dal titolo.  È la terza opera di Schleinzer, classe 1971: uno, a quanto pare, innamorato della magia dei nomi propri, e di intrighi che pescano nei materiali più sordidi della psiche umana e della storia. Se il suo debutto – Michael, presentato a Cannes nel 2011 – raccontava orrende perversioni umane; Angelo (2018) era la disavventura di un giovane schiavo africano finito, nel 18° secolo, a contatto con vizi (tanti) e virtù (rare) dell’Occidente cristiano…

E ora Rose. Sia fiore che nome, con tutta l’ambiguità, sempre dolce e pungente, del rapporto uomo/donna. “Rose, oh reiner Widerspruch, Lust, Niemandes Schlaf zu sein”, cantava per l’appunto il divino Rilke (Rosa, oh pura contraddizione, desiderio, di nessuno essere sonno…”). Nella pellicola di 93 minuti, la Rose dai mille petali e profumi, fiore di contraddizioni e spine varie è incarnata dal volto (e dalla maestria purissima) di Sandra Hüller. Il viso più duro-morbido, più secco e ingenuo insieme che il cinema tedesco abbia espresso negli ultimi 10, 15 anni. E di sicuro il volto femminile più premiato del cinema tedesco del 21° secolo: Premio europeo per il suo ruolo in Toni Erdmann (2016). E poi Golden Globe, più duplice nomina agli Oscar come migliore attrice, nel 2024, per capolavori a dir poco assoluti come Anatomia di una caduta e La zona d’interesse.

Nella melanconica storia narrata da Schleinzer, e da una voce narrante che ci accompagna attraverso le brulle campagne del XVII° secolo, il volto di Rose è marchiato dagli orrori della guerra: una doppia cicatrice le deforma la guancia, le storce le labbra, le chiude l’occhio sinistro. Con un capellaccio in testa, pantaloni e stivaloni, Rose è un soldato comparso in un villaggio alla fine di quella ecatombe che fu la Guerra dei Trenta anni (1618-1648). Una tragedia che si abbatté come una maledizione divina sulle terre d’Europa: decenni di stragi, ondate di peste, orde di soldatesca da mezza Europa precipitate come cavallette a bruciare popoli e città tedesche. In nome dello stesso identico Dio dei cristiani, ma che – dopo la Riforma luterana – si era diviso in due confessioni (protestante e cattolica romana), e in mille affamati eserciti e Warlord in guerra. Non per niente il film si apre su campi ancora fumanti e sconquassati, e distese di scheletri (che ricorda la tetra ouverture di Nosferatu, il capolavoro del 1979 di Werner Herzog)

Uno dei più celebri storici del nazismo, Joachim Fest, biografo di Hitler, vedeva proprio in quei 30 anni di apocalisse l’origine delle fobie dei tedeschi, quel loro carattere inquieto, il loro bisogno estremo di ordine, di rispetto ferreo delle regole… È quel bisogno assoluto che spinge anche Rose, orfana, miracolosamente scampata alla guerra, all’inizio del film nel piccolo villaggio. I contadini accolgono lo strano forestiero-soldato, tanto più che in tasca ha un documento, che lo dichiara proprietario di una fattoria e terreni annessi, ai margini del paese.

Rose è un milite duro e forte d’animo: gioca di continuo con la pallottola, legata al collo tipo amuleto che l’ha sfregiata in viso. Ma lentamente si trasforma in abile contadino e acquista con il suo coraggio la fiducia della comunità, ad esempio uccidendo a schioppettate l’orso che minacciava il paese. Una trave dopo l’altra, si rimette a posto la casetta, coltiva i suoi campi, si ricostruisce dopo tanta morte una nuova vita. Sandra Hüller è incredibile nei panni e negli atteggiamenti del fattore, così come nelle frasi rozze e gesti rudi dell’ex soldato e uomo fatto. “Adesso ho capito perché gli uomini camminano in quel loro modo”, ha commentato lei in un’intervista.

                      Sandra Hüller (al centro)

La fiducia dei compaesani nel nuovo arrivato è talmente grande, che Rose tenta l’impossibile, e chiede in sposa Suzanna, la figlia di un contadino. Con quei suoi occhioni ingenui, Caro Braun è perfetta nelle goffe gonne della contadinotta ingenua, analfabeta ma così devota al suo “Herr” Rose. Finché – miracolo! – dalla ambigua coppia nasce un bambino, ( Rose, si aiuta come può, con un corno bianco, per soddisfare la consorte…). Dal canto suo, Schleinzer è bravissimo a inquadrare il silenzio dei paesaggi, dei boschi incantati e il ritmo beato della vita agreste. Ma anche a non rivelarci l’inaudito mistero della nascita del pargolo di Rose e della sua Suzanna.

L’inganno a spese della moglie e della comunità non può durare a lungo. E una notte il villaggio infuriato, le fiaccole già accese,  reclama da Rose la ‘prova’ della sua identità, di tirarsi insomma giù i pantaloni. Sarà l’impietoso giudice a richiedere la pena capitale per l’ex soldato, la punizione per le fandonie che la donna alter ha scodellato al mondo intero. Ed è in carcere che Rose inizia ad appuntare la storia che la voce narrante ci ha già melodiosamente cantato durante i 93 minuti del film. In cui esperti di letteratura tedesca sentiranno vibrare echi delle tragedie e degli eroi (negativi) di Heinrich von Kleist. Ma al cui centro c’è soprattutto la storia di un volto sfregiato dalla guerra: quello di Rose. E di Sandra Hüller capace di incarnarsi in tante figure: uomo e donna al contempo, padre-soldato, marito e contadino. Troppi ruoli per una donna in una società patriarcale e religiosa, che in tutte queste manifestazioni di una Rosa sola, sente subito la puzza diabolica dell’inganno, della maledetta superbia e del tradimento dei valori di fondo dell’ethos cristiano.

Ovvio che la grande attrice tedesca si merita almeno un Orso a questa 76° Berlinale per la sua magnifica prova. Così come Markus Schleinzer un riconoscimento per questo suo perfetto, luminoso gioiellino in bianco e nero.


RoseRegia e sceneggiatura: Markus Schleinzer; fotografia: Gerald Kerkletz;    montaggio: Hansjörg Weißbrich; musica: Tara Nome Doyle; scenografia: Olivier Meidinger; interpreti: Sandra Hüller ( Rose); Caro Braun ( Suzanna); Godehard Giese (padre di Suzanna); produzione: Johannes Schubert, Philipp Worm, Tobias Walker per Schubert,  ROW Pictures, Walker + Worm Film; origine: Austria/Germania, 2026; durata: 93 minuti.

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