Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren (We Are All Strangers) di Anthony Chen (Concorso)

Il regista singaporiano Anthony Chen può compiacersi di essere stato inserito nel 2013, a soli 29 anni, dalla rivista americana di cinema ‘Variety’ fra i dieci registi debuttanti da tenere sott’occhio. Quell’anno aveva vinto con il suo film di debutto Ilo Ilo il premio Camera d’Or al Festival di Cannes e aveva persuaso gran parte della critica.  Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren (We Are All Strangers) è il suo quinto lungometraggio, che va a completare insieme a Wet Season una ‘trilogia della crescita’ come l’ha definita il regista stesso, nonostante le storie non siano legate fra loro. I protagonisti però rimangono come nelle precedenti parti il giovane Koh Jia Ler e la brava attrice malese Yeo Yann Yann. Dopo le due più recenti produzioni internazionali Drift (2023) e The Breaking Ice il film presentato ora a Berlino segna per il regista un conflittuale ritorno alla sua città natale. Si sa, è sempre difficile tornare a casa. Eppure, probabilmente, Chen ha fatto la scelta giusta: la moderna metropoli di Singapore con i suoi grattacieli e la sua skyline offre lo sfondo ideale per l’intimo ritratto di una ordinaria famiglia dei giorni nostri nel suo evolversi nel tempo, indagata sì con uno sguardo lucido e obiettivo, ma che lascia il giusto spazio anche alla poesia. Una poesia che sa di concreto e quotidiano come l’incipit, che ci mostra la preparazione del piatto più tipico di Singapore, i noodles.

Ai fornelli della cucina troviamo un idealista, Boon Kiat (Andi Lim), vedovo introverso e proprietario di un piccolo ristorante, mai stanco di sgobbare, dove lavora come cameriera l’esuberante Bee Hwa (Yea Yann Yann) che tutti chiamano amichevolmente Beerlady. Il figlio ventunenne di Boon, Junyang (Koh Jia Ler) non ha niente del pragmatismo del padre e, a servizio militare quasi terminato, che a Singapore dura ben due anni, sogna la vita facile del miliardario, alla Steve Jobs, senza però ancora sapere come arrivarci; e intanto passa il tempo sui social, con gli amici o con Lydia (Regene Lim), la sua fidanzata. Quest’ultima, di famiglia benestante e rigidamente educata dalla madre, aspetta di entrare al conservatorio e di frequentare un college all’estero. L’imprevista gravidanza della ragazza coglie tutti di sorpresa e se non fa mettere la testa a posto a Junyang, rovina per lo meno i sogni futuri della ragazza. Boon Kiat, che nel frattempo ha proposto a Bee Hwa di sposarlo, è obbligato ad indebitarsi fino al collo per pagare le spese del costoso matrimonio del figlio voluto dalla suocera, accontentandosi di uno molto più semplice ed economico per sé. Costretti fra gli stretti spazi di un misero appartamento condominiale di due camere, cucina e bagno, padre, figlio  e le due mogli, si ritrovano a condividere un luogo in comune ma non sono diventati una vera famiglia. Come lascia supporre il titolo, da ‘estranei’ dovranno cercare di dare forma, senso allo stare insieme; e soprattutto dovranno trovare quel reciproco affetto, ossia il collante, che ancora non li lega fra loro.

Con le sue ben due ore e mezza di lunghezza Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren è un ritratto generazionale, un Coming-of-age che mette in scena lo scontro fra classi sociali, tradizione e modernità, e allo stesso tempo ci racconta una cronaca familiare. Lo sguardo di Anthony Chan sul microcosmo metropolitano della città-stato Singapore è lucido e obiettivo; tuttavia, è capace di trasformare l’ordinario in qualcosa di speciale e poetico. Quella stessa poesia semplice che un grande maestro della quotidianità come Yasujirō Ozu riusciva a catturare. La lunga sequenza sull’autobus, dove Boon Kiat ha dato il suo primo appuntamento a Bee Hwa è una complessa costruzione di tempi, luci e riprese e forse rimane il momento più affascinante e romantico del film, se non il più simbolico, dove assistiamo alla nascente storia d’amore mentre guardiamo scorrere sullo sfondo la giovane e multietnica città che, ad appena sessant’anni di vita è ancora in trasformazione.

È vero che, specialmente nella prima parte, il film non rifugge al pericolo di cadere nel kitsch. Sia l’orgia sfavillante di colori pastello nella scena del matrimonio con l’arrivo del gruppo musicale di K-pop, che le superfici di marmo e la vista sul mare (finta) nei costosi immobili venduti in contanti, sono parte di quel lusso pacchiano tanto ammirato e cercato da un immaturo Junyang, e con il quale il regista sembra divertirsi a giocare. Peccato, inoltre, non riuscire a comprendere tutte le varie sfumature linguistiche e dialettali racchiuse nei dialoghi fra protagonisti. Il linguaggio viene ad occupare un posto di riguardo, importante in questo film, visto che il regista se ne serve per sottolineare diversità sociali e di educazione. Quello usato ufficialmente a Singapore è l’inglese, che nel film viene parlato con grande varietà di flessioni e accenti, ma il mandarino prevale in Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren quando si passa alle fasi di intimità domestica dei protagonisti. La fotografia è ben curata e fa un ottimo uso della luce per rendere maggiore il contrasto fra gli ambienti, come il neon del ristorante o l’anello al led usato dagli influencer. Luci insomma artificiali e fredde che rendono i colori aspri, quasi sgradevoli e forse frivoli.

Si potrebbe notare che il maggiore, più evidente difetto di questo film stia nella sua durata, quella cioè di due ore  e mezzo abbondanti. D’altra parte, è un tipologia di sviluppo narrativo, tradizionale certo ma che ha bisogno di tempo e che matura lentamente insieme al personaggio di Junyang, lasciando l’emozione trionfare nella parte finale con la scontatissima, volutamente troppo ovvia, musica di Cat Steven  Father and Son. A ribadire, ma con una certa ridondanza che, insomma, forse dopotutto i padri hanno ancora qualcosa da insegnare ai figli e che il tempo per i grandi cambiamenti non è ancora arrivato.

Si tratta quindi di un’opera che nella sua lirica, semplice (ma solo apparentemente) rappresentazione dell’esistenza umana non mancherà, con grande probabilità, di toccare la Giuria, e in particolare il suo presidente Wim Wenders che, come si sa, ha sempre amato il cinema giapponese e quello di Ozu oltre averlo riconfermato con la sua ultima bella prova: Perfect Days  girato, appunto, in Giappone. Concludiamo, dulcis in fundo, notando come il finale del film di Anthony Chen assomigli un po’ a quello di Paris-Texas... Che aggiungere, se sono fiori fioriranno e se ci fosse alla fine un premio alla Berlinale, noi saremmo piuttosto d’accordo.


Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren (We Are All Strangers)  Regia e sceneggiatura: Anthony Chen; fotografia: Teoh Gay Hian; montaggio: Hoping Chen; musica: Kin Leonn, Thomas Foguenne; scenografia: Huang Mei-Ching; interpreti: Yeo Yann Yann (Bee Hwa), Koh Jia Ler (Junyang), Andi Lim (Boon Kiat), Regene Lim (Lydia); produzione: Giraffe Pictures; origine: Singapore 2026; durata: 157 minuti.

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