Festival Bergamo Film Meeting 44°: Les Braises di Thomas Kruithof (Concorso)

Les Braises Premessa indispensabile a Les Braises: nell’ottobre del 2018, tramite l’apporto veloce e istintivo della comunicazione via social media, non ancora massivamente controllata dagli algoritmi, nasceva in Francia il movimento di protesta popolare dei Gilets Jaunes (Gilè gialli). Nato in modo spontaneo nelle zone rurali e nelle banlieu parigine in risposta all’aumento arbitrario, e classista, da parte del governo Macron delle accise sul carburante (si, risuona drammaticamente attuale), costituì uno dei primi movimenti, effettivamente e visceralmente popolare, autonomo e di classe, che si sollevò contro il sistema neoliberista fin lì dominante almeno dal 1980. Con una lucidità e rapidità di azione impensata, vista la non organizzazione stabile tipica di sindacati e organismi intermedi, una folla di persone marginalizzate, impoverite e umiliate dal governo del banchiere Macron, espressione mefistofelica (più che jupitérien) della finanza neoliberista che si fa direttamente governo in Europa, si fece marea nelle piazze parigine.

Il regista francese Thomas Kruithof, già autore di La promessa- Il prezzo del potere (2021) e La meccanica delle ombre (2016), continuando nel suo percorso di rappresentazione delle ingiustizie sociali e delle promesse mancate della politica francese, stavolta con Les Braises, in Concorso al Bergamo Film Meeting, sceglie di raccontare un movimento sociale recente, le cui braci, per citare il titolo, non sono ancora affatto spente e anzi animano, in modo molecolare, l’attivismo di base in varie comunità locali ed eterogenee.

Kruithof, lo diciamo subito, si pone dalla parte di chi protesta con esprit popolare, come del resto accade nella lunga tradizione del cinema civile americano, dove la regia non si limita a raccontare ma prende anche posizione: pensiamo a classici come Fragole e sangue (1970), Norma Rae (1979) o Mississipi burning (1988), fino ad arrivare a Erin Brockovich (2000) e a Milk (2008). Un modo di fare cinema in cui esso diventa anche un viatico di visibilità per le lotte di chi protesta – visibilità che mai come ora rischia l’oscurantismo e l’embedded. Non ci sono ombre riguardo i Gilets Jaunes in questa opera, insomma – e comunque, vista la strumentalizzazione che ne è stata fatta, meglio così. Certo va da sé che non ci sia nemmeno, su un piano linguistico, la radicalità di uno sguardo fuori centro, fuori dal controllo antropocentrico, reale causa del “male”, di Ryusuke Hamaguchi in Il male non esiste (2023).

Karine e Jimmy (Virginie Efira e Arieh Worthalter, magnifici e con una chimica contagiosa) sono una coppia sposata con due figli adolescenti. Lei lavora in un’industria alimentare e lui è il titolare di una piccola ditta di trasporti. Vivono fuori Parigi, in quella Francia rurale dove la classe operaia si ibrida con la piccola borghesia -l’87% della popolazione francese, a ogni buon conto. Dove il posizionamento che si tiene tutti i giorni -in fabbrica, sulle autostrade, in famiglia, con i parenti e con gli amici- è quello che corrisponde non a un operare illusorio e in sorvolo, jupiteriano appunto, bensì a un’azione dal basso: faticosa, marginale e – ma solo prima facie- minima.

Les braises
Virginie Efira

La crisi entrerà dirompente nella coppia quando Karin, dopo l’ennesima umiliazione subita dai meschini capetti aziendali, si unirà con entusiasmo -e con una nuova spinta a una forma di soggettivazione non più subalterna al modello femminile che la relega al domestico e al limite, ma appunto sempre dentro la solita stanza, al sensuale- al gruppo ancora non stabilmente organizzato degli attivisti locali che aderiranno, di lì a poco, al movimento nascente dei Gilet Gialli. L’uomo, come spesso accade, ci metterà molto di più a scardinare le abitudini (e i privilegi) della propria vita, e il film ha anche il merito, in questo, di mostrare una donna che non si piega ai ritmi e alle paure (e alle malinconie) del partner, ma che va dritta come una freccia (Passion?) verso un desiderio di collettività, di visibilità e soprattutto di giustizia -la base del riconoscimento e dell’uscita da ruoli e maschere indossate per farsi accettare, o peggio per ambiziosa collusione.

La regia segue i personaggi con rigore e insieme con affetto e partecipazione, posizionandosi anch’essa “dal basso”, in modo da trovare presa non tanto in tesi precostituite, quanto piuttosto negli sguardi (ci sono molte soggettive), nei gesti con cui Karin e Jimmy cercano, evitano o animano a seconda il dialogo o lo scontro, nell’accensione e nell’intermittenza della traiettoria dei desideri che fa sì che da ordinaria la Vita diventi finalmente Activa – e “in fiamme”, come suggerisce la traduzione anglofona del titolo, rileggendo anche il martirio (dell'”attivista”) Giovanna d’Arco. E come accade con percorsi politici che coinvolgono esistenzialmente le vite, trasformandole, non si potrà più tornare indietro -l’attivismo, sembra dirci Kruithof, è una postura del corpo e degli affetti oltre che della mente. Non c’è separazione, dunque, tra vita e politica (e non solo): mossa rivoluzionaria contro chi, con i dualismi, legittimanti anche la più brutale repressione sociale (assai riuscite le scene degli assalti, improvvisi e fuori controllo, contro i manifestanti), vorrebbe conservare lo status quo.

Il film procede in alternanza tra dramma familiare e contesto sociale, mantenendo in questo un buon equilibrio, lasciato aperto anche nel bel fuoricampo finale che non chiude in un copione l’ultima scena.

Riuscita anche la scelta di far collaborare ed entrare in collisione performance e corpi attoriali professionali, seppur intensi, come quelli di Efira (ricordiamo ancora con gaudio la sua strepitosa prova in Benedetta di Paul Verhoeven) e di Worthalter, con quelli, schietti e aperti, di effettivi attivisti, di cui alcuni appartenuti al gruppo originario dei Gilè gialli. Un modo con cui restituire anche la materialità metamorfica e incendiaria della brace: non più legno non solo carbone, piuttosto soluzione che può aprire a improvvisi avvenire.


Les Braises (Ablaze) – Regia: Thomas Kruithof; sceneggiatura: Jean-Baptiste Beaudion e Thomas Kruithof;  fotografia: Christophe Beaucarne; montaggio: Jean-Baptiste Beaudion; musica: Grégoire Auger; interpreti: Virginie Efira, Arieh Worthalter, Mama Prassinos, Justine Lacroix, Loup Pinard;  produzione: 24 25 Films, Una sociéte Mediawan; origine: Francia/ Belgio, 2025; durata: 102 minuti.

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