Il testamento di Ann Lee di Mona Fastvold

La figura di Ann Lee, la predicatrice e profetessa realmente esistita  della setta degli shakers, un culto cristiano nato in Inghilterra nella seconda metà del  ‘700 e poi esportato nel New England come derivazione del quaccherismo di matrice puritana, è un soggetto che si presta ad essere rappresentato cinematograficamente: il suo operato prendeva ispirazione infatti a partire da una serie di (pre) visioni che la inducevano ad autoproclamarsi sposa e  portavoce di Cristo in  terra, e si manifestava poi nella celebrazione di danze e di canti che spingevano gli adepti a uno stato di trance, a una risonanza e a una vibrazione indotta dal succedersi di movimenti ondulatori e scattosi del corpo (da cui il termine shakers, gli “scuotitori”). Un rito dunque sorretto e condotto come se fosse una vera e propria performance teatrale, un musical sacro che nel gesto e nel canto esprime la propria collocazione all’interno di un contesto sociale e culturale, occupato e percepito come uno spazio scenico.
Il presupposto con il quale Mona Fastvold ha realizzato Il testamento di Ann Lee, sua terza regia, è proprio quello di trovarsi di fronte alla messa in scena di un musical che cerca le proprie radici nel racconto popolare, nel tramandare le gesta di questa donna, una delle prime e  più significative esponenti carismatiche di un movimento religioso, in quella zona intersezionale del racconto tra Storia e Mito, tradizione oralmente tramandata e documento, immaginazione e realtà. L’overture, annunciata da un cartello con illustrazioni e designi che scandiranno il succedersi degli avvenimenti (più fermando delle parole chiave evocative che una capitolazione consequenziale), introduce la prospettiva adottata: è la più vicina e fedele tra le adepte e gli adepti di Lee, che concedeva  sia agli uomini che alle donne di accedere al sacerdozio, a dichiarare che verranno riportate le gesta della loro “madre” ( cosi si faceva chiamare assumendo su di sé i tratti di una nuova Madonna universalista), avendone avuto testimonianza diretta.

Il testamento di Ann Lee

E in questa devota asserzione c’è già un’ambiguità ironica, un dettaglio di sottile paradosso da tenere presente per rendere sostenibile quello che poi effettivamente si andrà a vedere ed ascoltare. La portavoce e narratrice che ha visto ha infatti ora un occhio accecato, e la sua inquadratura frontale trasmette una sensazione di opacità, di straniamento, di vuoto che lascia il margine al compensamento della fantasia laddove lo sguardo, seppur tramandato, non ha un verificato e documentato punto di partenza. Nelle intenzioni sembra esserci poi  anche il ribaltamento della prospettiva sulla storia delle “streghe” di Salem, le donne accusate e condannate per  sacrilegio e vilipendio da una comunità di sacerdoti e predicatori uomini negli Stati Uniti del XVII secolo, un fatto al quale Arthur Miller si ispirò per il suo celebre dramma Il crogiuolo. La vocazione religiosa, letteralmente intesa ed esperita come il darsi anima e corpo all’interno di un orizzonte temporale  e nell’attesa dell’avvento di una profezia, secondo la concezione millenarista ed escatologica, non è più la stigmatizzazione dell’isterismo femminile nella manipolatoria ottica patriarcale. È al contrario una scelta fideistica che si traduce in pratica, comunità, solidarietà. Se il precetto fondamentale che Lee impone per affiliarsi è la rinuncia al desiderio carnale, la vicinanza della vibrazione corporea nella pratica della preghiera ne è la palese sublimazione. Fastvold è piuttosto esplicita sul significato sessuale di ogni gesto, fino ai limiti del ridicolo involontario: nelle scene di erotismo tra Ann e il lascivo marito fabbro, il crescente rifiuto nei confronti dei rapporti sessuali è associato proprio a inserti subliminali, piuttosto rozzi in verità, di animali, in particolare, per non rischiare di essere fraintesi, di un sibilante serpente che suscita il biblico disprezzo della donna. Sempre seguendo una forzata lettura ironica, dovrebbe trattarsi di una sorta di condizionamento inconscio scaturita da una lettura sempre più fanatica delle sacre scritture, che Ann ha assimilato fino alla convinzione di essere ispirata direttamente da Cristo.

Il testamento di Ann Lee
                  Amanda Seyfried

E qui entra in gioco una seconda ambivalenza tra il raccontato/cantato delle parole e il percepito/visto dagli occhi: le allucinazioni premonitorie di Lee, e poi quelle degli altri e delle altre seguaci, vengono o per nulla mostrate oppure suggerite da dei frammenti che emergono improvvisamente e che sono sempre più sfuggenti, i pezzi di un puzzle che la profeta ricostruisce nella propria mente e restituisce a chi l’ha ascolta con la forza di una convinzione profondamente fideistica, anche più grande della visione chiara e definita che dovrebbe motivarla e attivarla. La problematicità sta nel fatto che Il testamento di Ann Lee a un certo punto comincia a prendersi gravemente sul serio, e non nel senso che non debba trattare con la dovuta attenzione e cura il personaggio della protagonista e il suo ministero. Si pone la questione però di una giusta distanza, di una mediazione percettiva tra la pratica fisica, corporale, terragna e stagionale di questo culto e la tensione metafisica e trascendente, lo stare piantati in una terra, tra l’altro pioneristica e ostile com’erano ancora gli Stati Uniti di quell’epoca, e il tenere gli occhi e le braccia rivolti verso un cielo attraversato costantemente da una luce plumbea e minacciosa, nella quale Fastvold avvolge e ancora le sue immagini . Come se avesse fatto propria l’ambizione della sua eroina, in un processo metalinguistico accostabile alla sovrapposizione che si potrebbe ricavare tra lo sguardo del regista e quello abissato e poi riemerso sulle macerie post olocausto dell’architetto di The Brutalist  (il film di Bradley Corbet che Fastvold, che ne anche la compagna di vita, ha co-sceneggiato; qui è Corbert che ricambia sceneggiando insieme a lei): c’è il tentativo di guadare oltre le miserie di un mondo violento, disperato, incapace, oppure non volente, di accogliere idee o suggestioni differenti, specie se portate dalla voce e dallo sguardo di una donna. Ma ironicamente è proprio questa ambizione a risultare irritante, artefatta, supponente, non tradotta su un piano scenico da sequenze che invece di essere ipnotiche risultano stanche e appesantite, o che, pur nell’abbondanza di eventi anche brutali e dolorosi (i bambini partoriti morti da Ann, le scene coniugali quasi sadomasochistiche, le torture finali degli intolleranti coloni statunitensi inflitte ai membri della setta), rimangono  incompiute e imprecise come le visioni della profetessa. Gli stessi occhi spalancati su questo e sull’altro mondo di Amanda Seyfried, che interpreta comunque Ann Lee con il trasporto del ruolo della vita, tradiscono un dubbio e un’incredulità di fronte a certe situazioni , come quella in cui il consorte, stanco di sottostare al divieto del sesso, le porta in camera una prostituta e la costringe ad avere un rapporto orale davanti a lei. Ciò che lascia sconcertati non è certo il contenuto della scena in sé, quanto il modo assai goffo, sciatto, triviale che emerge anche altrove;  sintomo, per contraddizione, di un’assenza di rigore e dunque di sguardo, che è richiesto proprio laddove si voglia esplorare il confine tra l’ordinario e l’eccessivo, e, su un piano estetico, tra il miserabile e il sublime.

In questa penuria è forse salvabile veramente una sola sequenza: la preghiera che Ann e la sua famiglia allargata di fedeli celebrano sulla nave dei migranti diretta in America, sintetizzata nella coreografia che racchiude in sé i colori, le intemperie, gli abiti e le espressioni delle stagioni di un lungo viaggio. Per una volta, il senso del tempo e della natura restituito in connessione con il dispiegarsi di un umano movimento interiore.

In Concorso alla Mostra di Venezia 2025.
In sala dal 15 marzo 2026.


Il testamento di Ann Lee (The Testament of Ann Lee) – Regia: Mona Fastvold; sceneggiatura: Mona Fastvold, Bradley Corbert; fotografia: William Rexer; montaggio: Sofia Subercaseaux; musica: Daniel Blumberg; interpreti: Amanda Seyfried, Lewis Pullman, Thomasin McKenzie, Matthew Baerd, Stacy Martin,  Cristopher Abbott, Scott Handy, Tim Blake Nelson; produzione: Kaplan Morrison, Intake Films Production, Annapurna Pictures, Searchlight Pictures; origine: USA, 2025; durata: 136 min.; distribuzione: Walt Disney.

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