La donna più ricca del mondo di Thierry Klifa

La Femme la plus riche du monde (La donna più ricca del mondo).

 Isabelle Huppert eccelle e si fa icona qualsiasi ruolo interpreti: che si finga boss della malavita, interprete dall’arabo, specializzata in intercettazioni per l’antidroga di Parigi (La padrina – Parigi ha una nuova regina, Jean-Paul Salomé, 2019), temibile direttrice della Maison Dior negli anni Cinquanta a Parigi (La signora Harris va a Parigi, Anthony Fabian, 2022), sindacalista di un’azienda leader nel campo del nucleare (La verità secondo Maureen K., Jean-Paul Salomé, 2022), scrittrice che va in Giappone perseguitata dal fantasma del marito defunto (Viaggio in Giappone, 2024, Élose Girard)  Huppert veste ogni personaggio con la sua aura, distaccata osserva fiera le cose dall’alto del suo stile ineccepibile ed eterno. Se questo sia un bene o un male dipende dai film, dai registi, dalle sceneggiature.

Il film di Thierry Klifa è liberamente ispirato alla storia vera dello scandalo riguardo al rapporto tra Liliane Bettencourt, imprenditrice più ricca di Francia e erede del gruppo L’Oreal, con il fotografo e scrittore François-Marie Banier.

Huppert è Marianne Farrère, snob, altera, piena di sentenze sulla ricchezza di cui non vergognarsi, orgogliosa di essere figlia di un grande imprenditore e di aver ereditato i suoi geni, potente senza vergognarsi di ribadirlo con ogni gesto a chiunque le sia accanto, familiari compresi. Frédérique (Marina Foïs sempre più brava), la figlia non amata, ha sposato con matrimonio misto un ebreo praticante, ha fatto un figlio Christophe, unico nipote viziato al punto da ricevere in regalo dalla nonna un milione di euro, suona il pianoforte per hobby ma quando incide una registrazione di Bach su disco tutte le copie vengono acquistate dalla madre, è una donna insoddisfatta, cresciuta nell’ombra e in un lusso limitante.

La donna più ricca del mondo
    Isabelle Huppert e Marina Foïs

Marianne compra tutto con quel denaro che non si può mai nominare (la figlia ammette di essere stata allevata senza mai menzionare la parola): la fedeltà della servitù, l’affetto della figlia, l’opinione pubblica (è azionista di giornali e televisioni). Per rinnovare la sua immagine accetta la proposta di rilasciare una intervista al magazine Selfish: la redazione manda Pierre Alain Fantin (Laurent Lafitte), un fotografo esuberante e smaliziato, senza peli sulla lingua, che per primo la tratta da essere umano senza remore di spettinarla per gli scatti fotografici, di suggerirle di cambiare mise e accompagnandola al suo armadio a farle provare una serie di abiti, la prende in giro con ironia e leggerezza. La donna aveva bisogno di movimento: si invaghisce dell’istrione che la imbambola dichiarandosi scrittore fallito, fotografo geniale, intellettuale ardito. È un incontro fatale: presto sono mal visti, i familiari di lei si preoccupano quando vedono che gli elargisce come spicci assegni milionari. L’essere osteggiati rinforza nella donna il desiderio di autonomia: si porta dietro ovunque lo sfrenato omosessuale (a volte con fidanzato annesso), nella casa al mare Pierre Alain scandalizza tutti con i suoi amplessi rumorosi, le battute oscene, frivole crudeltà con un fondo di verità e molto gusto per lo scandalo.

Il marito di Marianne, Guy Farrère (André Marcon) tenta di convincere la moglie della mala fede del nuovo invadente amico ma viene zittito con convinzione. Marianne torna a respirare quando va a ballare nei locali gay, trascinata in festini danzanti con cocaina e risate, non le importa che Pierre Alain si approfitti, spendere non le costa niente, che sia un carboncino di Goya, un Fragonard, un Odilon Redon, nulla vale quanto la carica energetica che ha preso la sua vita da quando lo ha incontrato. Tutti intorno vedono oltre il filtro innamorato di Marianne, riconoscono nel fotografo un approfittatore, un impostore, un uomo senza arte né parte che crede di aver trovato la gallina dalle uova d’oro. Frédérique, in quanto figlia non amata, alla quale nessuno ha dato fiducia in se stessa, vissuta nella vergogna del privilegio di nascita, insicura e scontenta, non riesce a stare al gioco di sua madre: sebbene all’inizio abbia tentato di accettare la presenza indesiderata di qualcuno nel cuore di ghiaccio di sua madre, ad un certo punto il limite dell’ammontare di denaro elargito è colmo. Non ci sono altre strade che portare il caso in tribunale, far dichiarare la madre aggirata per incapacità di intendere e di volere, aprire il vaso di Pandora e gettarsi in pasto ai media, tutto meglio dello scempio in atto.

La donna più ricca del mondo
  Laurent Lafitte

I ruoli sono ben scritti, il rapporto tra madre e figlia è complesso nell’aridità, il maggiordomo Jérôme (Raphaël Personnaz) stretto in un rapporto sottilmente ambiguo col padrone di casa morente, la figlia Frédérique abilmente scolpita nelle linee spigolose del viso di Marina Foïs, dapprima sottotono, poi, piano piano che il raggiro si compie sempre più consapevole e decisa, come se la decadenza cognitiva della madre potesse corrispondere a una personale maggiore presa di coscienza di sé dando importanza anche al suo ruolo all’interno della famiglia e della multinazionale azienda.

Le commedie francesi hanno il pregio, almeno all’occhio di un pubblico italiano, di una grande scorrevolezza recitativa, un planare sugli stereotipi, l’affabilità di una narrazione sfaccettata anche su terreni meno originali, già battuti.

Il mito dello straniero che si innesta in un contesto già corrotto, in via di disgregazione, diventando detonatore riporta alla mente mille titoli, tra cui si impone prepotentemente come esempio irraggiungibile Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini.

 

Film d’apertura di Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese (Roma 7 – 15 aprile 2026).
In sala dal 16 aprile 2026.


La donna più ricca del mondo   (La femme la plus riche du monde) – Regia: Thierry Klifa; sceneggiatura: Jacques Fieschi, Thierry Klifa, Cédric Anger; fotografia: Hichame Alaouie; montaggio: Chantal Hymans; musica: Alex Beaupain; interpreti: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Marina Foïs, Raphaël Personnaz, André Marcon, Mathieu Demy, Micha Lescot, Joseph Olivennes, Yannick Renier, Patrick Sobelman; produzione: Reciflms, Wy Procutions; origine: Francia/ Belgio, 2025; durata: 123 minuti; distribuzione: Europictures

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