Michael di Antoine Fuqua

 A riguardarli oggi, mentre ci avviamo a passo spedito verso il ventennale dalla morte dell’artista, i numeri e i record stabiliti dalla pop star statunitense Michael Jackson (1958- 2009) appaiono da capogiro. Da bambino è stato il cantante più giovane a raggiungere il primo posto nelle classifiche USA per un singolo, il suo album di maggior successo, Thriller, è l’album musicale più venduto di sempre, così come i suoi tour mondiali hanno stabilito record anch’essi insuperati. Dato non meno significativo e per certi versi controverso, è il fatto che dalla sua morte, la sua fama non ha smesso di generare ricavi per la casa discografica che detiene i diritti della sua produzione musicale. A conferma del fatto che, tutt’oggi, è ancora uno degli artisti più amati ed ascoltati di sempre, ma anche che la macchina dello showbiz, che ruota attorno alla sua figura, non ha smesso mai di girare, neanche dopo la sua dipartita. Non è un caso, forse, che altri due artisti musicali che condividono con Jackson la vetta di questa speciale classifica, abbiano goduto, negli ultimi anni, di un proprio biopic. Ci riferiamo, ovviamente, a Elvis Presley con la pellicola Elvis, diretta da Baz Luhrmann nel 2022, e a Freddy Mercury, sulla cui vita è incentrata la pellicola Bohemian Rhapsody diretta da Bryan Singer nel 2018. L’universo dello spettacolo, in ultima analisi, sorta di Uroboro, oltre gli artisti, pare fagocitare anche se stesso, in un moto che appare incessante. Un’attitudine che ha dato luogo a numerose riflessioni nel cinema Hollywoodiano (e non solo) contemporaneo, anche in quello Horror (si vedano, giusto per citarne un paio, Smile 2 e The Substance, entrambi del 2024).

Michael (Juliano Krue Valdi), settimo figlio di nove, è il più piccolo dei fratelli che compongono la band di teen-ager conosciuta come The Jackson 5, di cui fanno parte anche i fratelli Jackie (Joseph David-Jones), Tito (Rhyan Hill), Jermaine (Jamal R. Henderson) e Marlon (Tre Horton). A dispetto dell’età, tuttavia, Michael è anche quello che dimostra le doti canore e di ballo maggiori. Nella piccola casa di Gary (Indiana) i giovani sono allevati alla musica dalla guida, ingombrante e anaffettiva, del padre Joseph (Colman Domingo), che vede nel possibile successo dei figli una fonte di riscatto personale a una vita umile e fatta di stenti. Quella di Joseph può essere definita come una vera e propria ossessione, per assecondare la quale sottopone i figli a estenuanti sessioni di prove, di cui, a farne le spese,  più di tutti, è proprio il giovane Michael, che dal padre è terrorizzato e da cui subisce continue punizioni corporali. Sensibile e solitario, proprio come il Peter Pan che ama tanto, sogna di sfuggire al mondo degli adulti nella sua personale Neverland.

La grande occasione per lui e i suoi fratelli finalmente arriva, quando, dopo una serie di tour dal discreto successo, vengono messi sotto contratto dalla Motown Records e il giovanissimo artista viene preso a ben volere dalla figura paterna incarnata dal produttore Berry Gordy (Larenz Tate) che, per primo, ne intuisce le doti fuori dal comune. Da lì in avanti, come si suol dire, è storia. Arrivano le prime hit del gruppo che iniziano a scalare le classifiche di vendita, raggiungendo il primo posto (I Want You Back, nel 1970, fu la prima, cui seguirono altri singoli famosi come ABC, The Love You Save e I’ll Be There) e permettendo alla famiglia di lasciare la casa di Gary per la decisamente più confortevole villa di Encino (California). Passano gli anni, il successo si consolida e Michael inizia la propria carriera da solista, alla Motown succede la Epic Records e al giovane si affiancano altre figure, di fratelli maggiori e padri surrogati, che lo sostengono nella sua maturazione umana e artistica: la guardia del corpo Bill Bray (KeiLyn Durrel Jones), il leggendario produttore Quincy Jones (Kendrick Sampson) e l’avvocato John Branca (Miles Teller). Nonostante tutto il successo, il denaro e la stima che lo circonda, tuttavia, il Michael che si affaccia alla vita adulta (Jaafar Jackson, vero nipote di Jackson, al suo esordio, straordinario, come attore) conserva i tratti del bambino sensibile, insicuro e solitario, traumatizzato dalla figura di Joseph, l’unica vera presenza negativa del film, senza possibilità di appello.

Disclaimer necessario: il film, nonostante alcune dichiarazioni del produttore Graham King, non sfiora, neanche dal punto di vista cronologico, gli scandali sessuali che videro coinvolto il Re del Pop a partire dal 1993.

La narrazione si ferma alla serie di concerti che il cantante tenne, a partire dal luglio del 1988, al Wembley Stadium, tappa fondamentale del suo Bad World Tour iniziato un anno prima, in un ideale rimando proprio al finale di Bohemian Rhapsody , di cui si è detto, e di cui sembra mutuare anche la necessità di una figura negativa da contrapporre all’eroe (ma non vale forse lo stesso discorso anche per Elvis?).

E, in effetti, quello del viaggio dell’Eroe di Vogler, della struttura narrativa che guarda alla favola edificante per famiglie, è una veste che l’opera diretta da Antoine Faqua, su sceneggiatura di John Logan, veste in modo consapevole (ma anche un po’ rischioso). Il tentativo è quello di mettere davanti l’uomo all’artista, di umanizzare l’icona rendendone accessibili fragilità e paure al grande pubblico. Le zone d’ombra, pure esistenti nella vicenda personale di Jackson, e al centro della morbosa curiosità mediatica, vengono deliberatamente tralasciate.

Michael
    Jaafar Jackson

Il rischio è però anche quello di ridurre l’uomo a santino, di ricondurre la sua parabola esistenziale a nessi causali sin troppo chiari e privi di asperità. Nonostante questo, la scrittura drammaturgica è efficace e sortisce l’effetto voluto, facendoci immedesimare (per lo meno, queste sono le sensazioni che chi scrive ha provato) nel bambino maltrattato da un padre violento, dell’uomo adulto sensibile verso l’altrui sofferenza, dell’artista solo con problemi di autostima e dei traumi passati che ne condizionano le scelte adulte.

Ma, come nel libro che Michael ama sfogliare da piccolo, anche il nostro Peter Pan possiede una sua ombra irrequieta, che il successo discografico non contribuisce certo a lenire, anzi.

Come si accennava in apertura, Faqua e Logan si soffermano a riflettere (forse troppo poco, peccato!) sul rapporto, sbilanciato, tra l’uomo e lo showbiz, i suoi ritmi frenetici e alienanti, come quelli della catena di montaggio di Tempi Moderni (1936), che Michael adora vedere in home video assieme alla mamma (Nia Long). E ancora una volta è la figura mefistofelica del padre Joseph (ottima la prova di Colman Domingo) a incarnarne i tratti peggiori, lasciando aperto un dubbio non banale: quanto ha influito sul successo del cantante il rapporto conflittuale avuto col genitore e la sua ossessiva ricerca della perfezione? E’ tutto frutto delle sue non comuni doti innate, oppure qualche merito può essere attribuito all’incessante e costrittiva preparazione cui Joseph sottoponeva i propri figli?

Ultima, doverosa, annotazione. Sebbene questo film non sia privo di imperfezioni, ci sentiamo di consigliarne la visione, poiché può contare (ça va sans dire) su una colonna sonora strepitosa e sull’ancor più strepitosa prova attoriale e canora dell’esordiente Jaafar Jackson.

Il finale, poi, lascia aperto lo spiraglio per un possibile sequel…

In sala dal 23 aprile 2026.


Michael – Regia: Antoine Fuqua; Sceneggiatura: John Logan; fotografia: Dion Beebe; montaggio: John Ottman, Harry Yoon; musica: Lior Rosner; interpreti: Jaafar Jackson, Juliano Krue Valdi, Colman Domingo, Nia Long, Miles Teller; Laura Harrier, KeiLyn Durrel Jones, Kat Graham, Larenz Tate, Kendrick Sampson, Jessica Sula, Jamal R. Henderson, Tre Horton, Rhyan Hill, Joseph David-Jones; produzione: Graham King, John Branca, John McClaine; origine: USA/ Regno Unito, 2026; durata: 127 minuti; distribuzione: Universal Pictures Italia.

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