28° Far East Film Festival (Udine, 24 aprile-2 maggio): Unchained di Yoshida Keisuke (Concorso)

L’assenza di limiti, intesi anche come freni inibitori, alla quale rimanda la parola Unchained, traduzione internazionale del titolo del film diretto da Yoshida Keisuke, potrebbe significare, e tradursi di conseguenza, anche come un’assenza di confini e di spazi che contengono e danno una forma, o un’incanalatura, agli istinti e agli impulsi di rabbia e di violenza auto ed etero distruttiva. Questi non luoghi di una periferia giapponese contemporanea, più anonima che degradata, sono attraversati da bande di adolescenti che travalicano qualsiasi residuale umano di compassione nello scontro corpo a corpo con l’avversario, spesso provocato o provocatore per quanto mai superficiali motivi e pretesti, sintomi di un malessere al quale non si riesce a dare un nome, figuriamoci una causa. In questa zona franca, la fisicità appare come l’unico strumento per relazionarsi, anche quado i comportamenti sono lastricati di buone intenzioni. Entra così in scena il corpulento Nishi Kengo, che è stato un ex criminale anche piuttosto efferato e sadico, e  che dopo l’esperienza del carcere, ha intrapreso un percorso di riabilitazione e di non terminata espiazione, cercando di redimere i ragazzini ridotti a teppisti e sbandati, inserendoli, con il bene placido dei genitori, in un centro rieducativo che ricorda l’equivalente dell’occidentale  “La città dei ragazzi” : una comunità dove vivere insieme, imparando il valore dell’altro attraverso la condivisione quotidiana.Unchained

Per portare avanti un proposito educativo così virtuoso, l’uomo continua però ad utilizzare quella stessa violenza che potrà anche cambiare di segno nella prospettiva dalla quale viene utilizzata e da chi la mette in atto, ma che produce ugualmente dolore, costrizione, repressione. Un circolo perverso che Nishi sembra rivendicare, partendo da un presupposto che si basa su una sorta di sindrome da immunodeficienza, per cui dal male ci si difende e ci si cura procurando altro male ai responsabili. Un teorema che presenta contraddizioni e compiacimenti, entrambi ambiguamente confinanti nel modo di portare avanti il racconto scelto da Yoshida; la figura più emblematica di questo continuo slittamento di senso in Unchained, che passa per le azioni e per i contesti, è quella dell’adolescente Kaito, il più aggressivo e borderline delle giovani persone che Nishi prende a forza sotto la sua ala protettiva, e che si presenta già dichiarando di non riuscire a provare dolore per la sofferenza inflitta agli altri, anche quando particolarmente efferata e irreparabile ( un uomo a cui ha frantumato una gamba lanciandogli un sasso,  fino a procurargli un handicap permanente). Il suo riscatto può passare attraverso la manualità e la concretezza di qualcosa da costruire e non da distruggere, come un pollaio; ma lo spostamento di una così minacciosa carica di aggressione non elimina la parte oscura, l’attitudine di una personalità cresciuta sotto la plumbea nube dall’opacità indefinita della strada e della marginalità.

Kaito continua a spingere, sfasciare giù dalle scale, a mettere a ferro e fuoco gli ambienti e i fragili corpi dei coetanei e delle coetanee con i e le quali entra in un contatto che non può che essere collisione e scontro. Unchained alterna, dunque, due registri che non provengono da una matrice risolta, neutrale, equa. In primis Nishi si trascina un passato che non può essere evitato o rimosso perché si presenta ciclicamente davanti a lui, in carne e ossa rotte, come, per una paradossale coincidenza che appare una forzatura della sceneggiatura, il padre di Kaito, al quale aveva distrutto una gamba a colpi di martellato e spento delle sigarette sul collo. E il sorriso talora esagitato e infantile di quel ragazzone, convinto di essere un buon patriarca (contraddizione già in termini) è costantemente offuscato dall’ombra di quelle terrificanti rappresaglie del passato, nei confronti di individui inermi, spiazzati, annichiliti e atterriti fino all’umiliazione gratuita e crudele. Non ci sono, intelligentemente, flashback sulla storia di Nishi, per cui non abbiamo riscontro che quello che racconta di sé sia realmente accaduto, specie nella parte più patetica e drammatica ( la morte della compagna e del figlio neonato in un incidente stradale); anche se la regia è parecchio sbilanciata verso una comprensione e giustificazione dei suoi strumenti educativi impropri e non ortodossi, l’ineluttabile schiaffo piazzato per il bene di una generazione di figli che hanno tradotto l’interna dissociazione e alienazione delle loro emozioni nell’esternazione sistematica e codificata di un linguaggio fondato sulla prepotenza e sulla prevaricazione.

Unchained

L’eterogeneità dei casi, a parte quello eclatante di Kaito, include anche quello di una ragazza fragile e bullizzata che arriva a tentare il suicidio, cercando e trovando non nel pugno chiuso ma nelle braccia aperte di Nishi il sostegno per sostenere quella sofferenza. In questa appianante prospettiva, è comunque discutibile mettere sullo stesso piano l’apatia psicotica e l’estrema vulnerabilità autolesionista, non prendendo in considerazione la specificità di ogni sintomo. Quello che però potrebbe sembrare un atteggiamento qualunquista nel confrontarsi con una questione più complessa e più stratificata della verticale e populista soluzione offerta dal protagonista, potrebbe  essere anche la constatazione amara e desolante di un territorio abbandonato a sé stesso, dove le istituzioni statali, a cominciare dalla scuola, sono esterrefatte e impotenti, uno stato delle cose ben riassunto dal volto spaurito della giovane insegnante della scuola dove va Kaito; sarà lei a segnalarlo a Nishi per il suo bene,  innescandone poi successivamente, con la sua presenza durante una visita, la miccia di una furia sopita e non domata. Il materiale di Unchained è talmente ricco e incandescente che la scelta di una regia virata al realismo con una cifra piuttosto monocorde e che non si avvicina troppo neanche ai corpi acciaccati, feriti e maltrattati preferendo la distanza di sicurezza di campi medi e lunghi, per quanto mortificante sul piano della percezione visiva, mantiene una propria coerenza interna.

Lo specchio di una frazione di realtà dove potrebbero essere convogliati i respiri, le tensioni, le contradizioni esperiti sugli scenari dei ragazzi di vita e di borgata dell’una e dell’altra parte del mondo; salvo poi svelare le inclinature di una superficie che rischia e cerca il gesto consolatorio:  nei mille pezzi del puzzle di una Mercedes offerto in regalo come compensazione e perdono; nel contagio di una caduta in simultanea per due uomini interconnessi dal trauma di una gamba rotta dal bullo di torno;  nella risata senza freni di Nishi, che scopre in metropolitana il commento di un terribile monito a proposito di lui.


Unchained (Shigatsu no Yohaku) – Regia e sceneggiatura: Yoshida Keisuke; fotografia: Shida Takayuki; montaggio: Komino Masashi; musica: Sebu Hiroko; interpreti: Ichinose Wataru, Kaho, Kohsaka Hayato, Shinohara Atsushi, Urabe Fusako, Yamazaki Nanami, Takada Mansaku, Matsuki Daisuke, Ozawa Mayu, Patrick Harlan; produzione:  Kusunoki Tomoharu, Ozeki Gen; origine: Giappone, 2026; durata: 106 minuti.

 

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