44° Bellaria Film Festival (6-10 maggio): Providence and the Guitar di João Nicolau (Miglior Film Concorso Casa Rossa internazionale)

Providence and the Guitar – Voto 

Providence and the Guitar

Affrontare uno squarcio di vita ambientato nel passato con il gusto punk e dissacrante di un’attitudine, di una posizione e, attraverso un’ ellissi spazio-temporale, di un passaggio vero e proprio narrativamente parlando, nel presente, è un rischio che può permettersi forse solo una cinematografia fuori dalle tendenze e dalle convenzioni come quella portoghese. In Providence and the Guitar, João Nicolau parte infatti dall’esplorazione di un’epoca imprecisata, probabilmente risalente agli inizi del XIX secolo o un periodo anche antecedente, e si concentra sul duetto pubblico e privato, tra realtà e finzione, di una coppia di attori, cantanti, menestrelli, artisti di strada ed eccentrici sposi, Léon ed Elvira. Il loro palcoscenico non ha i limiti prescritti di un teatro, di un luogo istituzionale e deputato all’esecuzione della performance, ma può essere dovunque e in ogni momento: la stanza dell’albergo della piccola cittadina di provincia dove temporaneamente alloggiano, le piazze, le strade, i vicoli diurni e notturni, ma anche la questura dove si recano a chiedere il permesso al commissario locale per esibirsi pubblicamente e la locanda frequentata da un invecchiato manipolo di avvinazzati e annoiati avventori; quest’ultima viene  selezionata con acutezza dalla scaltra  Elvira come scena della commedia sentimentale che la stessa donna ha scritto per lei e per il marito, inframezzata dalle esecuzioni di canzoni che esaltano la creatività degli artisti e mettono alla berlina la stoltezza dei potenti.

Providence and the Guitar

La stessa pièce di Elvira è in fondo la parodia dei giochi di ruolo delle coppie normate dai codici di un patriarcato anche storicamente connotato, e la recitazione enfatizzata e straniante di entrambi ne mette in evidenza le artificiosità e le costrizioni, includendo anche l’atto di stanare un pubblico talvolta distratto e poco generoso, oppure felicemente affabulato e intrattenuto fino ai lazzi più sguaiati. Questa estesa boutade abbraccia poi il resto dello spazio e del tempo e trasforma il porzionato contesto del villaggio nelle stazioni di una sorta di commedia dell’arte, con una vena lunare e surreale. I ruoli sono dunque così distribuiti: l’oste un po’ ottuso che Elvira non riesce però a corrompere, il commissario corpulento  che non si fa mai trovare al posto giusto e poi denuncia la trasgressione della legge, la sua comare moglie che ne schermisce i rozzi atteggiamenti, il giovane artista filosofo che cerca una direzione tra dovere e desiderio, la coppia litigiosa (in speculare contrapposizione all’armonia di Léon ed Elvira) tra le puerili ambizioni artistiche di lui e l’insofferente pragmatismo di lei. Nicolau non si ferma però alla stesura di un canovaccio attraversato dai lampi dell’improvvisazione, ritrovando concettualmente e logisticamente nella pratica nomade e buttata del gesto creativo, la versione ante litteram di un situazionismo che ribalta in modo ludico la staticità e la formalità del potere. I salti apparentemente non giustificati a livello narrativo fino alla Lisbona contemporanea, affondano il loro (non) sense in quel humus di audacia e provocazione: ritroviamo cosi lo stesso attore che interpreta Léon nel ruolo del brusco leader di una band punk e antagonista (per cui scrive canzoni che inneggiano al rifiuto della società capitalista e all’uccisione  del presidente)  e la stessa attrice che interpreta Elvira in  quello di una giornalista e attivista che parla ad alta voce nel parlamento contro la corruzione e lo scenario stantio di una politica trapassata.

Anche dal punto di vista visivo, queste interferenze gettate in mezzo alla struttura del racconto principale di Providence and the Guitar, non presentano differenze, mantenendo la medesima composizione dell’inquadratura in frontali piani sequenza di una durata più breve in confronto al loro impiego in un’opera drammatica, e nel rispetto dell’impianto comico. Se non c’è il punto di una precisa datazione storica, c’è poi l’ipnotica, sospesa e quasi misteriosa messa in scena di un’ambientazione paesaggistica e di un’atmosfera che riproduce la luce di quel posto imprecisato, dove qualsiasi suggestione può entrare e prendere forma. Un realismo magico che è la manifestazione limpida di una ricorrente poetica del cinema portoghese, tra quelle europee la più vicina ad una visione audace, libera, svincolata dalla rigidità razionale e consequenziale di una cultura occidentale che ha bisogno di controllare e giustificare qualsiasi elemento in e fuori campo. In Nicolau risuonano invece, con una freschezza e un’immediatezza molto contemporanee, gli echi del Manoel De Oliveira più soave e insieme caustico (I cannibali, o anche la rivisitazione del buñueliano Bella di giorno diventato Bella sempre) e di un certo spirito anarchico e surrealista di Joao Cesar Monteiro e del brasiliano Julio Bressane, seppur con meno inventiva sul piano visivo e delle associazioni tra parola e immagine;  depurate comunque dalle scorie di qualsiasi strumentalità e funzionalità e sporcate con l’impertinenza dello sberleffo, di un’ironia che non diventa mai gratuito cinismo  perché si ferma sulla soglia della stupore e della tenerezza, e sulla giocosa linea di confine di un divertissement.

Providence and the Guitar

Un teatro dell’assurdo dove l’assurdità assume un valore politico nel momento in cui è l’unico, savio strumento di conoscenza e di decifrazione dei codici di una realtà incomprensibile. L’affannata corsa attraverso i luoghi della storia, sovrapposti nello scambio tra passato e presente, compiuta da Léon come rito per sconfiggere i segni di un’oscura maledizione, osa ancora nell’introdurre sotto forma di elemento perturbante due occhi bestiali e diabolici che appaiono dalla buia foresta. Un incrocio tra lo spettro del fantasma e l’intensa focale dell’animalità, che sembra essere transitato dagli occhi delle scimmie antropomorfizzate apparse ne Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010) di Apichatpong Weerasethakul, senza lo stesso contemplativo significato, ma con un effetto più straniante e digressivo.

Perché la provvidenza (manzoniana ?) del titolo non tocca e non indirizza più gli agiti degli squinternati e  preziosi saltimbanchi (Gli Sfasati come recitava il titolo italiano di una commedia di John Osborne) e viene contraddetta, nella sua verticalizzata  e magnanima discesa dall’alto, dallo stridente suono di una chitarra a posteriori, deriva di uno spettacolo o di un concerto celebrati sulla macerie di un palco post-post Sid Vicious.


Providence and the Guitar (A Providência e a Guitarra) – Regia: João Nicolau; sceneggiatura: João Nicolau, Mariana Ricardo; fotografia; Mário Castanheira; montaggio: Alessandro Comodin; musica: João Lobo; interpreti: Pedro Inês, Clara Riedenstein, Salvador Sobral, Isaac Graça, Jenna Thiam, Américo Silva, Beatriz Brás, Leonardo Garibaldi, João Pereira, José Raposo, Miguel Lobo Antunes; produzione: O Som e a Fúria; origine: Portogallo, 2026; durata: 126 minuti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *