Etty – una serie meravigliosa. Voto ****(*)
Etty è una serie ideata e diretta da Hagai Levi, il geniaccio di In treatment, The Affair e Scenes from a Marriage. Nell’incontro romano al cinema Nuovo Sacher dopo la seconda giornata di proiezione degli ultimi episodi della serie – di cui non si conosce ancora se e quando verrà trasmessa nel nostro paese – Levi ha dichiarato il suo amore per l’Italia. Ad ess è legato familiarmente tramite il nonno Leo Levi, musicologo noto nato in Piemonte, antifascista, allo stesso tempo un ebreo osservante, morto in un campo di concentramento, su cui sta realizzando un nuovo progetto.
Chi è Etty Hillesum? Una giovane donna appassionata, una scrittrice che non ha mai visto pubblicato il suo lavoro, una ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 a ventinove anni.
Etty è un lavoro molto originale, per certi versi difficile da collocare: parlando di Olocausto non mostra immagini di deportazioni o violenza, non è dogmatico, non è programmatico. Attraverso la scelta di ambientare la storia fuori dal tempo, o meglio in un adesso atemporale, che non è il novecento ma non è il contemporaneo attuale – la ricostruzione non esiste, la stazione di Amsterdam ha nel centro della piazzola principale le scale mobili e le luci di Natale su un grande albero, i vestiti dei passanti sono adeguati alla stagione invernale ma non sono costumi di scena – quello dentro cui lo spettatore viene catapultato è un mondo in cui potrebbe aver vissuto qualche tempo fa, potrebbe vivere oggi o anche domani.
Questa scelta a tutto tondo, efficace e potente da tutti i punti di vista, scuote dal di dentro la vicenda di Etty (Julia Windischbauer), una ragazza di ventisei anni che iniziamo a conoscere nel primo episodio – Uno spiraglio di caos – come una intraprendente e indipendente ricercatrice universitaria posseduta dal fuoco della scrittura, capelli pazzi in testa, sguardo curioso sempre alla ricerca dei dettagli, una bicicletta con cui vola per i vicoli della città. Fuori dall’università un manipolo di manifestanti ascolta il comizio di un uomo dai capelli lunghi e la barba che invita a non temere l’autorità. È Klaas Smelik (Gijs Naber), un suo amico scrittore che, come lei, è contro ogni repressione e tutti i separatismi: in città stanno appendendo fuori da negozi e bar cartelli con scritto “via gli ebrei”, bisogna opporsi.

Tornando a casa in bicicletta Etty incontra il professore di cui ha appena seguito la lezione che le racconta che è appena stato licenziato perché ebreo. La ragazza è incredula, non ne capisce il senso, prova a stare vicino all’uomo che appare sconsolato. Etty vuole diventare una scrittrice, eppure mette tutto in discussione, è analitica, scava in profondità e poi si ritrova a non credere più in se stessa, nell’idea primigenia e butta tutto a mare. Non si dà pace per l’ingiustizia subita dal professore tanto che, poco dopo essere arrivata, esce di nuovo e va a cercarlo. Arrivata sotto la sua abitazione si accorge del tumulto, un’ambulanza e delle persone nella strada. Una donna la avvicina. La riconosce, è la moglie del professore: lui si è ammazzato poco prima, Etty dice di avere fatto un tratto di strada con lui, la moglie pensa che lei possa essere stata l’ultima persona con cui abbia parlato. La ragazza è profondamente turbata, passa tutta la notte su un ponte seduta sull’argine guardando il fiume con paura e desiderio.
La voce fuori campo parla di malattia mentale familiare, dannazione, disperazione, egocentrismo e paure. Appena fa giorno corre da un dottore che le è stato consigliato dalla fidata amica Lizzie (Claire Bender), dottor Julius Spier (Sebastian Koch), psicoanalista junghiano che ha smesso di credere nelle terapie classica diventando chirologo, ovverosia un esperto di lettura delle linee della mano. Con il palmo pieno di inchiostro produce una mappa su carta. Etty vuole una diagnosi, parla dei suoi geni malati, i suoi fratelli sono entrambi schizofrenici, teme di esserlo anche lei. Spier è una persona calma che incute fiducia, oltre ad essere di aspetto piacente. Al posto di troppe parole il dottore le propone degli esercizi fisici che ha messo a punto, che riguardano il movimento e il respiro. Si prendono per le braccia e si spingono con forza cercando di far cadere l’altro in una lotta curiosa che ha dell’animalesco. Il dottore le sussurra: Arrendersi può essere meraviglioso, è l’accettazione assoluta.
Etty è sconvolta, la terapia è troppo forte per lei, il suo ego continua a prendere il sopravvento, la scuote, la attanaglia. Non riesce a scrivere, percepisce per il dottore una attrazione repulsione, non fa che indagare dentro di sé. Arriva a conclusioni forti:
D’un tratto uno spiraglio di caos mi ha riempita, ho avuto paura di impazzire come tutta la mia famiglia. Sospetto che siamo destinati a affrontare la vita da soli senza l’aiuto di nessuno.
Attraverso sei puntate ognuna intitolata con una frase dei suoi diari – La ragazza che non riusciva a inginocchiarsi, Il mio medioevo più buio, Il cielo dentro di me, Un trampolino di lancio verso un grande amore, Una benda di molte ferite – Etty Hillesum vive un’epoca storica terribile, l’occupazione nazista, compiendo un percorso personale che va dal narcisismo all’altruismo. Scrive sul diario:
Penso alla cella di un convento. Mi arrendo e mi sento protetta. La mia essenza resta anche se tutto passa. Ascolto da dentro. Mi connetto alla mia voce interiore. A modo mio sento di avere fatto pace con la mia vita. La paura di morire è diventata parte della mia vita. Esiste un destino comune, la solidarietà.
Scandite da una voce narrante fuori campo molto letteraria (proveniente dalla lettura dei diari all’amico Klaas Smelik che li registra per un programma radiofonico) le sei parti compongono, in crescendo, un affresco possente contro l’odio. Etty è una serie che ha una sceneggiatura ineccepibile, un cast di visi azzeccati, è recitata perfettamente, scene e costumi originali, montaggio e musica a tono: è un’opera seriale che ha le caratteristiche appropriate per essere goduta al cinema, come se ne vedono poche.
Spinta da un irrefrenabile anelito spirituale la protagonista sceglie di non salvarsi dal campo di sterminio, ci va di sua sponte, non come fosse votata al martirio piuttosto l’esatto contrario: dopo gli esercizi di Spier, la genuflessione come preghiera, la decisione di scrivere un diario solo per sé e non per un pubblico, Etty Hillesum sceglie la vita accettandola in tutte le sue forme, le buone e le cattive, credendo che all’interno di se stessi sia possibile incontrare il divino, che anche attraverso la sofferenza sia realizzabile mantenere un centro individuale di forza, anima e spiritualità.

Nel finale, facendo la valigia e scegliendo pochi libri (L’idiota di Dostoevskij, Il libro d’ore di Rainer Maria Rilke e La Bibbia), la voce fuori campo scandisce la nuova attitudine della protagonista al termine di un percorso interiore trasformativo e il titolo dell’ultima puntata della serie: Torno sempre a Rilke: una persona deve sforzarsi di essere una benda su molte ferite.
Il regista Hagai Levi ha dichiarato nell’incontro romano: Le idee di Etty Hillesum sono troppo urgenti per il mondo di oggi per restare confinate nella storia; devono irrompere nella nostra realtà vissuta, soprattutto dopo gli orrori che hanno scosso il mondo di così tante persone negli ultimi due anni. Il suo rifiuto dell’odio, la solidarietà con i meno privilegiati e la libertà interiore hanno portato conforto e significato a innumerevoli lettori nei quarantaquattro anni trascorsi dalla pubblicazione dei suoi diari. Io sono uno di loro. Spero che questa serie aiuti a raggiungerne molti altri.
Siamo totalmente d’accordo con lui.
Presentato in anteprima alla Mostra di Venezia 2025 (Fuori Concorso).
Etty – Regia e sceneggiatura: Hagai Levi; fotografia: Martijin van Broekhiuzen; montaggio: Yael Hersonski, Neta Dvorkis, Asaf Korman; musica: Volker Bertelmann, Raffael Seyfried, Ben Winkler; interpreti: Julia Windischbauer, Sebastian Koch, Leopold Witte, Gijs Naber, Claire Bender, Chris Peters, Maurice Vonk, Coen Brill, Yara Brand, Hans Ligtvoet, Ali Ben Horsting; produzione: Les Films du Poisson, Komplizen Serien, Topkapi Series, Quiddity, Sheleg, Arte FRANCE; origine: Francia/ Germania/ Paesi Bassi, 2025; durata: 327 minuti.
