Jupiter. Voto ****. Un appassionante Kammerspiel di Alexander Smia, al suo secondo lungometraggio, sulla situazione internazionale odierna fra distopia e iperrealismo.
L’operazione speciale di Putin ai danni dell’Ucraina dura ormai da 4 anni e mezzo, ma ho come la sensazione che aldilà dei numerosi e spesso lodevoli film documentari o semi-documentari nessuno avesse osato cimentarsi a livello fictional con questo evento al quale l’opinione pubblica ha finito, forse, per abituarsi. Adesso viene presentato a Venezia un film francese, Jupiter, parecchio ambizioso che pone al centro proprio questo evento, lasciando intravedere un’escalation davvero disastrosa e quando si dice disastrose s’intende la guerra totale, nucleare.
Ne è protagonista il presidente della repubblica francese, neo-eletto, che risponde al nome di Paul Archimbault, interpretato dal sempre ottimo Denis Menochet già grande protagonista di As bestas di Rodrigo Sorogoyen. Da poco insediato subisce la perdita della figlia (rapimento, uccisione, non è dato capirlo), viene a saperlo al telefono, ma non apprendiamo niente di niente, e la reazione di lui è un prolungato, agghiacciante silenzio, accompagnato da primi, anzi primissimi piani che saranno la principale caratteristica stilistica di tutto il film, equivalente formale di una realtà in cui il soggetto, quel soggetto è davvero solo con se stesso.
Dopo questo prologo drammatico – Jupiter, come una tragedia greca, è diviso in cinque atti – la situazione internazionale che ben conosciamo comincia a precipitare ed entriamo in un Kammerspiel, sempre più tensivo e tetro (a parte una scena iniziale di protocollo di fronte, per intenderci all’Eliseo, il film si svolge tutto in ambienti chiusi), un Kammerspiel al quale partecipano membri del governo che, comunque in una repubblica presidenziale contano il giusto, membri dei vertici militari e, in remoto i capi dei governi: americano, tedesco, inglese e anche italiano (chissà come mai mai proprio una donna…,).
Ma la premier italiana non è la sola donna: anche il presidente americano è una donna – e uno si chiede chissà come sarebbe andato, come starebbe andando il mondo con Hillary e con Kamala al posto del pazzo dai capelli gialli, ma questa domanda controfattuale – what if? – è sostanzialmente inutile. Potremmo dunque definire Jupiter una sorta di continuo summit, in parte un wannabe- summit, al punto che la presidentessa americana si rivela persona di notevolissima moderazione.
Perché un continuo summit? Perché in Jupiter succede anche qualcos’altro che nella realtà non è avvenuto. Il presidente russo che qui si chiama Chernov (Valeriu Andriuta) rimane vittima di un attentato. Vittima, si fa per dire, perché la pallottola arriva a pochi millimetri dalla carotide, e alla fine si salva, ma, ovviamente, è incazzato come una biscia.
[N. B. permettetemi un’amara ma anche ironica constatazione: nel cinema come nella realtà non ci sono più gli attentatori di una volta che andavano a colpo sicuro: da Giulio Cesare a Benazir Bhutto, passando per Lincoln, l’Arciduca austriaco, Gandhi (il Mahatma e Indira), Kennedy, Sadat, Olaf Palme e Rabin].
Come si può immaginare, l’attentato scatena l’inferno perché Putin, oops Chernov attribuisce la responsabilità, il mandato dell’attentato, senza nemmeno tentare di trovare le prove, al presidente ucraino Zelen’sky, oops qui si chiama Kovalenko (Mark Ivanir). E decide di non andarci troppo per il sottile sganciando, senza scrupolo alcuno, una bomba nel Mar Nero o nei pressi.
Qual è la decisione di fronte alla quale si trova Archimbault, insieme al suo staff politico e militare e insieme ai membri, per semplificare, del G7? Rispondere a questa provocazione oppure no? Continuare a difendere l’Ucraina anche con risoluzioni pesanti, pur nella consapevolezza che NON è il proprio territorio a essere stato attaccato, ciò che secondo la Costituzione francese ma anche secondo le regole fondative della NATO dovrebbe costituire la premessa, la causa per il ricorso al nucleare.

Intorno a questa a dir poco drammatica domanda ruota tutto il film e – si stenta a crederlo – la sceneggiatura, la gestione della macchina da presa, la recitazione degli attori (André Dussolier sublime nel rappresentare il Capo di Stato Maggiore) supportano questa, a tratti, ossessiva domanda che attanaglia il presidente francese, che, alla fine, anche per propria colpa, porterà sulle spalle il peso di questa decisione – che ovviamente non rivelerò.
Ma rivelerò invece che incombe su tutto Jupiter un’altra tremenda domanda: l’inclinazione verso questo spregiudicato massimalismo, verso questa rigida petizione di principio, da cui sembra affetto il presidente, è davvero tutta riconducibile al dramma della situazione internazionale o è invece la terribile ferita patita per la morte della figlia ad aver scatenato una sorta di, a tratti, spregiudicata indifferenza, per così dire, erga omnes? Il dilemma politico, il dilemma morale, non si può negarlo, affonda – anche – le proprie radici nell’umano, mai come stavolta, troppo umano.
Dimenticavo: il titolo si richiama al bunker labirintico sotto l’Eliseo dove dopo una corridoio tentacolare e molte password si trova la fatale stanza dove si tratterà di premere il famigerato bottone. Nomen est omen: l’onnipotenza di Giove/di Jupiter/di Zeus che scatena – se vuole può scatenare – i fulmini.
Con assoluta certezza Jupiter arriverà in Italia – e certamente lo merita.
Jupiter – Regia: Alexandre Smia; sceneggiatura: Alexandre Smia, Thomas Finkielkraut; fotografia: Nicolas Loir; montaggio: Pierre Dechamps; interpreti: Denis Menochet, André Dussollier, Reda Kateb, Dominique Blanc, Ella Rumpf, Frédéric Pierrot, Céline Sallette, Cédric Kahn, Jérémy Lopez; produzione: Chi Fou Mi Productions, Nicolas Dumont, Hugo Sélignac; origine: Francia 2026; durata: 87 minuti.
