Al Baraneya. Voto **. Nelle campagne alle porte del Cairo, gli uomini di una famiglia discutono la vendita dei propri campi mentre la cerchia femminile si raccoglie attorno all’anziana matriarca e alla nipote incinta. Stringendo il campo all’intimità domestica, l’esordiente Ashgan El-Hamus finisce per rimanere sospesa in una sterile quiete adolescenziale.
Alcuni bambini attraversano innocentemente la ferrovia, auscultano le rotaie. Un vetusto treno proveniente dalla grande città sfreccia veloce: la modernità irrompe. Sui campi dorati di grano della campagna intorno al Cairo si allunga un’inquietante ombra. Dal fuori campo bussa il Capitale con una succulenta proposta d’acquisto, per poi subitamente eclissarsi e lasciar regnare l’oro antico di una terra coltivata da millenni. Eppure, la modernità è già capillarmente innestata su questo paesaggio.
Sul tetto di un condominio, Amal, giovane donna incinta, contempla il proprio futuro assieme al marito. Dalla distanza la veduta appare quasi dechirichiana, eppure, come in un body horror, sulla carne di questa architettura sono piantate delle protesi, le antenne satellitari.
L’oro di questi campi secolari e l’ibridazione tecnologica del quadro metafisico restano purtroppo le uniche due vere intuizioni visive di un racconto che in Al Baraneya, anziché astrarre il paesaggio per reinventarlo, preferisce, un po’ come i suoi bambini, adagiarsi ad auscultare binari già predisposti.
Quando gli uomini della famiglia si riuniscono per discutere dell’offerta economica, la macchina da presa resta sulla soglia della stanza per pochi secondi, prima di staccare verso l’universo femminile: le piccole intente a guardare balletti su TikTok, la vecchia matriarca ipnotizzata dalla soap opera, la giovane Amal al telefono con la capitale per catturare echi di una vita diversa.
L’esordiente Ashgan El-Hamus, forte di un passato televisivo nella serialità giovanile (Skam NL), dimostra in Al Baraneya una spiccata capacità nel tratteggiare il quadro sociologico dei suoi attori, l’ambiente e le tensioni latenti; il limite risiede però in un conflitto perennemente relegato nel fuori campo, privo di una reale dialettica con ciò che abita il campo. I personaggi vestono fin troppo comodamente il proprio tipo sociale, intonandosi all’ambiente proprio come i loro abiti fanno pendant con le tonalità degli interni. Stringendo il campo alla cerchia domestica e matriarcale, la regista si rifugia in un interno protettivo, turbato solo da un sottile chiacchiericcio economico che si sovrappone al brusio della televisione e degli smartphone.

Di fronte all’avanzare della modernità, i personaggi femminili di Al Baraneya tentano di appropriarsi degli strumenti a disposizione per comunicare la propria presenza all’altrove. Si tratta di una postura speculare a quella della stessa autrice, la quale però, forte di una formazione europea, dovrebbe riconoscere come tali mezzi non siano affatto neutri e quanto l’idea di un’emancipazione tramite l’autorappresentazione “tiktokkiana” sia una favola del marketing. Se da un lato queste velleità emancipatorie restituiscono l’ingenuità adolescenziale con cui ci si affaccia al mondo, dall’altro tradiscono una certa timidezza nell’affrontare il conflitto ideologico.
Questo quieto tempo sospeso in Al Baraneya non viene sconvolto dallo scontro con l’economico, bensì dal sempiterno ciclo della vita e della morte. Ma passata la buia notte, che brevemente introduce una certa destabilizzazione del filmico (piani obliqui e accelerazioni di immagini connotate), i codici sociali rimangono intatti e rigidamente separati, a partire da quelli di genere: l’uomo devoto al lavoro, le donne al tempo liberato dal lavoro.
Così, anche il tempo della regia sembra liberato dal gravoso lavoro di occuparsi del fuori campo, di definire la propria presa di posizione: anziché arrischiarsi nella reinvenzione dei propri tipi sociali, finisce per riconfermarli, in modo da poterli efficacemente comunicare al suo unico, vero destinatario: il pubblico intellettuale occidentale.
Al Baraneya – regia: Ashgan El-Hamus; sceneggiatura: Ashgan El-Hamus, Roelof-Jan Minneboo; fotografia: Douwe Hennink; montaggio: Dieter Diependaele; suono: Taco Drijfhout; scenografia: Clara Bragdon; costumi: Nada Adel; interpreti: Reem Amer, Fatma Ibrahim El-Hamus, Nadia Ahmed El-Hadary, Asmaa Ahmed El-Hadary, Farida Alsayed El-Hamus, Fatma Farahat El-Hadary, Sara Ali El-Hadary; produzione: Frank Hoeve per BALDR Film, Kesmat Elsayed per Seera Films, Eurydice Gysel per CZAR Film; origine: Paesi Bassi/Egitto/Belgio/Arabia Saudita, 2026; durata: 84 minuti.
