Festival di Venezia (2 settembre – 12 settembre 2026): Les Indes di Pauline Julier e Nicolas Chapoulier (Giornate degli autori – Concorso)

Les Indes. Voto ***. Tre uomini si mettono in viaggio nell’Europa divisa e decimata dalla guerra dei Trent’anni per portare a termine una missione diplomatica di pace. Un originale road movie in costume.

Les Indes

All’inizio e alla fine a segnare i confini di questo road movie in costume intitolato Les Indes c’è l’arte dello spagnolo Diego Velásquez, pittore barocco specializzato nella ritrattistica dei nobili alla corte di re Filippo IV. La trama prende infatti spunto da un evento storico: nel 1652 Velázquez dipinse il ritratto di Maria Teresa d’Austria, Infanta di Spagna. Opera che solo poche settimane dopo giunse alla corte di Luigi XIV, anch’egli ancora bambino, con lo scopo di suggellare l’unione fra le monarchie francese e spagnola e concludere così definitivamente la guerra dei Trent’anni, il terribile conflitto che aveva sconvolto e decimato la popolazione dell’Europa, e terminato con la pace di Westfalia quattro anni prima.

Questa la cornice all’interno della quale si dipana Les Indes che fin da subito si concentra più sulle figure dei tre uomini ai quali è stato affidato l’incarico: il giovane nobile spagnolo Alejandro (Théo Urtubey), d’animo romantico e sognatore di mondi esotici, e i due soldati francesi della scorta Jehan (Raphaël Thiéry) e il muto Antoine (Lazare Minoungou).

I tre protagonisti si mettono subito in viaggio per strade insicure, dove violenza e ruberie, dopo gli anni di conflitto, ancora rimangono impunite e rendono la loro missione di consegnare il ritratto dell’Infanta all’erede al trono di Francia molto rischiosa. Il lungo tragitto è pieno di pericoli e i tre cercano aiuto presso un conoscente di Jehan. Ma la Corona e i nobili non sono ben visti dal popolo e il piccolo gruppo preferisce muoversi nell’anonimato, evitando i centri affollati. In balia di brutalità umana e aspra natura i tre saranno costretti a dividersi per cercare di sopravvivere.

Con forte intento realistico i registi Pauline Julier e Nicolas Chapoulier ci mostrano il Seicento in Europa nella sua cruda e dura quotidiana lotta per la vita come non siamo abituati ad immaginarcelo, tanto che, fuori dalla cornice di raffinatezza di entrambe le corti reali in apertura e in chiusura, l’iconografia usata nel film potrebbe benissimo rientrare nei codici del genere western, che contrappone fra loro la natura incontaminata e l’avanzare della civiltà. Il viaggio poi avviene sulla groppa di cavalli e diverse sono le scene notturne che vedono i protagonisti raccogliersi attorno al bivacco o sostare lungo corsi d’acqua.

Ma il XVII secolo è anche l’epoca che vede la nascita della scienza moderna basata sull’osservazione pratica e sull’introduzione del metodo scientifico introdotto da Galileo Galilei. Insegnamenti che il protagonista principale, il nobile Alejandro ha ben appreso e fatti suoi. Affascinato dalle scienze, sogna esplorazioni pacifiche nelle terre lontane delle colonie, e quindi non manca di portarsi appresso, oltre a libri, carte geografiche ed una bussola, anche un cannocchiale. È proprio lo sguardo preciso di questo apparecchio scientifico a precedere i passi dei tre messaggeri tanto da sembrare guidarli nel cammino. La curiosità del ragazzo poi non ha freni e si fa insegnare da Antoine la lingua dei segni. Nel corso del film si fa abbondante uso di stampe e dipinti d’epoca per completare il quadro d’insieme. Il venir meno del sistema geocentrico è ben raffigurato in alcuni passaggi del percorso dove l’uomo è così piccolo che si fatica a vederlo fra gli scoscesi dirupi, gli impervi sentieri di montagna o gli enormi alberi. Sono inquadrature che mostrano una natura immane e silenziosa, ma tutt’altro che partecipe alla sofferenza umana. È un ‘creato’ che si limita solo a guardare e osservare la violenza, la morte e la devastazione causata da mano umana.

Les Indes

Le Indie, o meglio le Americhe, quei paesi esotici che tanto affascinano il giovane Alejandro dalle pagine a stampa di mappe e carte geografiche del tempo, le immagini di animali esotici che gli parlano dal suo erbario e bestiario rimangono però lontani. Così pure la sua idea di pace. Il giovane trova abbondante e sufficiente materia di ricerca su suolo europeo. Les Indes si trasforma in un viaggio nel mistero e ignoto, dove l’uomo si confronta con una natura selvaggia e i pericoli di una terra abbandonata alla legge del più forte e priva di ogni controllo.

Per la regista svizzero-francese Pauline Julier, realizzatrice di documentari, Les Indes è il primo lungometraggio di finzione, come lo è anche per lo scrittore teatrale svizzero-francese Nicolas Chapoulier. Ma anche nella finzione lo sguardo della camera sulla natura rimane preciso e scientifico, un punto di vista che per alcuni versi ricorda un altro film storico di produzione svizzera, Unrest di Cyril Schäublin, premiato alla Berlinale nel 2022.

La narrazione di Les Indes si affida ad una comunicazione non verbale che più che con dei dialoghi si sviluppa per sguardi, gesti e silenzi; privilegia la camera fissa o al massimo qualche lento movimento laterale, ampie inquadrature a campo lunghissimo e un ritmo di montaggio che respira lentamente; una raffinata fotografia che si rifà alla pittura spagnola del Seicento; l’uso di luce naturale e una precisa ed accurata ricostruzione storica per la resa dei costumi. Un intimistico viaggio nel tempo a ritrovare le origini della nostra Europa.


Les Indes  – regia e sceneggiatura: Pauline Julier, Nicolas Chapoulier; fotografia: Sylvain Verdet; montaggio: Anita Roth; musica: Andrés García; scenografia: Sylvia Steinbrecht; costumi: Linda Harper; interpreti: Théo Urtubey, Raphaël Thiéry, Lazare Minoungou; produzione: Alina film, Lastor Media; origine: Svizzera/ Spagna, 2026; durata: 81 minuti.

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