Festival di Venezia (2 – 12 settembre 2026): Holy Wood Dust di Victor Kossakovsky (Fuori Concorso – No Fiction)

Holy Wood Dust. Voto ****. L’epopea di un tronco nel circuito industriale e spettacolare. Meglio della maggior parte dei cineasti di fiction,  Kossakovsky trasfigura il suo oggetto esplorando ogni possibile virtualità per metterci di fronte all’abissale distanza tra l’enigmatica singolarità del vivente e i nostri codici linguistici.

Holy Wood Dust

Leggiadro, con estrema grazia, un albero ascende verso il cielo. Ma ecco il controcampo, a sollevarlo è il braccio meccanico di una gru. Questo corpo inerte danza in aria con le ombre dei propri rami prima di venire adagiato sul pianale di un tir per cominciare la sua seconda vita. Lungo un tragitto notturno cadenzato dalle luci dei tunnel, la salma attraversa il paese fino alla città delle stelle, Roma. Scortata come una reliquia di Stato e infine librata in volo da un elicottero, la pianta si staglia come un altare sopra la cupola di San Pietro. Bastano una baldanzosa musica e delle studiate angolazioni per trasfigurare un tronco in papa!
Da un lato, dunque, la sacra monumentalizzazione della materia, dall’altro, ciò che è realmente sacro per Victor Kossakovsky, il movimento. Erede della lezione di Godfrey Reggio, il cineasta russo persegue ostinatamente la riattivazione della materia, la sua continua ri-messa in circolazione. E non è un caso che, nei suoi film, in particolare in questo e nel precedente Architecton (2024), l’opera di trasfigurazione lavori contro il trasporto umano di una sostanza creduta inerte, passiva, disponibile all’apparato industriale. Kossakovsky restituisce agli elementi naturali la loro centralità, ma al prezzo di renderli interamente disponibili alla riformulazione linguistica, poiché è solo attraverso il linguaggio che riusciamo a concepirne la singolarità. Singolarità, qui, ancor più da rivendicare, poiché non si tratta, come nel film precedente, di materia inorganica, ma di esseri dotati anch’essi di intelligenza, per quanto questa rimanga per noi un enigma.

Per dar conto della singolarità di una vita del tutto indifferente all’attività umana, l’artista deve darle forma, dotarla di una drammaturgia, adornarla di codici riconoscibili. Come nel più classico dei melodrammi, Holy Wood Dust ci consegna inizialmente banali cartoline d’idillio forestale, per poi spezzare l’incanto, sotto una “patetica” orchestrazione musicale, con il ritrovamento di un cadavere. Dall’alto, la cinepresa perlustra il territorio come alla ricerca del colpevole del delitto; presto, lo whodunit si popola di tipici effetti del folk horror, primo tra tutti l’inquietante rombo delle motoseghe. Si scopre così che l’assassino non è un particolare individuo, ma l’intera filiera industriale, o, più generalmente, la sistematica intrusione dell’umano nel regno vegetale.

Il modo in cui Kossakovsky impiega le convenzioni di genere per rivoltare il dispositivo spettacolare contro se stesso fa sembrare il film quasi una versione ecologista di Funny Games. Ma seppur moralista come Haneke, il regista russo sfugge al rischio di colpevolizzare lo spettatore attraverso una ludica ironia che permette di godere della reinvenzione dei codici. Utilizza inoltre, come antidoto alla macchina spettacolare, un maestro biologo, Stefano Mancuso, il quale guida i suoi giovanissimi allievi verso la sostanza del vivente mediante non un simulacro, ma il tatto, la presenza fisica, la decifrazione dei segni vitali impressi nel legno stesso.Holy Wood Dust

Leggere dunque i segni del vivente oltre i codici della rappresentazione. Un’operazione che sembrerebbe inversa rispetto a quella del precedente Gunda (2020). Lì Kossakovsky inseguiva fin da subito una supposta immediatezza del mondo animale, solo in apparenza non toccato dalla presenza umana, la quale, invece, si mostrava in tutta la sua spietatezza nel finale. Qui, al contrario, la mediazione umana non solo è dichiarata fin dal primo controcampo, ma è lo stesso dispositivo ad accogliere la manipolazione spettacolare per esibire come il vivente sia da sempre sottratto alla propria autonomia, immesso nel circuito discorsivo e, infine, ridotto a merce. Ne deriva il paradosso che sia necessario compiere il percorso inverso, un debordiano détournement della macchina linguistica, per poter nuovamente giungere alla singolarità. Così questo cadavere che non vuole sparire, questo corpo che rivendica la propria presenza anche quando maciullato, tritato, torna infine a rigenerarsi, a stagliarsi solitario e indifferente all’umano, testimoniando in tal modo l’abisso insuperabile tra la sua libertà biologica e il nostro sfruttamento.

Meglio della maggior parte dei cineasti di “fiction” contemporanei, Kossakovsky percorre il viaggio di quest’eroe, già sconfitto in apertura, nell’inferno della catena di montaggio industriale, esplorando ogni virtualità formale del suo corpo, riconsiderando ogni situazione come un possibile varco per lo slittamento del senso, trasformando ogni nuovo set in un laboratorio alchemico nel quale rianimare la sostanza. Nessuna, dunque, ricetta politica o filmica preconfezionata sulla quale condurre il discorso ecologista: forse perché un’ecologia, un nuovo rapporto dell’umano con il vivente, è ancora tutta da inventare.


Holy Wood Dust – regia: Victor Kossakovsky; sceneggiatura: Stefano Mancuso, Victor Kossakovsky; fotografia: Gianmarco Donaggio; montaggio: Ainara Vera; musica: Adrian Berenguer; suono: Alexandr Dudarev; interpreti: Stefano Mancuso; produzione: Mattia Guerra per Be Water Film, Emanuele Nespeca per Solaria Film, Rai Cinema, Alba Sotorra, Marta Figueras, Belén Sánchez e Laura Álvarez per Oceanika, Mayca Sanz L-Higueras per Allegra Films, Frank Müller per Doppelplusultra Filmproduktion; origine: Italia/Spagna/Germania, 2026; durata: 105 minuti; distribuzione: BeWater.

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