Presentato nella “Perspectives” alla 76ª edizione della Berlinale, A Prayer for the Dying narra diverse vicissitudini che interessano la comunità di emigranti scandinavi nella cittidina di Friendship, nel Wisconsin, nell’anno di grazia 1870. Jacob (Johnny Flynn) è lo sceriffo responsabile della sicurezza della città come anche il pastore e l’impresario di pompe funebri. In questo duro impegno viene affiancato da Doc (John C. Reilly), il medico del paese. All’indomani della Guerra Civile Americana, il sogno del veterano Jacob è quello di cominciare una nuova vita a Friendship. Ma le cose si dà subito non si mettono per il meglio. Se da un lato la traumatica esperienza bellica non è messa del tutto alle spalle, infatti ricordi, immagini, situazioni tormentano in modo ossessivo Jocob sia nella dimensione reale-vissuta che in quella onirica, dall’altro il fronteggiare una imminente epidemia mortale, che rischia di decimare velocemente i membri della comunità, e una devastante catastrofe naturale si dimostra essere una fatica estrema senza margini di successo.
Lo spettatore vive quasi in simbiosi con Jocob tutte le avversità che cui va incontro insieme a Doc. Ci convincono, allora, le scelte legate a una regia che costruisce lunghe pause visive in cui si vede il protagonista assorto, spesso in solitudine, nei suoi pensieri e nei suoi bisbigli mentre prova a riprendere se stesso e le sue forze di fronte al negativo che giorno dopo giorno lo circonda. Come in una pentola a pressione, attorniato da un’atmosfera a dir poco claustrofobica Jocob fa i conti con i fantasmi che lo tormentano del suo essere stato soldato e con lo stato delle cose che gli appare come un grande mostro invincibile. Alterna così quelli che sembrano veri e propri stati di allucinazione e stati di dilaniante sconforto che condivide, non senza tensioni, con il medico Doc. Il sogno americano non ha neanche il tempo di essere fantasticato, si potrebbe dire. Subito si presenta in forma di incubo. Non c’è speranza, pare, e forse solo la preghiera rappresenta uno spazio bianco-neutro su cui poter contare. E ancora una volta, come rinnovato, entra in scena il mai risolto scontro natura-cultura. Contro l’epidemia nemmeno la quarantena può salvare: il male si diffonde e infetta a macchio d’olio tutti i cittadini. E come se non bastasse, alle spalle del piccolo paese una montagna “si trasforma” in un vulcano che in pochi secondi interminabili (grazie ai tempi del cinema) termina di sterminare tutto. Di fronte alla natura, l’uomo deve sempre difendersi. E quando i mezzi sono insufficienti o rudimentali (con senno del poi), all’uomo non resta che soccombere. Non c’è altro che l’inferno. “This is the end”, cantava, l’apocalisse non tarda ad arrivare. Quadrare il cerchio è pressoché impossibile, e non resta che piangere prima di morire. Non c’è via d’uscita, di scampo. E la violenza, quella brutale delle pistole come delle braccia che offendono, è pochissima cosa. Quella aggressività di mani, veemente e prepotente, che si è imparata a usare contro tutto e tutti per conquistare terre, per uccidere simili non serve. E allora ogni cosa è vana, ogni strategia è impotente, ogni tentativo un fallimento.
Davvero un cast di attori bravi e credibili rispetto al racconto lo spettatore ha davanti agli occhi in questo film. “Volevo creare un universo che fosse radicato nella realtà – afferma la regista – ma che esistesse in qualcosa di molto più surreale”. E ci riesce. Al di là di qualche passaggio dove forse a volte si fa fatica a seguire la trama, A Prayer for the Dying coglie nel segno e resta un film che lascia traccia nella coscienza di noi spettatori.
A Prayer for the Dying – Regia: Dara Van Dusen; sceneggiatura: Dara Van Dusen; fotografia: Kate McCullough; montaggio: Fredrik Morheden; musica: Beata Hlavenkova; scenografia: Hubert Pouille; interpreti: Johnny Flynn (Jacob), John C. Reilly (Doc), Kristine Kujath Thorp (Marta), Gustav Lindh (Harlow); produttore: Dyveke Bjørkly Graver per Eye Eye Pictures (Norvegia); origine: Norvegia/ Grecia/ Gb./Svezia, 2026; durata: 95 minuti.
