Il cinema dei fratelli australiani Danny e Michael Philippou, già da questa loro opera seconda Bring Her Back-Torna da me, sembra voler focalizzarsi sul momento spaziale, temporale, emotivo e psicologico di passaggio non solo dalla dimensione della realtà in vita a quella onirico/trascendentale, ma anche di trasformazione da uno stato all’altro: la possessione d’identità altre che infetta la carne, e che segna e sfigura i corpi con una violenza e una fame esplicite, manifeste, selvagge. I demoni del precedente Talk To Me, attraverso il feticcio della mano mummificata, invadevano il campo della goliardica seduta spiritica allestita in mezzo a una festa di adolescenti e trasformavano i corpi impazienti e irrequieti di quei ragazzini e di quelle ragazzine in tormentati e tormentabili vettori per portare il male in questo mondo; ma non si tratta del Male indicato moralisticamente dagli stigmi e dai dogmi religiosi, quanto il confuso substrato che affastella sadismo, senso di colpa, rabbia ed espiazione nell’inconscio degli individui, fino a manifestarsi nella sua forma più irrazionale e spaventosa. All’origine c’è sempre la ferita del lutto genitoriale: in Talk To Me si toccava la perdita della madre della protagonista Mia, la quale metteva in discussione, seppur inconsapevolmente, il proprio non risolto dolore in un circolo di contagio e di insistito autolesionismo dentro la comunità di amici dalla quale avrebbe voluto farsi accettare ed amare. Questa volta invece si parte dalla lucida follia di una donna, Laura, il cui ruolo di psicoterapeuta chiamata a prendersi temporaneamente cura di un fratello e una sorella rimasti traumaticamente orfani, è immediatamente contradetto dalla sua stranezza ed eccentricità, fin dall’ambiente in cui vive : una casa in disfacimento, tra non curanza e stanza arredate con gusto kitsch, una piscina che appare abbandonata e svuotata, e soprattutto l’andirivieni in trance, con le sembianze mute e seminude, di un bambino, Oliver, spacciato come un ulteriore fratello in affidamento, ma del quale si intuisce fin da subito il carico minaccioso della presenza.

Va detto chiaramente che mai, come in questo caso, la trama è un pretesto e che la forza della suggestione orrorifica va cercata nell’apparto visivo e segnico che i registi costruiscono, a cominciare dalle prime immagini; una sequela spezzata di frammenti audiovisivi girati come dei filmati amatoriali, in una lingua sconosciuta, possibilmente appartenente a qualche paese dell’Europa dell’Est, che riproducono le circostanze di una sorta di rito dalle atmosfere e dai toni demoniaci. Niente di particolarmente nuovo a dire il vero, in quanto il decentramento e lo straniamento percettivi provocati dalla visione inaspettata di un filmato sconosciuto, del quale non è possibile verificare la provenienza, l’autenticità del contenuto e i realizzatori, è un acquisito topos del cinema horror, almeno a partire da The Ring (2002) di Gore Verbinski. In questo caso però l’oggetto dell’attenzione non è da rintracciarsi nel misterioso file video, che Laura vede e rivede in loop, soprattutto ogni volta che Oliver ha una crisi particolarmente virulenta nel divorare qualsiasi cosa, animata o inanimata, che lo circonda. La chiave d’acceso e di decriptazione di qualsiasi segno è completamente contenuta in Laura, che ha scelto di abbracciare in toto il dolore senza fondo per la morte accidentale della figlia Cathy e di incanalarlo nell’esecuzione di un impossibile, e piuttosto macchinoso, rito per ripotarla alla vita. Una cerimonia segreta per far rivivere la propria cara estinta, con tanto di cadavere ibernato nel congelatore e pronto ad essere spolpato in maniera cannibalesca da Oliver e rigenerato nella trasfigurazione repellente di un parto e nella pantomima di un battesimo che maledice invece che benedire. Intorno al nucleo centrale disegnato dalla stessa Laura proprio come un cerchio/anello che chiude le vite ( quelle perdute, quelle imprigionate o quelle sacrificabili) in un loop ossessivo e tragico, invece di liberarle dai legami in ed extra sensoriali, i Philippou aggiungono ulteriore carne al fuoco: la coppia di siblings Andy e Piper, con i rispettivi traumi che si portano dietro, fa da controcampo alla scenario di disperazione e angoscia nel quale sono capitati per un eccessivo accanimento del caso. La ragazza è, peraltro, ipovedente ma ciò non acquista una valenza particolarmente significativa sul piano visivo, in quanto il suo non è il punto di vista privilegiato del racconto. Più che altro sembra un espediente per poterla proteggere dall’esposizione così in primo piano del succedersi di avvenimenti sempre più cruenti e incontrollabili, il processo di decomposizione di uno stadio terminale contro il quale andrà a sbattere tattilmente, riconoscendone le fattezze, nel desolante epilogo. Al contrario, l’irrequieto Andy, anch’egli portatore di un germe di aggressività e di frustrazione, vede, sente e capisce, dall’inizio, la zona oscura nella quale Laura si muove e agisce, e resta punito, letteralmente schiacciato a terra e messo a tacere, a causa della volontà di portare comprensione e protezione, in primis nei confronti di Piper, tra la piaghe virulente del progetto delirante della donna.

La regressione simbolica di Andy, che Laura inscena anche concretamente facendogli credere di bagnare ancora il letto di pipì, è dunque finalizzata ad imporre un ordine materno deviato, che rifiuta di elaborare la propria sofferenza, ma la esterna fino a farla diventare l’emanazione di uno stato delle cose, un tentativo ottuso e disperato di manipolare il tempo e la materia. L’interpretazione di Sally Hawkins nel ruolo di Laura possiede cosi la singolare forza del contrappasso: la sua figura minuta, buffa, fiabesca, dismessi i panni della Biancaneve ridanciana e sognante d’ambiente contemporaneo o d’epoca, acquisisce i connotati della tragica fattucchiera risvegliata dal suo stesso incantesimo/incubo nell’urlo primigenio di una figlia effettivamente morta e illusoriamente risorta. La sua discesa psicotica, negli sporadici e luminosi flashback di una giornata in piscina finita in disgrazia, rievoca la precoce fine per annegamento della figlia di Donald Sutherland e Julie Christie in A Venezia…un dicembre rosso shocking di Nicholas Roeg, opera di rigorosa, strenua e sensuale eleganza, quanto mai lontana dalla mano piuttosto pesante con la quale Danny e Michael Philippou sventrano le viscerali implicazioni di un dolore tanto assoluto e non riducibile alla precisone di una forma, alla sublimazione del gesto artistico. Il tratto grafico, molto utilizzato come codice e indizio in Bring Her Back– Torna da me, è primitivo e rituale, derivato probabilmente dai meandri di una non meglio definita credenza animista per la quale non c’è soluzione di continuità tra le cose materiali, gli esseri viventi, le figure astratte. La compresenza di elementi discordanti che alimentano, in modo esponenziale, la saturazione di un immaginario horror popolato frequentemente dall’organismo della famiglia e dagli incastri relazionali che ne scaturiscono nelle versioni maggiormente malate e perturbanti. E non ci sono vie di mezzo: si sprofonda oppure si annaspa sulla superfice di una dark water senza più il sentore del caldo e uterino liquido amniotico, ma con il peso specifico di una sostanza che appesantisce e toglie il fiato.
Per gli addii e i congedi da chi si è amato meglio alzare gli occhi, seppur offuscati, verso il cielo attraversato sonoramente da un aereo in viaggio verso la sua ultima destinazione.
In sala dal 30 luglio 2025.
Bring Her Back-Torna da me (Bring Her Back) – Regia: Danny e Michael Philippou; sceneggiatura: Danny Philippou, Bill Hinzman; fotografia: Aaron McLisky; montaggio: Geoff Lamb; musica: Cornel Wilczek; interpreti: Sally Hawkins, Billy Barratt, Sora Wong, Johan Wren Phillips, Sally-Anne Upton; produzione: Causeway Films; origine: Australia/Usa, 2025; durata: 104 minuti ; distribuzione: Eagle Pictures.
