Coma di Bertrand Bonello

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Tra le parole d’amore e di cura affidate ad un videomessaggio da parte di un padre per la figlia, soggetto in transizione  alle soglie della maturità anagrafica, si dipana una fitta rete di visioni -fobie perdute tra il pre adolescenziale design e decor di una stanza  e lo schermo black mirror di un pc o di uno smartphone, e ritrovate nel campo esteso e onirico di un immaginario che si fa inconscio collettivo. Sembrano essere queste le forze d’ attrazione all’interno delle quali si muove Coma di Bertrand Bonello, opera enigmatica e irriducibile, oppure estendibile,  a qualsiasi tentativo di interpretazione. Un affondo in viscerale e ancestrale collegamento con quel sentimento di paranoia e alienazione alimentato dall’enorme fuori campo che la pandemia di Covid ha portato come sua estrema conseguenza, con  i corpi impazienti costretti a contenere l’infinità di pensieri e desideri e a tentare di esplicarli  in un esterno notte sognato e ricostruito, popolato  da fantasmi che si materializzano nella traccia audio/video di una digitalizzazione. La vita della giovane protagonista senza nome  (interpretata da Louise Labeque con il dolente smarrimento di quella generazione di diciottenni isolata a causa del lockdown, come del resto la stessa figlia di Bonello a cui il film è dedicato, Anne Mouchette ) è appunto scandita dal cercare e inventare  una realtà alternativa per  uscire fuori  da quella soffocante cameretta-loculo  riempita di oggetti e cimeli di una giovinezza che sembra non esistere più, svanita nell’indeterminatezza di una videochiamata con un’amica  che cade ripetutamente a vuoto,  e permette di riflettersi (già) stancamente solo nella propria immagine.

L’unico controcampo possibile a una tale assenza di contatto e prosciugante afasia  sono apparentemente  i video di una pseudo guru dall’eloquente nome di Patricia Coma (Julia Faure), che, tramite un proprio canale YouTube,  si propone di insegnare a “vivere meglio”  , inviando al contrario dei messaggi subliminali che creano una forma di dipendenza e di controllo, una condizione di sonno profondo a occhi chiusi-aperti dove la differenza e la distanza tra ciò che percepiamo o potremmo percepire a livello sensoriale  (tra le pratiche messe in atto dalla ragazza per  seguire le indicazioni di questa obliqua influencer della manipolazione c’è quella di inserire la mano in un frullatore fino a verificare il punto in cui verrebbe tritata o passarsi sempre più velocemente la punta di un coltello tra le dita) e l’essenza più abissale delle cose, al di là della loro dimensione tangibile e comprensibile, viene annullata in un limbo o, come viene definita da Patricia, in una zona franca; un bosco notturno nel quale la protagonista si perde quando si addormenta (ma a un certo punto anche questo scarto tra il vedere dormendo e il vedere da svegli si diluisce nel flusso delle associazioni libere del racconto) e guarda nell’immersione e nella pienezza di una soggettiva la manifestazione  di quelli che gli appaiano come fantasmi/morti/zombie, o che forse in realtà sono, come lei, vittime di una psicosi, e suggeriscono  la possibilità di un avvicinamento che sembra più la proiezione di una minaccia imminente .

La potenza suggestiva di un’ opera come Coma, quanto mai caleidoscopica nell’accedere alla frammentate prospettive di un diverso stadio della propria coscienza, sta proprio nel ricorrere ai segni e ai codici da decifrare di una nevrotica fiaba horror, trasfigurazione del lungo incubo pandemico nella duplice valenza di reclusione e pericolo. Nelle sue visioni/allucinazioni la ragazza dialoga con un serial killer lucido  ed esaltato  che le parla del suo impulso omicida scaturito da un ‘intrinseca essenza demoniaca e  attuato con il prendere a pugnalate le sue vittime, spersonalizzate fino ad essere viste come degli i-phone, degli oggetti meccanici da distruggere; un senso di costante precarietà (“ora vuoi farmi del male ?” gli chiede lei) e di recisione/interruzione (come si diceva prima il rischio di tagliarsi,  anche in maniera autoinflitta, è reiteratamente provocato), la parafrasi del contagio che si insinua sotto la pelle e si fa sintomo di un disagio più grande e più minaccioso. Tutto è poi capovolto sul baratro dell’assurdo e del paradosso: Patricia conduce una rubrica di previsioni metereologiche anche se nessuno può andare da nessuna parte e  riporta la bassissima percentuale di vaccini che costringe ad una selezione dei paesi sacrificabili (annunciando in diretta i prescelti: Australia,  Africa e Francia); la ragazza vede le sue bambole Barbie, residuo/resistenza di un’ infanzia rifugio antiatomico dalle devastanti amarezze della realtà, come protagoniste in stop-motion di una soap opera sempre più dozzinale; il falso movimento di corpi plastificati sui quali proietta senza soluzione di continuità  una sua probabile delusione sentimentale mischiata e confusa con i deliri narcisisti e autoreferenziali di un tossico maschile  in disfacimento. Siamo stati traditi dai padri/patriarchi di un mondo che è stato infettato e lasciato perire nell’impotenza e nell’indifferenza (le figure più spettrali e silenziose del bosco sono tutte maschili e si parla di un padre e di un fratello morti della ragazza) e ciò che resta a Bonello da offrire alla figlia, con disarmante, sgomenta e toccante autenticità, è la capacità di continuare a dare sostanza allo sguardo – per quanto spaventoso e (per) turbante- che si è generato fino alla somatizzazione di una soggettività spogliata e lacerata dalla violenza di un trauma. Se in Nocturama, Bonello organizzava il moto impetuoso  di una rabbia giovane intorno alla possibilità di un terminale atto anarchico, represso nel sangue di un sistema-potere al collasso ma  che sapeva ancor  accerchiare e stanare i propri nemici con il rigurgito della sua ottusa e meccanica spietatezza, ora la stretta si è fatta endemica e  onnisciente. Si è dunque verificato quello che sosteneva Deleuze, citato quasi a mo’ di esergo/monito/ presagio all’inizio del film, ovvero siamo stati catturati ciascuno nel sogno dell’altro, intrappolati in  un  simultaneo stato di isteria; ci siamo  annullati e smarriti nella divorante , reciproca forza d’attrazione di un buco nero non più doppio ma elevato al quadrato dei molteplici monitor high tech. E se l’utilizzo in alcuni momenti  della tecnica del rotoscope (un processo che consiste nel realizzare disegni  animati su immagini precedentemente filmate con attori in carne e ossa) rimanda ai lavori più sperimentali e sospesi di Richard Linklater (Waking life e A scanner darkly), proprio da quei film  si può riprendere la domanda più pregnante e pertinente che Bonello pone rispetto a quello che abbiamo vissuto durante la pandemia: è stato un lungo sonno/ sogno oppure  abbiamo attraversato quel cristallizzato ed eterno momento di passaggio tra la vita e la morte durante il quale si dice che si immagina di vivere l’esistenza di qualcun altro?

Eppure  l’auspicio delle immagini di una natura vitale e vibrante, contenente in sé la distruzione e la rinascita, che Bonello posiziona  in coda a questo viaggio al termine della notte, sono intrise di un afflato amoroso e caldo che esplode anche nelle scintille di una fiammeggiante lava. Certo, in questa stagione cinematografica che sta finendo non si può non pensare anche a Katia e Maurice Krafft, i vulcanologi protagonisti dell’eccezionale documentario di Werner Herzog (The Fire Whithin: A Requiem for Katia and Maurice Krafft), bruciati dalla pulsione scopica di vedere il fuoco troppo da vicino: ma Bonello si sta ancora rivolgendo all’amata figlia e quello che le(ci) augura è di poter essere ancora scrutatori, magari non più oscuri, di un’ alba del giorno dopo.

In sala dal 10 luglio 2023


ComaRegia e sceneggiatura: Bertrand Bonello; fotografia: Antoine Parouty; montaggio: Gabrielle Stemmer; musiche: Bertrand Bonello; interpreti: Julia Faure, Louise Labeque, Laetitia Casta, Gaspasrd Ulliel, Vincent Lacoste, Louis Garrel, Anais Demoustier; produzione: Les Films du Belier, My New Picture, Remembers Production; origine: Francia, 2022; durata: 82 minuti; distribuzione: Wanted Cinema.

 

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