Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): Conversation With The Sea di Muayad Alayan (Venezia Spotlight)

 

Conversation With The Sea. Voto ***(*).  Nella sezione “Venezia Spotlight” viene presentato in anteprima mondiale questo dolente dramma umano di Muayad Alayan che getta un altro sacrosanto fascio di luce sulla tragedia palestinese che si sta consumando da troppo tempo sotto i nostri occhi.

Conversation with the Sea“Il volume degli articoli sui giornali è diminuito. Il numero di persone che protestano si è ridotto, ma si è allargata la base di consapevolezza nella società”. Così parlò Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati; e si fatica a non concordare con lei, anche restando allo specifico cinematografico.

Mentre scriviamo queste righe infatti, il documentario NAZA, che rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele, vince un meritato Premio Speciale della Giuria nel concorso principale della Mostra di Venezia, dopo una standing ovation di ben 25 minuti, secondo qualcuno la più lunga di sempre. Qualche giorno fa nelle sale italiane esce Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio, candidato palestinese come miglior film internazionale ai premi Oscar 2026 (fino alla shortlist di dicembre).

E qui a Venezia, nella sezione Venezia Spotlight debutta in prima mondiale Conversation With The Sea (titolo internazionale di  Hiwar ma’ albahr) di Muayad Alayan che lo introduce così: “L’evento da cui prende avvio Conversation With The Sea è ispirato a fatti familiari reali e personali. Il resto, pur essendo immaginario, riflette diverse sfumature delle mie riflessioni sulla complessa, soffocante eppure ricca esperienza di vivere a Gerusalemme”.

L’evento cui si riferisce è apparentemente esile ma denso di implicazioni emotive, psicologiche, morali, etiche e politiche: il sessantenne Kamal riceve da un tribunale israeliano l’ordine di saldare un ingente debito previdenziale intestato al figlio Wael. Ma Wael è annegato nel Mar Rosso decenni fa. Senza alcuna registrazione ufficiale del decesso, Kamal segue l’unico indizio rimasto per scoprire che cosa sia accaduto a suo figlio.

Tutto ciò che accade nei 112 minuti di questa preziosa coproduzione internazionale (Palestina, Paesi Bassi, Arabia Saudita, Qatar) è nient’altro che la pervicace e penosa indagine di questo padre dignitosissimo sulle tracce di un figlio troppo prematuramente scomparso. Al netto della tragicità intrinseca di questa speciale elaborazione del lutto, la circostanza si rivela un pretesto (per il protagonista del film e per il film che ce lo racconta) per compiere un’impietosa ma empatica investigazione nelle pieghe di una Gerusalemme non ancora liberata dalle piaghe dell’occupazione e del suprematismo.

Senza indulgere in retoriche di sorta (che in tali circostanze risulterebbero odiosamente superflue), torniamo a cedere la parola al regista di Conversation With The Sea, che lo ha anche sceneggiato insieme al fratello, Rami Alayan: “Gerusalemme vive sotto il peso della paura. Soldati e coloni armati fanno parte della quotidianità; demolizioni di case ed evacuazioni sono eventi ricorrenti nella città santa. Costantemente, le persone intorno a te vengono arrestate, ferite o uccise.

L’ambiente sembra concepito per alimentare il perpetuarsi della violenza e del terrore. Ma, per quanto dura sia la vita qui, bisogna comunque andare avanti: vivere, amare, respirare, cercare la felicità, trovare un sostentamento e qualcosa in cui riporre speranza”.

Ma, attenzione, Conversation With The Sea non si limita a essere un atto d’accusa con valore di mera, per quanto necessaria, testimonianza (come per esempio il summenzionato Palestina 36); nient’affatto. Si tratta, al contrario, di un film ottimamente sceneggiato, secondo i canoni estetici di una certa tradizione autoriale mainstream: vedendo il peregrinare affranto di Kamal per le vie della sua città, torna in mente, mutatis mutandis, il Lamberto Maggiorani di Ladri di biciclette: simile è la dignità dell’uomo, vinto ma non battuto; analoghe le peripezie con cui deve scontrarsi per raggiungere quello scopo imprescindibile; speculari le violenze che deve subire per riparare a un torto subito.

Statuaria e commovente l’interpretazione che di lui ci dà Kamel El Basha, attore, regista teatrale, insegnante e traduttore palestinese che ha personalmente conosciuto la durezza dell’occupazione militare, avendo trascorso circa due anni nelle carceri israeliane. Interprete sopraffino la cui arte istrionica era stata già apprezzata da queste parti una decina di anni fa, allorquando vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile grazie alla sua prova indimenticabile nel film franco-libanese L’insulto.

Insomma, Conversation With The Sea di Muayad Alayan non è soltanto un altro indispensabile tassello della controinformazione cinematografica per denunciare il genocidio palestinese ma, come dice lui stesso: “è anche una lettera d’amore e di odio alla mia unica casa, alla mia unica città: nostalgia per ciò che era e dolore per ciò che sta diventando“.


Hiwar ma’ albahr (Conversation With The Sea) Regia: Muayad Alayan; sceneggiatura: Muayad Alayan, Rami Alayan; interpreti: Kamel El Basha, Amer Hlehel, Ruba Blal, Haitham Omari, Bahira Ablassi, Maria Zreik, Rebecca Esmeralda Telhami; fotografia: Lorenzo Casadio Vannucci; montaggio: Matteo Faccenda; musica: Fabienne van Eck; produzione: PalCine Productions (Muayad Alayan, Rami Alayan), KeyFilm (Hanneke Niens), Metafora Production (Faycal Hassairi), Red Sea Fund; origine: Palestina,/Paesi Bassi/ Arabia Saudita/ Qatar, 2026; durata: 112 minuti.

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