Dirty, difficult, dangerous di Wissam Charaf

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Dirty difficult dangerous  – ad aprire il Concorso nelle “Giornate degli Autori” – non può non evocare il cinema del palestinese (con cittadinanza israeliana) Elia Suleiman, per via dello spaesamento indotto nello spettatore e di interventi surreali onirici –  visivi e sonori – maneggiando materie infiammabili come il conflitto aperto siriano, le discriminazioni razziali, l’immigrazione, le mutilazioni, le guerre etniche (un film tra tutti: Intervento divino, 2002, appunto di Suleiman, premiato a Cannes).

Una favola d’amore a Beirut: Ahmed, un siriano colpito da una bomba nel suo paese, e Mehdia, una bellissima ragazza etiope che fa la badante (a un anziano che combina cose strane), si amano. Li conosciamo in medias res, già uniti, in un crescendo di trepidazione passionale.

La diversità tra i protagonisti è l’assunto base su cui posa l’intera storia: dalle prime sequenze – che agiscono da ipnotico coinvolgente – la ragazza è colta in un momento di preghiera collettiva rituale di una comunità di donne: si vedono  – in lenta carrellata – volti che cantano ripetitivamente, come un mantra del cuore, in uno dei mille dialetti di lingua africana, la scena coglie le espressioni di donne tutte vestite di bianco con decorazioni di colore acceso – indaco giallo rosso carminio verde arancio: cantano e battono le mani, all’unisono, sono intense, è forse una preghiera, forse un rituale propiziatorio, sicuramente una litania che incanta. La macchina da presa si ferma, dopo la lenta accumulazione femminile, sul viso di una, la più bella, è Mehdia.

Seconda scena: un venditore ambulante strilla per le strade vuote nominando in giro prodotti che non ha con sé: in canottiera e braccia nude, barba e cicatrice sul mento, declama tre parole camminando nella via: è Ahmed. Ecco avviati i due protagonisti, è chiaro, puro e semplice, limpido e lampeggiante come diamante grezzo. “Ferro, rame, batterie!” L’uomo cerca la beneficienza di oggetti usati che contengano metallo da riciclare. Lavatrici, ferri da stiro, pile usate. Ma il metallo è lui per primo a contenerlo, essendo un siriano scampato a una bomba, fuggito in Libano, lontano dalla guerra. I due personaggi sono delineati in due tre inquadrature con la precisione e la delicatezza di un soffio, come si guardassero allo specchio di sfuggita.

La donna vive in una famiglia benestante per badare al vecchio di casa, il Mister calvo che sta imbambolato davanti allo schermo televisivo durante le ore del giorno, mentre quelle della notte può accadere che prenda una deriva  violenta.

Sporco, difficile, pericoloso è il ferro, è il rame, sono le batterie piene di piombo: l’amore è sporco quando si trova a combattere contro i pregiudizi e la miseria umana; è difficile se ostacolato e messo in dubbio dalle male lingue e dai commercianti di organi umani; pericoloso come il passaggio alla frontiera, come il tentare di sfuggire a un destino che è una corsa a ostacoli contro tutto e tutti, un ricatto globale.

La metafora del cuore ingabbiato in una cassa metallica è potente: il dottore che lo visita, osservando la radiografia toracica appena fatta, chiede ad Ahmed “Ha sintomi? Nausea, giramenti di testa?”. L’uomo risponde di no. “Non ho mai visto una cosa del genere”. Tra umano e disumano, tra brutale realismo e gentilezza surreale, il siriano incarna in sé la violenza nel corpo martoriato che espelle gocce di lamiera, una quantità tale – nel finale – da comprarsi il viaggio verso un altrove che non esiste, se non nei sogni dei due giovani.

Film di gradevole visione, ricco di momenti intensi, talvolta abbassati da una recitazione caricata in eccesso da comprimari o luoghi comuni (Yussef, l’amico rimasto mutilato a una gamba; l’eccessivo sonnambulismo di Mister che rifà le mosse precise di Nosferatu di Murnau – visto in televisione nel pomeriggio; il crudele direttore dell’agenzia dell’impiego; la concierge dell’albergo a cinque stelle fittiziamente stizzita; alcuni scambi di battute asciutti volutamente evocativi al punto da sembrare posticci.

La lotta per la sopravvivenza accomuna i due sventurati amanti affetti, ognuno, da una malia del destino che non gliene fa passare una: in un crescendo di soprusi, i due tentano una via di fuga. Tra fiaba e realismo magico, tra senso di sconfitta nella povertà e riscatto personale,  Dirty, difficult, dangerous sconfina in una trama che rasenta l’immaginario da cosmogonia di super eroi: i nostri eroi – che hanno tutto da vincere e niente da perdere – riusciranno a sconfiggere le ostilità avverse e a conquistarsi un futuro più felice? Ogni spettatore può concedersi di sperarlo: “ferro, rame, batterie!” diviene il grido di speranza. Composto da inquadrature fisse di poche parole, montato in maniera lineare, musicato senza eccesso. Leggero e pesantissimo, dolce senza stucco, volatile in opposizione alla pesantezza delle leghe metalliche.


Dirty, difficult, dangerous – Regia: Wissam Charaf; sceneggiatura: Wissam Charaf, Mariette Désert, Hala Dabaji; fotografia: Martin Rit; montaggio: Clémence Diard; musica: Zeid Hamadan; interpreti: Clara Couturet, Darina El Joundi, Ziad Jallad, Rifaat Tarabay, Ghina Daou; produzione: Aurora Films, Intramovies, Né à Beyrouth Films;  origine: Francia, Italia, Libano, 2022; durata:83′; distribuzione: Movie Inspired.

 

 

 

 

 

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