Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Down the Arm of God di Peter Brunner (Piazza Grande)

Down the Arm of God. Voto ***(*). Un crudo e potente dramma che scava dall’interno nei conflitti socio-economici degli Stati Uniti attraversati dagli scontri tra poveri e più poveri, calandosi nella desolante marginalità della provincia texana. Lo sguardo in mezzo ai corpi e alle storie dell’austriaco Peter Brunner, allievo di Michael Haneke, riesce a problematizzare la polarizzazione strumentale dei punti di vista. 

Raccontare le laceranti contraddizioni sociali che minano dall’interno, e fino alla detonazione, le comunità di paesi più sconfinati e complessi di quanto appaiano ad una prima, apparente percezione, è un atto significativo e importante in questo momento storico dove sono visibili solo le conseguenze, e mai le cause, di comportamenti scioccanti nel loro barbaro estremismo. Down the Arm of God ha la particolarità che lo sguardo immersivo del suo regista appartiene ad un autore straniero, l’austriaco Peter Brunner, che si confronta in maniera verticale con la realtà della vasta provincia americana, una cittadina del Texas dove il conflitto civile in un’ epoca quanto mai post identitaria e valoriale si eleva ad una tale perdita di controllo da non rispettare più neanche i ruoli e i luoghi della sacralità (in un contesto fortemente fideistico come quello delle comunità  del conservatorismo cristiano nel sud degli Stati Uniti).

Il livello intermedio dell’estraneità antropologica e culturale di Brunner a questa situazione è portato diegeticamente  in scena da un altro personaggio, un giovane pastore che viene da fuori a gestire una congregazione piuttosto strutturata e diffidente, composta per lo più dalla piccola e media borghesia e anche da un più povero proletariato, con una rappresentanza traumatizzata nel corpo e nelle menti di reduci delle varie guerre colonialiste e propagandiste.

Interpretato con un’inquietante sfumatura nevrotica in crescendo da Caleb Landry Jones (che co-sceneggia il film con Brunner e lo co-produce con Luc Besson per il quale aveva interpretato DogMan – a dirne ulteriormente la cifra europea), questo uomo con le fattezze ancora acerbe di un ragazzo vorrebbe aprire le porte della sua chiesa per accogliere la sparpagliata e popolata altra comunità di emarginati, homeless, affetti da patologie fisiche e mentali che abitano in roulotte e accampamenti durante il rigido inverno texano. E questo gesto, in sostanza profondamente e letteralmente cristiano rispetto alla parola del Nuovo Testamento (calata dal pulpito e resa come contributo concreto e relazionale) pone la questione fondamentale sulla quale Brunner costruisce in Down the Arm of God  la sua rappresentazione del dramma. Il limite dell’ingresso nella parrocchia, luogo di raduno, di ospitalità e di sostentamento per i diseredati, diviene il contenzioso sempre più aspro e ostile intorno a cui si posizionano da una parte i diritti dei senza tetto e dei senza lavoro di appartenenza multietnica e dall’altra le rivendicazioni delle famiglie bianche che hanno trovato un loro precario equilibrio (stigmatizzandone il pericolo di caduta nell’identificazione del diverso prossimo loro).

Down the Army of God

Le macrostrutture politiche ed economiche che sono alla base di una spaccatura così profonda sono, Down the Arm of God, citate, con una particolare focalizzazione sul reducismo, una tematica che ha fortemente impattato sulle piccole comunità periferiche di uno Stato geograficamente dislocato, che negli ultimi settant’anni ha improntato il proprio agito sul concepimento e l’esecuzione di strumentali guerre preventive dall’altra parte del mondo. Ma gli uomini e le donne dell’una e dell’altra parte, ovvero gli ultimi della società e i penultimi della società, con i quali e le quali si confronta Nick non possiedo gli strumenti per un’analisi sociopolitica anche elementare, che probabilmente porterebbe ad una presa di coscienza più collettiva e strutturale e meno populisticamente e individualmente sentita e agita. Sono storie parlate dal loro caotico dolore e dalla loro propulsiva rabbia, che Nick assorbe in maniera irrisolta e irrequieta, con uno scarto che lo rende più interessante della figura conciliatrice alla quale la sua funzione, sociale e anche narrativa in quanto intenzionale portatore di un racconto di pacificazione e comprensione, lo destinerebbe. Anch’egli è di fatto attraversato e condizionato da un rimorso e da una recriminazione nei confronti di un padre reduce, diventato un vagabondo del quale ha perso le tracce, lunga le autostrade deviate di una cartografia geografica ed umana sperduta e confusa. Lasciata l’impostazione edificante e proselitista della lotta tra il  Bene e il Male, e della pietas eucaristica contro il protezionismo nazionalista, Brunner dimostra di essere allievo di Michael Haneke affondando una riflessione desolante e cruda, per quanto non così categorica o circoscritta. D’altronde gli spazi della America rurale hanno delle vie di fuga più praticabili dell’angusto e geometrico circondario di certe abitazioni e di certi quartieri teutonici. Quello che resta trasversalmente uguale è il contagio isterico della violenza, dove le vittime, in questo caso con uno status riconoscibile, che sono attaccate, braccate ed esasperate, possono arrivare a rispondere con lo stesso atteggiamento sfidante e provocatorio dei loro persecutori.

Down the Army of God

È quello che succede in Down the Arm of God a Nick, il quale un po’ per obiettiva costrizione e un po’ per una presa di posizione antagonista,  comincia a decidere con la forza  chi può e chi non può oltrepassare il confine della sua parrocchia (con una correzione da mia a nostra durante un dialogo indicativa di un inquinamento egoico), innescando una deflagrazione degli avvenimenti fino alla terribile conclusione della guerriglia urbana; così simile nel senso, e si colga il riferimento, alla sequenza finale del cecchino in Full Metal Jacket. Oltretutto nei ruoli dei senza tetto sono stati impiegati, come in Nomadland,  attori non professionisti che interpretano sé stessi, ma che, al contrario del film di Chloe Zhao, troppo spostata su un occhio esistenzialista orizzontale e orientale, non sono portatori di una quieta visione alternativa (eppure perfettamente integrabile, anzi perfino funzione  al sistema dominante e fintamente tollerante) del frenetico neocapitalismo; le loro endemiche fragilità e dignità sono impresse con concretezza ed empatia sui volti e sui corpi coperti da trasandati strati di abiti per proteggersi tanto dalla minaccia metereologica quanto dall’accanimento dei propri simili. Il realismo, pur drammatizzato, non vuole assumere in Down the Arm of God la facciata di nessuna poeticità o trasfigurazione romantica, ma un attaccamento alla flagrante attualità di una serie di battaglie una dopo l’altra, spinte a confluire dalla lateralità del loro germinare e proliferare, verso il centro di una mischia sempre più furibonda, di una guerra civile senza più regole d’ingaggio e nemmeno lo straccio ipocrita di un’etica o di una giustificazione.

Perché è come guardare la degenerazione terminale  di un’immagine discriminante: le donne delle pulizie che, dall’alto delle scale che stanno spazzando, commentano con maldicenza  la nuova venuta straniera e isolata (linguisticamente, culturalmente, socialmente) qualche gradino più sotto in La paura mangia l’anima di Rainer Werner Fassbinder (in assonanza con un altro autore di cultura mitteleuropea); tra di loro anche la protagonista, l’anziana vedova Emmi, fino a poco prima aspramente criticata e discriminata a sua volta per la relazione con un ben più giovane e aitante immigrata turco e ora passata dalla parte delle piccole carnefici. Il rumore di fondo di un chiacchiericcio montato fino allo scoppio secco di uno sparo che Brunner però sceglie di coniugare in una doppia accezione, tragica e con un’appendice di laica speranza: contro l’altro più abietto di fedeltà all’ordine patriarcale imposto ad una giovanissima figlia, si oppone il moto altruistico di un figlio che, nonostante i colpi subiti, ritrova la convivialità mancata con il proprio genitore, smarrito in qualche luogo e in qualche tempo di un mondo collocato  sempre un po’ più in là rispetto alla nostra percezione dei margini.


Down the Arm of God – Regia e montaggio: Peter Brunner; sceneggiatura: Peter Brunner, Caleb Landry Jones; fotografia: Peter Flinckenberg; musica: Tim Hecker; interpreti: Caleb Landry Jones, India Marie Cross, Nick Stahl, Mena Suvari, John P.W. Jones; produzione: Luc Besson, Caleb Landry Jones, Christian Sosa, Jon Wroblewski per EuropaCorp, Roosevelt Film Lab; origine: Franci /Usa, 2026; durata: 106 minuti.

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