Ennesimo Film Festival (Fiorano Modenese, 26 aprile- 3 maggio 2026): I premi e le recensioni dei corti della selezione ufficiale

Dobbiamo cominciare dalla fine. Dagli ultimi quattordici minuti dell’ultima serata della selezione ufficiale.

Lo scorso anno Ennesimo Film Festival aprì con Alarms di Nicolas Panay, ce lo ricordiamo bene, e chiuse con Complications di Ivar Aase, che ricordiamo meno. Il corto di apertura di quest’anno invece, già non lo ricordiamo più, ma di sicuro non dimenticheremo quello di chiusura.

Ennesimo
Papya

Perchè Papyadei francesi Constance Delorme ed Erwan Dean, ultima opera presentata ad Ennesimo Film Festival nella terza serata della selezione ufficiale, è di gran lunga il cortometraggio più rilevante ed affascinante e, tra tutti quelli in Concorso, quello che abbiamo più amato.
Papya ci racconta di quattro bambini che vengono a trovare il nonno per qualche giorno, ad un certo punto però, l’anziano viene coinvolto in uno spiacevole evento. E qui il film comincia lentamente a scivolare su di un piano esistenziale parallelo. I quattro bambini si muovono e cominciano a creare una loro realtà all’interno della casa, trasformando una vicenda a loro incomprensibile in un enorme grottesco gioco, con una naturalezza che suggerisce molte ipotesi, tra cui l’idea che questi bambini abbiano uno strano nascosto potere. Una inconscia e violenta trascendenza si instaura dentro ad ogni immagine, e nasce un sentimento irrazionale di nausea ed orrore nello spettatore, perché quello che gli si para davanti assume forme incontrollabili e nuove: il mondo adotta regole altre e gli eventi stessi assumono un significato differente ed alieno. Accade poi che questi significati prendono forma, e si delinea con sempre maggiore chiarezza che la tensione non proviene dalla minaccia nei confronti dei bambini, ma dal mistero contenuto dentro i bambini, che li porta e ci porta verso una dimensione che si sfalda e si ricompone, della quale non abbiamo più alcuna nozione e che dapprima ci terrorizza profondamente, poi ci attira con una forza spaventosa. La fotografia asfissiante, alcuni movimenti di camera e il trattamento sonoro offrono un omaggio allo Shining di Kubrick, senza citazionismo o scimmiottamenti: la componente surreale è sufficiente per porre le dovute distanze. Papya è un piccolo capolavoro.

Ennesimo
Barlebas

Invece Barlebas, di Malu Janssen, vincitore del premio Artemisia è il racconto di una donna accusata di stregoneria, immerso in un bianco e nero molto evocativo, con cenni simbolici veicolati dall’inserimento ripetuto del dettaglio di un occhio bovino, vivido e acquoso, che si dibatte all’interno di inquadrature alternate alla vicenda: la donna, assieme ad altre due sventurate, viene catturata e portata verso il patibolo. Durante il viaggio intonano un canto ancestrale, molto suggestivo; poi però il canto si fa commento over, extradiegetico e ridondante, portando il film su strade più rodate e meno interessanti.
È un cortometraggio che è stato molto apprezzato, noi promuoviamo la prima parte, meno la seconda. Vince anche il premio come migliore interpretazione l’attrice Pitou Nicolaes, senza particolari meriti a nostro avviso.

A Emancipacao de Mimi di Marcelo Pereira è un grazioso cortometraggio portoghese molto curato che ci racconta di Miguel, bambino di 9 anni che frequenta la scuola delle suore, va in giro a vendere calendari con l’immagine della Vergine Maria, ma il suo idolo e Mariah Carey, e proprio attraverso la vendita dei calendari della vergine troverà un modo per potere giungere a Mariah. Un cortometraggio che pare un carillon, trasognato, curatissimo e dai colori dolci; la sostanza è pochina però.

Blitzmusik di Martin Amiot è uno strano esperimento che pare quasi uno spot pubblicitario: Nell’ambito di un conflitto, due tenenti nemici si ritrovano in una scuola di musica abbandonata durante la frenesia dei combattimenti, uno dei due comincia a suonare una batteria, l’altro trova una tromba e prende ad accompagnarlo. E insomma niente ad un certo punto ci si ritrova a guardare un clone di Whiplash. E poi finisce. Mah.

Petra y el sol di S. Malacchini & M. Furche è un’opera che va tutelata a prescindere, in quanto utilizza l’ormai sempre meno diffusa tecnica dello stop motion (ricordiamo l’ultima grande opera dei visionari fratelli Quay, Sanatorium Under the Sign of the Hourglass, presentata a Venezia due anni fa, e, sempre due anni fa, qui ad Ennesimo, l’indimenticato e poetico Beautiful Men di Nicolas Keppens). La vicenda si basa su una premessa semplice, parla di solitudine, lo fa in maniera delicata, e ci lascia però con un senso di incompletezza.

L’altro corto in stop motion, Ovary-Acting, di Ida Melum, vincitore di una menzione speciale, molto apprezzato un po’ da tutti, realizzato con pupazzi a dire il vero bruttini (come quelli del suo corto precedente), immagina una donna che interloquisce con il proprio organo riproduttivo. Scambi talvolta brillanti, talvolta meno, e una tesi di fondo che forse dà troppa importanza alla componente biologica, e meno a come tale componente venga interpretata dalla società.

I 4 minuti di Replay di Phil Mazo bastano per eleggerlo a uno dei nostri favoriti, l’autore effettua una geniale operazione transmediale ricreando una vecchia intervista che gli venne fatta quando era bambino, nella quale l’intervistatore gli fece delle domande che lo misero in difficoltà. Decide così di ricontattarlo e riproporre lo scambio con i due invecchiati, peccato che finisca proprio quando la situazione costruita si stava realizzando, lasciando l’impressione di una grande occasione sprecata. (non è chiaro effettivamente se derivi dall’intento del regista o dalla disponibilità del personaggio coinvolto nell’operazione.)

The Stop di Mariia Bolshova può essere definito una commedia ad alta tensione, che mette in scena l’incontro a una fermata tra un uomo ubriaco e una giovane ragazza, a rendere il tutto problematico però c’è una bomba a mano nelle mani di uno dei due, è un cortometraggio in cui gli atteggiamenti sono la chiave di lettura mentre i dialoghi offrono un contrappunto di accompagnamento, Gli manca qualcosina per diventare memorabile.

Ricordiamo molto meglio invece l’opera Kafkiana di Ali Baharlou, Daniel Ven den Berg is dead, in cui un anziano erroneamente dichiarato morto si dibatte nei meandri (anche architettonici) della burocrazia per attestare la sua esistenza. Poggia su un meccanismo prevedibile ma riesce ad emergere grazie alle atmosfere, la distorsione prospettica, gli ammiccamenti a Brazil di Terry Gilliam, virati però da una fotografia giallognola che trasmette un senso di oppressione tutto particolare.

Crazy for You (Loquita Por Ti) di Greta Díaz Moreau riceve una menzione speciale ed un premio migliore interpretazione, per la protagonista Irene Balmes. Il corto racconta di un sentimento frammisto tra innocenza e voluttà che viene deturpato da un episodio di squallida meschinità, che porterà la narrazione ad utilizzare una componente di realismo magico per dare vita ad una violenta fantasia tauromachica. L’autrice descrive come il suo film affondi le radici in un’esperienza d’infanzia ambivalente legata alle tradizioni tauromachiche di un piccolo paese. Il fulcro del racconto, ambientato nel cuore della Spagna rurale dell’era del Millennium Bug, verte sul parallelo tra la sofferenza dell’animale nel recinto e la condizione della donna nelle dinamiche di corteggiamento: un gioco patriarcale dove la protagonista si identifica con il toro, entrambi vittime di un sistema di seduzione e abbandono orchestrato da uomini.

 Crazy for you non c’è parso uno dei lavori più interessanti, a dire il vero. Passi la menzione, ma avremmo sicuramente preferito vedere assegnare il premio per migliore interpretazione alla protagonista di Beyond the Silence di Marnie Blok, che però ha ricevuto Il premio della giuria, e si è portato a casa anche il premio del pubblico. La storia della denuncia di un abuso, dapprima fisico e poi psicologico, che coinvolge dinamiche di potere in un ambito intrinsecamente violento e prevaricatore come quello accademico. Si affronta la difficoltà nel dover rievocare un trauma dopo anni, con un cast fenomenale di tre attrici, tutte estremamente capaci. In particolare Henrianne Jansen, nei panni della protagonista che, essendo muta, racconta la sua esperienza traumatica tramite il linguaggio dei gesti. Henrianne si rivela capace di dosare uno straordinario senso di crescente disperazione nella sua esposizione. Il film però, guida un po’ troppo l’emotività dello spettatore. La regista Marnie Blok è intervenuta in collegamento per ringraziare il festival del premio e ci ha spiegato come Il cortometraggio abbia a che fare con una esperienza di abuso che ha subito anni addietro, e che e in qualche modo abbia cercato di minimizzare dentro di sé.

Alcune opere utilizzano Il montaggio e le atmosfere in maniera pretestuosa e didascalica, e giungono a risultati sicuramente meno interessanti, è il caso di Not Even The Birds Singing di Rose Denis, che lascia intendere un rapimento ed un probabile abuso, ma l’impressione è che il detto e il non detto siano la stessa cosa, rendendo l’opera estremamente debole.

Ingenuo e fresco allo stesso tempo è lo spagnolo I Owe You One, nato quasi per gioco dalla mente di S. Capuz & D. Jiménez, coppia di registi spagnoli venuti ospiti, che si aggirava impacciata tra le sale dell’Ennesimo Festival. Storia di favori da restituire, ospiti indesiderati dentro bagagliai, dialoghi buffi, e con una sua coerenza narrativa, cosa riscontrata raramente in questa selezione. Non è un’opera memorabile, ma sicuramente uno dei cortometraggi che preferiamo rispetto ad opere formalmente superiori ma pressoché prive di sostanza e coerenza interna.

Some of us Watch the Sunset, too, di Brigitte Muñoz-Liebowitz  Non è una commedia ma spinge molto sulla caricatura dei personaggi, sinceramente pare un cortometraggio che, per la sua banalità sul tema, risulta fuori tempo massimo: Gina frequenta Matt da poco ed è il momento di conoscere i suoi amici, che però appartengo ad una classe sociale decisamente differente, La premessa funziona sempre e il film poteva andare in tante direzioni, Brigitte Munoz Liebowitz sceglie la più risibile e scontata e del corto rimane addosso solamente un latente senso di fastidio.

Toubab, (M.Luotan e V.Cora) Invece, in cui due disgraziati improvvisano una rapina e finiscono per portarsi via pure un bambino per sbaglio, si muove sempre in levare, snello e simpatico quanto basta per mantenere lo slancio sino alla fine, forse la commedia più riuscita in una selezione che di commedie ne ha viste poche e poco convinte.

Warm, di Véras Fawaz è un oggetto misterioso e non del tutto calibrato, che però decidiamo di promuovere pieni voti: un individuo ambiguo si presenta a casa di una ragazza per l’acquisto di una valigia usata, le farà una strada richiesta, a seguito della quale la vicenda deraglia verso sviluppi inaspettati. La fotografia e la precisione con cui l’inquadratura si presenta allo spettatore, trasmette l’affascinante sensazione che ci sia un costante sottotesto non esplicato nelle immagini, una chiave segreta di lettura che non ha nulla a che vedere con ciò che viene mostrato.Ennesimo

We had fun, della Franco senegalese Linda Lô, è un corto “proof of concept” che servì alla regista per presentare il suo lungometraggio Lucky Girl, (il cui progetto vinse 50.000 € al Torino Film Lab ed è attualmente in lavorazione): Bordeaux, fine anni ’80, tre fratelli lontani dalla madre rimasta in Africa. Il peso della responsabilità ricade sul ventenne Roger, un custode riluttante che fatica a conciliare gli obblighi familiari con i propri desideri personali. Un suo momentaneo allontanamento per motivi sentimentali darà il via a una serie di complicazioni domestiche per i fratellini Linda e Biram. La narrazione è asciutta, i dettagli sono ben studiati, e sembra di osservare di nascosto il ritratto intimo di una famiglia reale.

Cucumber, di Harald Furuholmen, è un cortometraggio che vede protagonista un hikikomori, ed è ispirato ad un hikikomori effettivamente esistente, tale Vosot Ikeda. Racconta con toni affettuosi la disperata ricerca di un adeguato ringraziamento che il nostro protagonista vuole offrire ad una signora che le ha ha regalato un cetriolo. Il nostro eroe immagina una serie di scenari, visualizzati in maniera iper romanticizzata e attraverso un filtro trasognato di estetica VHS, Prima di riuscire finalmente a rivolgersi alla donna.

Coyotes di Said Zagha, oscilla teso ed ipnotico attorno ad una conversazione tra la protagonista, giovane chirurgo che nel tragitto lungo una strada desolata della West Bank, si ritrova con una gomma da cambiare, ed un uomo che si offre per darle un passaggio, le cui cortesie si fanno insistenti e sempre più dense di minacce. L’utilizzo delle tonalità luminose rosso cupo e del coyote come animale atto a rappresentare la presenza del pericolo, curiosamente, funzionano in maniera meno didascalica di quanto si potrebbe immaginare.

Ennesimo
Federica Ferro

E’ tutto o quasi per la selezione ufficiale, ma c’è altro di cui parlare, visioni rubate, esperienze di realtà virtuale, sezioni collaterali, talk e spettacoli itineranti. Lo faremo più avanti, per ora ringraziamo lo staff di ennesimo che per la terza volta ci ha ospitati e ci ha fornito un impeccabile supporto logistico ed organizzativo.

Grazie ad Ernesto Bossù, Lara Melegari, Benedetta Masini, Andrea Rei. Grazie allo staff dei tecnici, composto da cinefili veri, (due di loro, Daniele Giuliotti e Daniele Margilio, ha contribuito anche alla selezione, vi consigliamo di seguire il canale loro Instagram “Ultima visione: il cinema da vedere”).  Grazie a Fiorano modenese, al pubblico che ha riempito le sale, alla direzione di Federica Ferro che ha guidato l’evento con carisma e professionalità.

Grazie infine, ai due fondatori di Ennesimo Film Festival, Mirco Marmiroli e Federico Ferrari.

Per tutte altre informazioni, vedere https://ennesimofilmfestival.com/

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