Festa del Cinema di Roma: Sanctuary di Zachary Wigon (Concorso)

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Santuario è la parola d’ordine per interrompere il gioco. Di gioco sessuale si tratta, tra dominatrice e schiavo, un gioco dichiarato sin dalla prima scena in cui Rebecca, una bella giovane donna bionda in completo di velluto verde, tiene un colloquio a un bel tenebroso in una stanza di albergo a cinque stelle. Lo scambio di battute diventa presto altamente personale, smascherandone la natura fittizia. A venti minuti di film il primo colpo di scena: lei è pagata, da lui, per trattarlo male, per farlo mettere carponi in bagno a pulire dietro il water, per farlo sentire sporco e inutile, immondizia.

Tra loro non avviene nulla di fisico, non c’è mai contatto, solo molte parole, umiliazioni, sottomissione totale che conduce l’uomo al piacere: intercorre tra  Rebecca e Hal una transazione economica soddisfacente per entrambi essendo lei una escort di professione e lui un ereditiero padrone di quell’albergo e molti altri in tutta la nazione: è diventato da poco orfano di un padre autoritario, sta per finire a gestire la grande impresa paterna senza averne apparentemente voglia né attitudine. Rebecca lo manipola, lo muove con una pedina in un gioco che l’uomo scrive come un copione di un film, dalla prima all’ultima parola. La giovane sembra avere il controllo eppure, a volte, l’ego di Hal prende il sopravvento. Sono giovani, pieni di vita, perversi. Gli elementi dei personaggi sono regalati allo spettatore in maniera minuziosa e avara, uno alla volta, a poco a poco si scoprono le relazioni, i sotto testi, i sentimenti che i due nutrono l’uno per l’altra: si passa da desiderio di morte, reale o simulata, a venerazione non dichiarata, l’alternanza mantiene alta la tensione e fa da bilanciere continuo del gioco erotico dei due. In continuo ribaltamento di carte, tra ricatti, vendette, minacce con coltelli pungenti i due armonizzano nella sinfonia morbosa della vittima e del carnefice. Come sempre si parla, sotto sotto, di potere e denaro: chi ne è in possesso e non se ne cura, chi ne è privo e lo anela.

Pellicola di impianto nettamente teatrale, unicamente due personaggi in scena, sempre presenti sempre parlanti, la sceneggiatura tiene la suspence fino a poco prima di un finale prevedibile e un po’ troppo ottimista. Margaret Qualley (vista come protagonista della serie Maid, con un passato di modella e ballerina) si consacra degna erede di sua madre, Andie McDowell, in quanto a bellezza, sensualità, mimica e interpretazione; Christopher Abbot, viso espressivo, fisico asciutto e coraggio recitativo: non risparmiano performance al limite dell’acrobatico durante le lotte, erotiche o meno. Musica molto presente, montaggio efficace.

Una buffa battuta quando Rebecca, guardando il membro eretto di Hal, dichiara: “L’unica cosa bella che hai”.


Titolo: Sanctuary; Regia: Zachary Wigon; sceneggiatura: Micah Bloomberg; fotografia: Ludovica Isodori; montaggio: Jason Singleton; musica: Ariel Marx; interpreti: Margaret Qualley, Christopher Abbott; produzione: Charades, Hype Film, Mosaic Films, Rumble Films; distribuzione: I Wonder Pictures; origine: Usa, 2022; durata: 97’

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