Finale: Allegro di Emanuela Piovano

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In musica il finale allegro è un movimento che spesso segue quello della fuga. Che sta anche a dire la possibilità di accogliere le svolte e relazioni impreviste intrecciate da quest’ultima, riuscendo così a stravolgere i precetti di un destino scritto fin dal principio affinché si lasci ai nuovi inizi (avanzati, per restare ancora nella forma musicale barocca) lo spazio per risuonare e per darsi. E se questo sviluppo esiste in musica, allora, sembrerebbe dirci Finale: Allegro e in contrappunto con le scelte più significative della vita – politica, amore, amicizia e fine vita -, esso potrà esistere anche in ogni istante (vitale) in cui la tentazione della resa (e del conformismo) non finisce per prevalere sull’entusiasmo di cominciare qualcosa di nuovo.

La prima sequenza del film di di Emanuela Piovano, ripresa circolarmente nel pre-finale e poi riaperta e trasformata dalla ‘diagonale’, allegra, dell’ultima sequenza-movimento, che scorre accanto ai titoli di coda e ai bordi di una Nizza assolata, a fior di mare, da la cifra estetica esatta a questo movimento tripartito e aperto. Sospeso percettivamente tra realtà, sogno, fantasmi e desideri della protagonista, una inedita e bravissima Barbara Bouchet, che meritatamente ha vinto il Premio per la Migliore Interpretazione Femminile al Bif&st 2026, il film riesce a tenere insieme e valorizzare, in modo intelligente, delicato e appunto imprevisto, esperienze e ambiti che normalmente rimangono separati, oggetti di una razionalità e di una concezione della libertà e dell’autonomia che considera il pensiero separato dall’esistenza e dai corpi.

Karina, questo il nome della donna, è una stimata e matura pianista. Dopo avere deciso di mantenere integra la propria autonomia a costo di arrivare a scegliere il tempo in cui morire, (è una persona di successo che può permettersi di ricorrere al fine vita assistito, in Svizzera), la donna verrà travolta dalla possibilità di vivere il grande amore della sua vita, quello per Elena, un legame elettivo e carnale a lungo represso a causa delle scelte rassicuranti, e influenzate da costruzioni sociali tradizionali ed escludenti, fatte da quest’ultima. Ma come avviene nel contrappunto della fuga, Karina verrà coinvolta non solo dalla generatività del desiderio ma anche dal peso della responsabilità verso l’altra: senza troppi avvisi Elena si ammalerà di Alzheimer e Karina, che vorrebbe portarla a casa con sé, verrà estromessa, dal figlio della donna non più autosufficiente, da ogni decisione. Ci sarà un allegro tentativo di rapimento di Elena dalla casa di cura in cui è stata rinchiusa, prima della separazione definitiva tra le due donne, che in qualche modo confermerà le difficoltà di vivere un amore così a lungo ostacolato (impossibile, si direbbe nel melò).

Finale allegro
    Barbara Bouchet (a destra) e Anna Bonasso

In questo processo di soggettivazione ancora in atto in Karina, un luogo vivo in cui si agitano corpi, pensieri e relazioni, un ruolo parimenti da protagonista lo assume Suliko, una ragazza georgiana chiamata ad aiutarla nella gestione della casa e in parte anche ad assisterla, in quanto affaticata dalla fragilità del corpo. Tra le due donne si attiverà un rapporto articolato, in cui a momenti di incontro si affiancheranno altri di scontro, in quello che si palesa anche un confronto tra due culture diverse: da una parte l’autodeterminazione e anche l’individualismo, dall’altra il peso della famiglia, della tradizione e della religione, ma anche un’effettiva solidarietà e capacità di valorizzare i legami e condividere le emozioni (in modo forse meno ‘prestativo’ del logos neoliberista).

Il rapporto reale tra le due donne – divise per cultura e generazione ma attratte da qualità singolari evocate nel qui e ora dell’incontro -, da una parte spingerà Karina ad accettare il legame, la cooperazione e l’interdipendenza, fino ad allora parzialmente occultate da un’opzione di libertà stabilita altrove. Dall’altra parte esso consentirà a Suliko, in una forma anche di riscatto, propria altresì a una riflessione decoloniale (pensiamo al cinema di Alice Diop), di accedere a un senso di protezione e di coesione rispetto alla propria stessa presenza nel mondo. Una presenza, come vediamo ogni giorno, tragicamente disgregata da un sistema di guerre, conflitti e sfruttamenti il cui obiettivo è la riproduzione, su grande scala, dello status (abissale) del bisognoso da aiutare (e ricattare).

Qui, in una Torino ripresa magnificamente – concreta e insieme cangiante, con le mille luci che si rincorrono lungo i portici, le belle piazze e il Po-, in gioco invece della violenza c’è il movimento, armonico e disarmonico insieme, come nella fuga e anche nella vita, di una valorizzazione dell’altra nelle proprie attività fondamentali – che includono la musica, l’affettività e il desiderio.

Il film è tratto da L’età ridicola di Margherita Giacobino (Mondadori, 2018), che in un’intervista ha offerto una lente con cui poter rileggere lo stesso mito di una libertà perfettamente trasparente e cogitante: “la scelta della libertà ci impone di guardare in faccia i nostri fantasmi, prendere atto dei nostri errori”.

Una forma di libertà costituita dalla cospirazione che anima ogni nuovo inizio, aggiungiamo. Come lo è anche quella che attraversa il quadro rettangolare di Karina, Suliko e Max nella sequenza finale: un quadro nel quadro che cospira contro l’insieme chiuso creando legami imprevisti, dinamici e affettivi -in cui si può suonare tutta la scala dei chiaroscuri in un modo incarnato e non separato.

Nella sua riuscita partitura polifonica, Finale: Allegro si caratterizza per il lavoro di bravi professionisti assai in parte come Anna Bonasso e Luigi Diliberti ma anche per quello di una giovane, e incandescente, attrice georgiana, Nutsa Khubulava, diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica “Boris Shchukin Theatre Institute” di Mosca, oltre che per la magnifica performance di Frida Bollani Magoni.  Da segnalare, infine, le musiche del compositore piemontese Gian Maria Testa e il montaggio del pluripremiato Roberto Perpignani, oltre, come già ricordato, al grande coraggio e carattere che emerge dall’interpretazione, intensa e insieme misurata, di Barbara Bouchet: la cui Karina rimane impressa a lungo, forse a partire  dalla magnifica risignificazione che Bouchet stessa (disfa e) fa del proprio corpo di attrice.

In Concorso al  Bif&st 2026 – Premio per la Migliore Interpretazione Femminile a Barbara Bouchet.
In sala dal 9 aprile 2026.


Finale: Allegro  – Regia e sceneggiatura: Emanuela Piovano; fotografia: Luciano Federici; montaggio: Roberto Perpignani; scenografia: Mario Scarzella; musica: Gian Maria Testa; interpreti: Barbara Bouchet, Anna Bonasso, Nutsa Khubulava, Luigi Diberti, Luca Chikovani, Diego Casalis, Frida Bollani Magoni; produzione: Kitchenfilm, RaiCinema, Making Movies & Events, Testukine sas; origine: Italia/Francia, 2026; durata: 113 minuti.

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