Genderation

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Sono passati più di vent’anni da Gendernauts, epopea dell’iconica e irriverente San Francisco anni ’90 ancora oggi ricordata come una delle opere più celebri della regista tedesca Monika Treut: i tempi sono cambiati, la realtà si è incupita, il sogno californiano è andato distrutto – o forse si è semplicemente adagiato a terra per tirare il fiato. Ma come facciamo a stabilirlo con certezza? Genderation è il secondo capitolo di un viaggio lungo svariati decenni che ancora non sembra essere arrivato al suo epilogo: ritornano in scena i protagonisti di un tempo, fra cui l’ex attrice Annie Sprinkle e la cineasta Beth Stephens, simboli di un’era purtroppo in gran parte svanita nel vento. Ripercorrendo l’antico palcoscenico, la troupe si ritrova per la seconda volta ad esplorare una città trasformatasi da centro propulsore in residenza periferica, restaurandone il microcosmo originario. Assistere al passaggio di testimone fra una generazione e l’altra non è mai facile, soprattutto in questo caso: l’America indagata dalla Treut appare decisamente più polarizzata e instabile rispetto a quella di un tempo, l’abbacinante labirinto stradale comincia a tingersi di sfumature più sobrie, grigiastre come il presente che ci circonda. Ce lo fa notare una Susan Stryker ormai compenetratasi con il suo odierno ruolo di docente: “I nuovi inquilini del quartiere” afferma la donna mentre passeggia con la sua compagna “comprano le case e le dipingono di nero”.

La gentrificazione, l’aumento degli affitti, la dispersione delle vecchie coordinate ma anche l’appiattimento emotivo e culturale del nostro tempo generano prodotti interscambiabili. Così, anche gli edifici prendono la forma di scatole scure, pronte ad essere omologate l’una all’altra con metodica precisione. L’architettura parla, ed è spesso molto più eloquente dei personaggi intervistati: le pareti abbracciano venature più sobrie e cupe, il numero civico si riduce ad una sigla, gli abitanti esibiscono strane etichette. Le abitazioni si riempiono di “Technikfreaks”, di “Tech Pro Modern” e di altri bizzarri codici attraverso i quali individualismo e libero arbitrio tentano (talvolta perfino inutilmente) di articolarsi. Ritornano dunque alla mente le parole con cui il poeta e saggista Max Wolf Valerio racconta la propria esperienza di transizione: “Non avevo nessun interesse a cambiare il sistema. Non ho cambiato sesso per questo, si tratta di una tappa del mio percorso umano”. Ci si chiede, a questo punto, cosa faccia davvero la differenza – se la parola d’ordine o la persona. La cinepresa di Elfi Mikesch si ritira ai margini, seguendo l’itinerario dei suoi personaggi e rinunciando anch’essa a ricoprire il consueto ruolo di protagonista.

Eppure, nonostante l’immagine decadente e un po’ borghese che questi intellettuali hanno ereditato dall’oggi, lo sguardo di Monika Treut non è certo pessimista: la pellicola si limita ad immortalare un presente in cui ognuno può trovare la sua dimensione. La famiglia di Sandy Stone, ad esempio, assume contorni talmente ordinari da scardinare qualsiasi aspettativa o stereotipo di genere: “Alcune persone sono sicure della propria identità. Io no” afferma l’autrice, sostando in una sorta di limbo in cui tutto è concesso. Ed è proprio su questo limbo che la pellicola si sofferma, quasi si trattasse di un deserto in cui il mondo giace disteso o di un’infinita zona grigia nella quale ogni sfaccettatura esibisce il proprio marchio, pur non possedendone nessuno. C’è più confusione, oggi. Al punto che i pionieri di un tempo non sembrano sapere a chi abbiano passato il testimone – se ai ragazzi che frequentano i corsi di Susan Stryker o agli Stati Uniti di Trump (ovvero, la “testa” e la “croce” della stessa moneta). O magari ad una via di mezzo che preferisce rimanere in silenzio evitando di schierarsi, rinchiudendosi fra le mura plumbee delle vecchie dimore appena ristrutturate. Non si capisce, dal documentario, dove porti esattamente tutto questo tacere, se verso una definitiva normalizzazione o verso un’ulteriore polarizzazione delle correnti in cui il pensiero si muove. Eppure, ciò che preme all’obiettivo è fermare, nello spazio di pochi fotogrammi, il tempo che scorre. In un tale contesto, la parabola tracciata dai nostri precursori risulta tanto discendente quanto ascendente, le loro voci hanno un retrogusto amarognolo e l’immagine, nel complesso, sembra quella di un prato sfiorito.


Genderation – Regia: Monika Treut; sceneggiatura: Monika Treut; fotografia: Elfi Mikesch, Robert Falckenberg, Nola Anwar, Monika Treut; montaggio: Angela Christlieb, Margot Neubert-Maric; interpreti: Annie Sprinkle, Beth Stephens, Stafford, Sandy Stone, Susan Stryker, Max Wolf Valerio; produzione: Hyena Films; origine: Germania 2021; durata: 88’.

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