Greenland 2: Migration di Ric Roman Waugh


Chissà se Donald Trump immaginava che in Groenlandia non è poi tutto oro quello che luccica o, per dirla  meglio, che, anche in quel luogo ora così conteso, l’erba del vicino non sempre è più verde. Ne sanno qualcosa in proposito John (Gerard Butler), Allison (Morena Baccarin) e Nathan Garrity (Roman Griffin Davis), che, con pochi altri fortunati sfuggiti per un pelo a estinzione certa, dopo lo schianto della cometa Clarke, hanno trovato asilo nei rifugi antiatomici che il governo USA, proprio in Groenlandia, ha approntato. E dire che la famiglia Garrity era stata selezionata proprio in virtù delle doti specialistiche di John: ingegnere civile che avrebbe avuto un compito nella ricostruzione degli skylines cui un’umanità desiderosa di ricominciare (a consumare) era abituata.

Di nuove città, invece, nemmeno l’ombra. Rispetto ai pochi mesi preventivati dagli esperti, infatti, sia per i Garretty che per i loro forzati coinquilini, di anni ne sono passati ben cinque e i segnali provenienti dall’esterno del bunker, per un possibile ritorno alla normalità, non sembrano affatto incoraggianti.

L’atmosfera è funestata da condizioni meteorologiche avverse, con tempeste improvvise ed altamente distruttive. Su gran parte del globo l’aria è irrespirabile, oppure radioattiva. I meteoriti, poi, non hanno affatto smesso di cadere: il pezzo più grande della cometa Clarke pur avendo impattato la superficie del pianeta, aprendo un cratere enorme dove prima c’era il mar Mediterraneo, ha lasciato a orbitare attorno al pianeta una “fascia fantasma” di asteroidi più o meno piccoli, destinati tutti a essere risucchiati dalla gravità, precipitando al suolo. Tra tempeste, radiazioni, caduta improvvisa di meteoriti, terremoti e maremoti, nessun posto sulla terra pare realmente al sicuro, tranne, forse, un nuovo e agognato Eden di cui si vagheggia l’esistenza proprio all’interno del cratere principale di cui sopra. Di questo, almeno, è convinta la Dott.ssa Amina (Amber Rose Revah).

Per ragioni che non stiamo qui a rivelare, ma delle quali dovreste esservi già fatti un’idea, i superstiti saranno costretti, loro malgrado, a lasciare la sicurezza offerta dal rifugio, imbarcandosi in un’impresa quasi impossibile, verso una destinazione di cui non si conosce per certo l’esistenza e la reale posizione. Un viaggio alla cieca, una migrazione, come suggerisce il sottotitolo del film, di cui i protagonisti dovranno farsi artefici, attraversando territori segnati da morte e distruzione, attraversando i quali scopriranno che in molti casi l’umanità non si è persa del tutto, nonostante la scarsità di risorse (non di insulina, che pare invece abbondare), mentre in altri è diventata la minaccia più letale da cui guardarsi.

Di sicuro, andando al cinema per vedere il film diretto da Ric Roman Waugh, non ci si possono attendere grosse sorprese in fatto di trama. Il lavoro dei due sceneggiatori, Mitchell LaFortune e Chris Sparling, è in effetti piuttosto basico, e con questo secondo capitolo, la saga vira dai toni  del disaster movie verso altri più affini al sottogenere dei survival movie, con ambientazione post apocalittica. La formula prevede l’alternarsi di sequenze adrenaliniche a momenti più intimi e toccanti, che guardano dalle parti di The Road (John Hillcoat, 2009), ma con esiti certamente più incerti.  In un apparente alternarsi al collega regista Christian Gudegast, Waugh pare uno di quelli con cui Gerard Butler (qui anche nelle vesti di produttore) preferisce lavorare  e, con questo titolo, i due sono già alla quarta collaborazione assieme (dopo Attacco al Potere 3 del 2019 , Operazione Kandahar del 2023 e, appunto, il primo capitolo di Greenland). Anche stavolta gli viene cucito addosso un blockbuster muscolare, che richiama alla mente, forse non a caso,  molta della filmografia hollywoodiana cui abbiamo assistito durante gli anni ’80 della reaganomics. E Butler sembra gradire, ricambiando il regista con un’interpretazione da comfort zone.

Ma, in questo continuo rincorrersi tra realtà e fantasia, tra fantascienza e vita reale, dove spesso la seconda supera a destra la prima, succede che si vengano a creare strane coincidenze, tali per cui anche una saga cinematografica come questa entra incredibilmente in risonanza col mondo che ci circonda.

Greenland 2: Migration di Ric Roman Waugh
Gerard Butler, Morena Baccarin e Roman Griffin Davis       (a sinistra)

Se nel 2020 il primo Greenland riverberava il clima pandemico  da Covid 19, in questo nuovo capitolo, in un certo senso, pare di assistere alle sue conseguenze: con le piccole comunità sopravvissute costrette all’isolamento forzato. Oltre a ciò, va certamente citato il clamoroso “colpo di fortuna” che consiste nel veder ambientata la vicenda proprio nella Groenlandia al centro delle attuali mire espansionistiche del presidente USA.

Coincidenza? Certamente. Botta di fortuna? Ovvio.

E, tuttavia, guardando alla vicenda creativa e produttiva delle due pellicole sotto un’altra ottica, non si può certo negare che le “antenne” di tale sistema non siano sintonizzate sullo spirito del tempo, su questa lunga fase di incertezza, cui, in qualche modo, siamo chiamati a reagire.  Basta tutto questo a salvare il film di Waugh? Certamente no. Ma c’é di che riflettere.

In sala dal 29 gennaio 2026.


Greenland 2: Migration – Regia: Ric Roman Waugh; Sceneggiatura: Mitchell LaFortune, Chris Sparling; fotografia: Martin Ahlgren; montaggio: Colby Parker Jr.; musica: David Buckley; interpreti: Gerard Butler, Morena Baccarin, Roman Griffin Davis, Amber Rose Revah, Gordon Alexander, Peter Polycarpou, William Abadie, Nelia Valery Da Costa, Tommie Earl Jenkins, Trond Fausa Aurvåg, Rachael Evelyn, Sidsel Siem Koch, Alex Lanipekun; produzione: STXfilms, Anton, Thunder Road, G-BASE Film Production; origine: Regno Unito, 2026; durata: 98 minuti; distribuzione: Lucky Red, Universal Pictures International Italy.

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