Guerra e pace

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Il cinema si è impadronito della guerra o la guerra si è impadronita del cinema? È una domanda che nel corso del Novecento fino a oggi ha trovato una sua dimensione sempre più larga e su cui Massimo D’Anolfi e Martina Parenti hanno indagato a fondo nel recente documentario Guerra e pace, presentato nella sezione Orizzonti dell’ultima Biennale di Venezia 2020 e ora in sala grazie all’Istituto Luce.

Già tra i protagonisti del Festival edizione 2016 con Spira Mirabilis  (visibile su Raiplay), i due documentaristi tornano a una narrazione in capitoli per parlare del rapporto tra l’immagine filmata e la guerra. Il documentario diviso in quattro parti dedicate al passato remoto, al passato prossimo, al presente e al futuro conferma che tra la cinepresa, oggi telefonino, e i conflitti armati non c’è mai stato un rapporto occasionale o improvvisato, bensì un intento preciso di portare al pubblico un messaggio costruito, montato, pilotato.

Il primo capitolo si apre con le rare e stupefacenti immagini della guerra che l’Italia mosse nel 1911 all’Impero Ottomano per la conquista della Libia, o meglio della Tripolitania e della Cirenaica, unite poi forzatamente sotto il nome di Libia dal fascismo coloniale. Le immagini degli sbarchi dei soldati italiani e il racconto delle loro gesta sul territorio desertico, i primi piani dei bambini, gli oppositori locali impiccati, sono frutto di un elaborato uso delle immagini che già cento anni fa era in piena espansione grazie al fiorire di produzioni in grado di mandare operatori e cineprese sul campo di battaglia. Ma le immagini sono appunto racconto pubblicitario da portare in patria, non raccontano la guerra, ma momenti di pausa, di avanzamento, di stallo e di gioia; ci sono come si diceva bambini messi in posa, sorridenti mentre salutano, primi piani di volti dalla forza imponente che ci arrivano oggi “come la nostra coscienza, è doloroso vedere la dignità di un popolo che l’Italia non ha rispettato” si sente in questa scena girata presso l’Istituto Luce che si è occupata anche del restauro. “Il cinema delle origini usato in queste immagini è crudele e sa di esserlo, non è ingenuo, è come un coltello che taglia” continua un’altra voce. È chiaro che questa guerra sia stata volutamente dimenticata e a noi è arrivato al massimo il punto di vista degli occupanti, il nostro.

Il secondo capitolo parla di visioni che si moltiplicano, è dedicato al lavoro dell’Unità di Crisi della Farnesina e ci permette di vedere come funziona il mondo in guerra fuori dal nostro raggio visivo, da ciò che possiamo comprendere con la nostra esperienza di persone libere e tutto sommato agiate. Si racconta che le aree intorno a Mogadiscio in Somalia sono soggette ad attacchi terroristici che si ripetono più volte al giorno e dunque vanno contestualizzate in quel modo, c’è poco da fare, non è una situazione straordinaria e quindi va inserita nella normalità del quotidiano. È un capitolo particolarmente potente visto dalle sale del nostro Ministero degli Esteri e in parte raccontato anche dalle voci di alcuni civili italiani dislocati per vari motivi nelle aree di crisi, chi in preda al panico, chi sicuro del pericolo di morte che ha davanti. I registi non tralasciano però mai le immagini filmate tramite un mezzo, che sia una telecamera attaccata sopra il casco di un terrorista che spara all’impazzata nelle strade di una città europea e di cui si vedono come in un videogioco solo le mani che stringono il fucile o un telefonino che riprede un attentato in Iraq dove muoiono schiacciati sotto lastroni di cemento adulti e bambini. È interessante come nel racconto delle persone, in fase di montaggio, D’Anolfi e Parenti abbiano aggiunto queste immagini. È cinema ed è realtà, è racconto videoludico, è fanatismo, è pubblicità, è una generazione umana cresciuta per immagini e non per parole.

Il terzo capitolo chiamato “Il mestiere delle immagini” è il più lungo e forse anche un po’ prolisso, ed è reso possibile dalla collaborazione con l’Ecpad, l’Archivio Militare e Agenzia delle Immagini del Ministero della Difesa Francese. È illuminante nel mostrare con quanta attenzione dentro l’esercito francese si crei un’unità addestrata non solo alla guerra ma anche al racconto della guerra. I soldati si allenano al combattimento e allo stesso tempo studiano La resa di Breda di Diego Velazquez. Degno di nota è un passaggio di una lezione di un ufficiale che spiega ai cadetti come scegliere tra una mitragliatrice e una macchina fotografica durante una possibile azione di combattimento. “Se prenderete l’arma aiuterete i vostri compagni ma nessuno saprà nulla di quell’azione, se prenderete la macchina fotografica saranno contenti i superiori”. In realtà lo stesso ufficiale ammette che non c’è risposta a questa doppia scelta, ma spiega che bisogna porsi il dubbio. In parte è memoria di chi potrebbe morire ed essere dimenticato su un terreno sabbioso, in parte è necessità di portare il materiale a casa per usarlo per il montaggio del racconto della realtà. Ci permettiamo allora di fare un collegamento con gli intrepidi operatori (tra questi ci fu anche John Ford) che furono mandati embedded con le truppe americane in Europa durante il secondo conflitto mondiale per i cinegiornali di casa. È indubbio che quei montaggi aiutarono a sostenere e vincere la causa presso l’opinione pubblica. Più vicina a noi, la copertura totale che la stampa diede della guerra in Iraq nel 1991 con il totale assenso e aiuto degli eserciti occidentali.

L’ultima parte con le immagini prese dalla Cineteca Svizzera di Losanna e dagli archivi della Croce Rossa Internazionale in realtà è un ritorno al passato per confermare l’importanza degli archivi per conservare la memoria e istruire possibilmente un futuro dove ci sia più volontà di pace che di guerra.

Guerra e pace è immagini, solo immagini, senza commento critico e solo sporadicamente qualche breve sottofondo sonoro, un montaggio, una scelta pura, che conferma  Massimo D’Anolfi e Martina Parenti tra i migliori documentaristi, italiani e non,  attualmente in circolazione.

In programmazione da lunedì 24 maggio.

Guerra e Pace – Regia: Massimo D’Anolfi e Martina Parenti; fotografia: Massimo D’Anolfi;  montaggio: Massimo D’Anolfi e Martina Parenti; produzione: Montmorency Film, Rai Cinema, Istituto Luce Cinecittà, CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia Production, Lomotion, Cinémathèque suisse, SRF / SRG SSR, Berner Filmförderung, Federal Office of Culture (FDHA), EMI-ECPAD, International Red Cross, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; origine: Italia/Svizzera 2020; durata: 129’; distribuzione: Istituto Luce Cinecittà.

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