Han ye deng zhu (Light Pillar) di Xu Zao (Perspectives)

Dopo due primi cortometraggi No Changes Have Taken In Our Life e Love Music Friend il regista cinese Xu Zao presenta ora il suo debutto nel lungometraggio di animazione dal titolo internazionale Light Pillar. Un debutto che sorprende per la maturità stilistica e la proposta innovativa di giocare con un cocktail di diverse tecniche visive alternate fra loro che vanno dall’animazione con il procedimento del rotoscopio, alla finzione filmica usata però in una realtà virtuale che sa di romanticismo e zucchero filato.

Tutto è finzione, nulla è reale in Light Pillar. Appunto, è cinema. Fin a partire dall’ambientazione, Xu Zao ha pensato bene di situare la sua storia in un luogo fittizio, il New Old East Film Studio, che ricalca il reale parco cinematografico di Hengdian in Cina. Siamo in pieno inverno, in un futuro poco lontano nel quale vengono pubblicizzati costosi programmi per viaggiare nello spazio. L’enorme e vasta area ha sicuramente visto tempi migliori, ma ora è poco visitata anche dai turisti. La neve ricopre sia la ricostruzione della Città proibita come anche la copia della Sfinge di Giza, all’interno della quale ormai ha trovato posto il ripostiglio per gli attrezzi. Lao Zha (Da Peng) vive e lavora da vent’anni nel parco come custode insieme al suo vecchio gatto sornione. Quest’ultimo vanta pure un passato di comparsa in alcuni film. Vicino ormai alla bancarotta il direttore del parco è costretto a tagliare gli stipendi dei dipendenti e l’accomodante Lao Zha rischia di non venir pagato per sei mesi. Deciso questa volta a protestare si reca alla casa del suo superiore ma, invece dello stipendio, riceve un visore interattivo di realtà virtuale.

Catapultato in un mondo artificiale, simile ad un parco divertimenti, ma più reale – il regista usa qui immagini filmiche e non animate, abbellite da sfavillanti luci pastello – del triste e solitario mondo di cartapesta dove abita, Lao Zha fa la conoscenza virtuale di una giocatrice, in apparenza altrettanto solitaria come lo è lui, e si lascia persuadere a pagarle un romantico viaggio verso le stelle. Nel frattempo, proprio in extremis, lo studio riceve una proposta, non rifiutabile, da un regista ottuagenario che vorrebbe girarci il finale esplosivo di un apocalittico film di fantascienza…

La figura infelice, credulona e fragile di Lao Zha ricorda fin da subito il protagonista de Il mio amico robot di Pablo Berger, e in generale l’atmosfera di malinconia mista ad ironia di quel film di animazione che era stato candidato all’Oscar nel 2024. Non per niente una figura di turista nel film, per metà cane, per metà robot, insieme al piccolo imperatore (citazione da L’ultimo imperatore di Bertolucci) sale sul trenino per visitare l’area degli studios. Anche la musica sottolinea e accentua questa struggente e melensa tristezza che pervade, da inizio a fine, ogni momento e ogni immagine, sempre a rischio di oltrepassare nello stucchevole, ma senza per fortuna mai caderci completamente grazie all’ironia di fondo.

Il gioco di invertire realtà e finzione, opponendo fra loro il mondo animato e il mondo virtuale dà luogo ad un interessante gioco meta-filmico, che non fa solo sorridere, ma offre spunto per una riflessione sui linguaggi e gli scopi del cinema come luogo di evasione dalla realtà. Lo stesso uso della tecnica del rotoscopio, che fra le tecniche di animazione è quella che più restituisce un attendibile verosimile del reale è utilizzata con lo stesso scopo.

Nessuna figura si salva dallo sguardo scanzonato e nichilista del regista-autore: il protagonista Lao Zha che sguazza nella sua inettitudine, i suoi colleghi attaccabrighe, bulli e fannulloni, il protagonismo del direttore del parco con la sua mania di protagonismo e sempre con un microfono in mano, e infine il regista ottuagenario, decrepito e sulla sedia a rotelle che ancora si ostina a girare assurdi film di genere. Nemmeno il gatto viene risparmiato, nonostante grazie alla sua furbizia e al suo trascendere necessità e ambizioni umane, risulta essere la figura più simpatica del film. L’unica pecca del film forse la si può riscontrare nella pacatezza flemmatica della narrazione e nel ritmo molto lento. In ogni caso un buon inizio di carriera. 


Han ye deng zhu (Light Pillar):  – Regia e sceneggiatura: Xu Zao; fotografia: Hao Jiayue; montaggio: Yang Chao, Xu Zao; musica: Chen Xiaoshu; animazione: Yang Leiting; interpreti: Da Peng, Qing Yi; produzione: Fengduan Pictures, La Fonte; origine: Repubblica Popolare Cinese 2026; durata: 90 minuti.

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