Mi è già capitato negli anni scorsi di scrivere della documentarista viennese Ruth Beckermann (1952) che presenta nella sezione Berlinale Special il nuovo documentario Wax & Gold – di elogiarne a più riprese la capacità di indagare alcuni temi che da sempre le appartengono che si potrebbero facilmente riassumere nel trinomio Vienna, cultura ebraica, storia (della cultura) austriaca, lo dimostrano – senza andare troppo lontano, senza rifarsi agli anni ’80 quando Beckermann ha cominciato – i quattro film degli ultimi 10 anni, tutti presentati a Berlino: il film sul carteggio fra Paul Celan e Ingeborg Bachmann (Die Geträumten, 2o16), il suo film forse più celebre, quello dedicato a Kurt Waldheim (The Waldheim Waltz, 2018), il film Mutzenbacher (2022), incentrato su un bestseller erotico di fine Ottocento e sulla sua ri-attualizzazione nella contemporaneità, fino al documentario di lunga durata Favoriten (2024) su una scuola elementare viennese, in un quartiere in larga prevalenza abitato da migranti.
Wax & Gold è la traduzione letterale di un concetto amarico che sta a significare qualcosa come superficie e profondità, in omaggio a un’idea per cui le cose hanno un risvolto più apparente e un senso profondo, in omaggio a una sorta di duplicità, ambiguità delle cose del mondo. E infatti, proprio alla lingua e alla cultura del paese che questo concetto ha prodotto si rivolge Beckermann, ovvero all’Etiopia, un tema inusuale per le sue corde: un documentario sull’Etiopia di oggi ma soprattutto di ieri, segnatamente incentrato sulla figura del Negus, del Re dei Re, Hailé Selassié discendente nella narrazione (auto-) mitologica nientemeno che dal Re Salomone. Un documentario, dunque, su una figura che la regista ricorda dalle immagini televisive della sua infanzia, una figura che pur nella sua immane tristezza e con sempre in testa il casco coloniale costituiva, insieme allo Scià di Persia, una delle incarnazioni dell’alterità per una generazione, la cui alfabetizzazione visuale risale ai primi anni ’60.
Per lavorare a questo documentario – ma in un close-up sui suoi appunti, si vede che la regista mette consapevolmente in discussione che si tratti “solo” di un documentario – Beckermann e la sua troupe si sono installati allo Hilton di Addis Abeba, un hotel a cinque stelle fortemente voluto dal Negus che incaricò un suo fedele architetto di progettarlo, provvedendo egli stesso a fornire suggerimenti e consigli sulla disposizione e sugli arredi. In quest’albergo un po’ démodé si svolgono le numerose interviste, gli incontri con diverse persone appartenenti a differenti generazioni che l’autrice ha convocato per l’occasione.
Ne deriva un caleidoscopio molto articolato ma un po’ ripetitivo, in cui l’assunto di cui al titolo ci viene spiegato, rispiegato e rispiegato: lo statuto mitologico di colui che ha governato l’Etiopia dal 1930 al 1974 ha certamente qualche ragione d’essere – è stato l’unico sovrano africano a combattere strenuamente la colonizzazione uscendone alla fine vincitore (l’Italia ne sa qualcosa, vedi sotto), ha saputo coraggiosamente in un celebre discorso, tenuto presso la Società delle Nazioni nel 1935, attaccare la politica di appeasement delle potenze europee lasciando intravedere all’orizzonte ciò che di lì a poco per colpa del nazi-fascismo sarebbe accaduto con i Sudeti e con l’Austria, è stato uno dei promotori e organizzatori del primo congresso dei paesi africani indipendenti che si tenne per l’appunto in Etiopia nel 1963, è stato il fautore di un’ondata di modernizzazione soprattutto nella capitale; ma d’altro canto è stato un sovrano ben poco illuminato, che non ha affatto cercato di sanare le profondissime contraddizioni della società etiope, allora come ora preda di difformità sociali ineludibili. E qui i punti di vista fra le generazioni differiscono profondamente: vi sono i nostalgici, fra i quali spicca colui che per anni è stato il suo servitore personale, che dopo la deposizione del Negus, si mise con estrema nonchalance al servizio dei nuovi padroni, portatori, necessari e tardivi, di una rivoluzione con a capo Menghistu (1937-) che – al pari di quella iraniana – neanche lontanamente ha portato i cambiamenti auspicati. Figura, quella del servitore, patetica se mai ve ne furono. Assai più disincantati sono i giovani (artisti) che non hanno nessuna forma di affettività nei confronti del vecchio sovrano e neanche di chi l’ha succeduto e cercano di riprendere elementi della tradizione autoctona declinandoli in senso moderno e democratico. 
L’Hotel è anche il punto d’incontro di storici, artisti e diplomatici con cui Beckermann (che, come spesso le accade, non si mette mai in scena in video ma conduce, anche stavolta, le interviste con la propria voce, in funzione autentificante) A fungere da controcanto o se vogliamo da conferma la regista usa il pamphlet dello scrittore polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007), forse il primo che aveva messo in modo documentato (ma, come Beckermann, anche fictional) lo statuto “mitico” del negus. Il libro, uscito in polacco nel 1978 – e in Italia nel 1983, da Feltinelli con il titolo Il Negus, appunto, viene citato di continuo in senso ora asseverativo ora polemico, ed è con certezza una delle fonti d’ispirazione della regista viennese.
Curioso che questo film, decisamente non fra i migliori di Beckermann, esca praticamente in concomitanza con il mega-documentario Black Lions, Roman Wolves di Haile Gerima, anch’esso presentato a questa Berlinale e incentrato sul tentato e in parte riuscito genocidio del popolo etiope da parte del governo fascista di Mussolini. 531 minuti che, quando sarà possibile, con calma, guarderò.
Wax&Gold – Regia, sceneggiatura, produzione: Ruth Beckermann; fotografia: Johannes Hammel; montaggio: Dieter Pichler; co-produzione: Citrullo International; origine: Austria/ Italia 2026; durata: 97 minuti.
