Hygiène sociale

  • Voto

Già nel primo atto ma soprattutto nel secondo atto dell’opera di Mozart a Don Giovanni non gliene va bene più neanche una: dalla voce Donna Anna riconosce in lui l’assassino di suo padre e colui che ha tentato di violentarla, Donna Elvira lo rincorre rinvenendo in lui colui che l’ha abbandonata dopo averle promesso di sposarla e anche Zerlina, pur affascinata dal galantuomo, capisce, dopo esser stata messa in guardia dalle altre e dalle costanti minacce del gelosissimo Masetto, di che pasta è fatto il seduttore. Ecco: questa è un po’ la situazione in cui si trova Antonin (Maxim Gaudette), il protagonista del nuovo film del regista canadese Denis Côte presentato nella sezione Encounters a Berlino, un film dal profetico titolo Hygiène Sociale , girato effettivamente in piena pandemia, ma stando a quanto racconta il regista concepito dal regista già sei anni fa, durante un soggiorno in Bosnia, al festival di Sarajevo, sotto l’influsso dei testi dell’autore svizzero Robert Walser, che non leggiamo da tempo ma che ci pare abbastanza lontano, a onor del vero, dal fitto dialogo del film di Côté.

Antonin è in scena praticamente per tutti i 75 minuti del film (il povero Maxim Gaudette si è dovuto imparare una cinquantina di pagine di testo), il quale consta – fatti salvi pochissimi intermezzi – di dialoghi en plein air, con i personaggi adeguatamente distanziati in pose teatrali, fra il protagonista e un insieme di cinque donne: la sorella, la moglie, l’amante, un’esattrice delle tasse e una donna più giovane che si diletta di teologia ed è stata vittima di una rapina, compiuta dallo stesso Antonin, che in attesa di capire che cosa vuol davvero fare nella vita, dorme nella Volkswagen di un amico e si diletta di taccheggiamenti in stazioni e aeroporti. Antonin è un libertino, un fannullone, un filibustiere con la vaga ambizione di scrivere o di girare un film, ma che in realtà chiacchiera chiacchiera e fa poco altro. Le donne con cui si relaziona, a cominciare dalla sorella, la prima a scendere in campo, lo fanno a pezzi, smascherano la sua inconcludenza e la sua sbruffonaggine. Hygiène Sociale sembra dunque, in prima battuta, una riflessione sulla crisi della mascolinità nel mondo contemporaneo, anche se si fa fatica a vedere una vera coerenza e una logica in un film che fa di tutto per evitare qualsivoglia “messaggio” nel senso tradizionale, ricorrendo a tutta una serie di effetti di straniamento: recitazione enfatica, distanza fra i personaggi (è probabilmente questa l’igiene sociale di cui al titolo), mdp fissa lontana dagli attori, i cui primi piani vediamo in una specie di uscita in proscenio solo nelle inquadrature finali, costumi ottocenteschi dei personaggi a fronte di attualizzazioni (oltre alla Volkswagen si parla per esempio di Facebook).

Abbiamo visto negli anni diversi film di Côté, beniamino dei festival di tutto il mondo (solo alla Berlinale lo hanno convocato, con questa, ben cinque volte, di cui tre in concorso, due anni fa l’ultima volta con Répertoire des villes disparues ), ma pur apprezzando il tentativo di girare ogni volta qualcosa di diverso, di non accontentarsi, di provare ad essere originale, il quarantottenne regista canadese, lo confessiamo, non ci ha mai particolarmente entusiasmato. Neanche questa volta. E il premio alla regia conferitogli dalla giuria di Encounters ci sembra assomigliare molto a quello che i giurati del Concorso hanno attribuito a Hong Sangsoo per la sceneggiatura. Il principale pregio del film di Côté è, comunque, la sua invidiabile brevità.


Hygiène Sociale – Regia: Denis Côté; sceneggiatura: Denis Côté; fotografia:François Messier-Rheault; montaggio: Nicolas Roy; interpreti: Maxim Gaudette (Antonin), Larissa Corriveau (Solveig), Eleonore Loiselle (Aurore), Eva Duranceau (Cassiopée), Kathleen Fortin (Rose), Evelyne Rompré (Églantine); produzione:Inspiratrice & Commandant origine: Canada 2021; durata: 75’.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *