I Maledetti Microfoni contro il Calcio

DPCMDDI,VARDAD … tutta la nostra esistenza, in questo periodo, è governata, sulla base di una continua virulenza mediatica, dagli acronimi. Un tempo relegati a un ruolo informativo, strutturale e discreto, oggi gli acronimi diventano i maggiordomi, lo spot espositivo dell’enorme bolla tecnologica, tecnocratica che aumenta sensibilmente il suo volume in questo periodo pandemico.

La bolla tecnologica ha portato a un’inevitabile riconfigurazione dei costumi e delle abitudini sociali, da qui quel Rubicone attraversato che condurrà, anche finito l’incubo, alle riunioni d’azienda via zoom, al continuo ricorso all’e-commerce o ai consigli di classe rigorosamente su google meet. L’Homo Videns di Sartori, dunque ha realizzato il suo “upgrade”, di fatto divenuto Homo Technologicus in continua modalità di delega sul versante comunicativo, emozionale e sociale.

Non tocca a noi sentenziare dove ci condurrà quest’enorme rivoluzione, tuttavia è interessante aprire una finestra su come il mondo pallonaro sia diventato un manifesto di quanto detto e come, di rimando, alcuni spazi siano ormai inesorabilmente perduti.

Sul versante comunicativo, l’”upgrade”, con dosi massicce di DPCM, ha tolto giustamente di mezzo il pubblico aumentando la potenza dei microfoni in campo. Scordiamoci il tifo in dialettica con il tono rassicurante di Pizzul o lo strappo energico di Martellini: ora lo storytelling è a stelle e strisce, continuo sensazionalismo ed epicizzazione dell’eroe, anche quando il nostro fa un semplice appoggio dalla linea di centrocampo alla difesa. I vari Caressa, Adani, Pardo usufruiscono così di un altro alleato per affrontare, organizzare il reality show: la presa diretta in campo. Ogni commento, ogni imprecazione, ogni azione è preda del circolo mediatico, di fatto percezione e sensazione lasciano lentamente il posto al guardare passivo. Sul versante cognitivo, paradossalmente, l’attenzione dell’ Homo Technologicus crolla ulteriormente visto che il cervello viene bombardato da continue informazioni e riduce il versante immaginifico. Tale condizione era già in essere nel calcio pre-Covid, ma ora ha raggiunto livelli preoccupanti e qualsiasi frase, gesto “fuori posto” subisce un’ipervalutazione, analisi che non porta crescita in termini di informazione, costruzione. Per fare un esempio, l’idea di fantasticare, immaginare lo scontro verbale, fisico Gascoigne-Jones Van Basten-Vierchowod, era, in termini emozionali e di partecipazione, di gran lunga superiore rispetto agli “scontri” di oggi, a quell’ Ibra-Lukaku divenuto ridicolo e vergognoso anche considerando l’enorme cassa di risonanza mediatica, quest’ultima attenta ad ogni passaggio, pausa, virgola.

Una presa diretta, continua e appunto virulenta, che non lascia spazio ad alcuna fascinazione in termini di attesa, desiderio, mistero. Un tempo passato, si usava riconoscere una formula: ciò che accade in campo resta in campo; sotterrando l’associazione retorica presa diretta=verità dunque verità=crescita etica/morale, quel mondo sembrerebbe aver perso le sue coordinate, sembrerebbe dunque aver abbandonato quell’idea stessa di campo.

Il teatro del calcio, divenuto prodotto confezionato a livello globale, non ha quindi soltanto perso, seppur momentaneamente, coloro che tifano, incitano e condizionano la performance, ma si è anche “prodigato” ad oscurare, erodere la magia del campo, quel senso di sconosciuto che tanto fa gioco e appassiona.

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