Il cattivo poeta (conferenza stampa)

Estratti dalla conferenza stampa tenutasi a Roma il 18 maggio al Cinema Eden

Ha scelto di fare un film fuori dalla consuetudini del cinema italiano, è un progetto ambizioso, un aggettivo importante, perché?

GIANLUCA JODICE (regista): l’ambizione è meglio averla che non averla, il filone in cui ho cercato di inserirmi era una consuetudine del cinema italiano del passato. Anche il fatto di aver esordito tardi mi ha dato modo di essere più sfacciato, se avessi esordito prima avrei scelto un film più piccolo. Matteo (Rovere, ndr) mi disse se volevo pensare a un biopic, così mi è venuto in mente il D’Annunzio degli ultimi anni della sua vita, chiuso nel suo castello, come un Nosferatu in piena decadenza. D’Annunzio poi non è mai stato raccontato al cinema.

Perché fare un film biopic?

MATTEO ROVERE (produttore): Il film è ambizioso nell’impianto, ma mi ricollego a quanto detto da Gianluca. È un tipo di cinema già raccontato in maniera orgogliosa in passato. Abbiamo provato a rendere universali le nostre storie italiane. D’Annunzio era un poeta rockstar che ha caratterizzato la prima metà del Novecento. È stato un personaggio volutamente dimenticato dopo il Ventennio, è stato rapportato alla Storia per i suoi rapporti col fascismo. Inoltre ci interessava il lavoro filologico che Gianluca ha svolto sulla sceneggiatura. È un film dove il poeta pronuncia le parole che ha effettivamente detto. Accanto all’intrattenimento c’è quindi una realtà dei fatti, diamo a ognuno la possibilità di farsi la propria idea.

ANDREA PARIS (produttore): Per noi era una sfida, il mondo dei biopic è ancora attuale, ci piaceva raccontare da un punto di vista diverso una figura così controversa. Abbiamo recuperato grazie a Giordano Bruno Guerri, il curatore del Vittoriale, gran parte degli scritti originali.

Le fonti a cui vi siete ispirati sono consultabili?

GIANLUCA JODICE: Tra le tante fonti che sono state consultate per la sceneggiatura c’è un libro di uno storico-giornalista che trovò tutte le lettere tra il segretario del Partito ed il federale di Brescia, Comini, che sulla missione da D’Annunzio scrisse un lungo diario di 500 pagine. Alcuni capitoli trattano il loro rapporto e sono riportate anche alcune frasi.

Sergio Castellitto, come ha lavorato sulla trasformazione fisica per il ruolo di D’Annunzio?

SERGIO CASTELLITTO (attore): Mi sono tagliato i capelli. Mi sono preparato in questo modo, mi sono rasato anche temendo che non ricrescessero, invece alla fine per fortuna… così ho conferito a questo gesto non soltanto l’identificazione fisica, ma anche un atto di generosità.

Se chiudi gli occhi e immagini D’Annunzio la prima cosa che immagini è il cranio come, e quindi bisognava offrire il cranio nella sua nudità. Un cranio nudo di capelli, ma con un’immensità di sapienza, di fantasia, di immaginazione, di pericolosità, di crudeltà. Tutto questo viene fotografato nell’ultimo anno della sua vita. E nell’incontro con quel controcampo che è stata una delle cose che ha caratterizzato di più il pensiero di D’Annunzio, ovvero la giovinezza. D’Annunzio incontra qualcuno che ha di fronte a sé più futuro che passato, mentre lui ha più passato che futuro.

Io pur amando l’elemento storico, infatti, sono più interessato ad altro di questo personaggio. Uno scrittore una volta disse che le case sono la geografia della propria anima, ecco il Vittoriale è la geografia dell’anima di D’Annunzio. Apparentemente quella casa è un luogo di antiquariato, ma in realtà è un luogo archeologico. Solo l’archeologia ci racconta qualcosa del futuro. È tutto quello che è stato D’Annunzio: potenza, morte, decadenza, desiderio di vita. Se c’è una cosa che mi ha colpito di questo film è che è come se D’Annunzio avesse fatto tutto: testo, scenografia… (ride) gli artisti dopotutto devono essere straordinari ladri. Questo luogo è stato una placenta. Il film non sarebbe venuto così bello senza il Vittoriale.

Avete preso molto dalle parole scritte del poeta, cosa invece avete aggiunto di vostro rispetto a questo personaggio? Come sono state organizzate, poi, le location monumentali?

SERGIO CASTELLITTO: Noi si inventa sempre, per cui il gioco è stato quello di non avere paura della grandezza del personaggio. Sono abbastanza abituato a interpretare personaggi realmente esistiti e abituato anche agli insulti che mi sono visto fare, ma non mi interessa, perché mi confronto col personaggio, faccio finta che sia inventato. La documentazione è importante, per esempio sapere che era abruzzese e così via, ma non ha importanza imitarlo, noi attori inventiamo. La performance non va vista, il lavoro dell’attore è non farla vedere.

FRANCESCO PATANÈ (attore): Io mi sono documentato al contrario. Prima di arrivare sul set, ho cercato di dimenticare tutto quello che sapevo su D’Annunzio. La cosa particolare di questa storia è che Giovanni Comini arriva al Vittoriale dicendo espressamente di sapere quello che sanno tutti su D’Annunzio, ne conosce le imprese ma non ha mai letto nulla. Ho cercato di liberarmi della mia opinione personale e di quello che avevo studiato a scuola su questo personaggio, ho cercato di pensare come se fossi davvero un giovane che per la prima volta arriva davanti un personaggio soverchiante. Un po’ è quello che provavo veramente da giovane attore arrivare sul set davanti a Sergio, c’era una vera soggezione. Ho cercato di “rubare” dall’artista che avevo di fronte.

MATTEO ROVERE: Abbiamo avuto grandi collaboratori, Tonino Zera alla scenografia e Daniele Ciprì alla fotografia, ma c’è stato un altro grande personaggio silente nel film, il Vittoriale. Con Gianluca ci siamo detti che questo film poteva iniziare solo se avessimo avuto questo luogo, dove in precedenza per altri film non era stato possibile girare. Abbiamo avuto una grande occasione. È un museo a tutti gli effetti, anche come “props”, c’erano tutti gli oggetti che D’Annunzio aveva davvero utilizzato. Abbiamo avuto una guida della Fondazione che ci ha seguito e spiegato il senso di ogni oggetto durante le riprese. Poi naturalmente con gli effetti visivi abbiamo potenziato altre scenografie del film.

Il titolo, “Il cattivo poeta”, si riferisce al cattivo D’Annunzio rispetto al fascismo o a ciò che noi abbiamo finora immaginato di D’Annunzio, secondo la valutazione del dopo Ventennio?

GIANLUCA JODICE: È questo e altro. In una lettera si autodefinì un cattivo poeta che ormai poteva solo curare i tendaggi e gli arredi. È un titolo che io trovo affettuoso e ironico, è come se assorbisse ironicamente l’etichetta che gli è stata data di cattivo maestro e di cattivo scrittore. Ho voluto rimarcare questo appellativo.

Sergio Castellitto, cosa ha scoperto su D’Annunzio affrontando questo film?

SERGIO CASTELLITTO: Il dono che fa il cinema è far capire che D’Annunzio è un genio: se c’è una figura assimilabile è Pasolini, entrambi sono stati poeti-soldato, i primi a uscire dalla trincea e prendere il colpo in fronte. E con loro Curzio Malaparte, fascista della prima ora e poi critico: queste tre figure permettono di rileggere l’intelletto italiano in un altro modo. Il potere ha sempre avuto bisogno degli artisti, dal mecenatismo del Rinascimento: un artista dovrebbe essere contro chi comanda, ma talvolta, alcuni, si sono lasciati accarezzare

Matteo Rovere, come si è immaginato il posizionamento sul mercato di un film di genere storico?

MATTEO ROVERE: In questi ultimi anni come Groenlandia e come Ascent Film abbiamo fatto un po’ di prodotti che guardano al presente in modo relativo, ci siamo spostati in altri momenti storici, pensiamo che il genere storico sia un genere a se stante. La conversazione diventa interessante anche quando si stacca dal contemporaneo, negli ultimi decenni l’Italia ha avuto voglia di sperimentare altri linguaggi e altri codici. Abbiamo avuto anche un distributore che voleva raccontare questo paese con delle realtà differenti e interessanti per l’estero. Siamo un paese ricco di Storia e di storie. Cerchiamo la linfa delle nostre storie nel passato. È importante ricordare il tessuto in cui siamo cresciuti e quindi in che tessuto possiamo restituire il nostro lavoro.

Francesco Patanè, il suo personaggio porta il seme della contraddittorietà della guerra. Com’è stato lo sviluppo del personaggio? Che cosa si aspetta di veicolare con questo personaggio?

FRANCESCO PATANÈ: Il personaggio è stato un giovane in guerra, uno che non se l’era immaginata bene, come gli dice anche D’Annunzio nel film: mi sono posto con l’ingenuità e la fiducia di chi abbraccia una guerra che non combatte in prima linea; i sentimenti di Comini inizialmente sono genuini, cede alle lusinghe del fascismo e crede che questi possano portare fortuna a lui e alla sua famiglia. La fortuna che gli capita è incontrare un uomo come D’Annunzio, che gli permette di aprire gli occhi. Trovandosi all’inizio di un processo, per lui non era facile vedere le cose come le vedeva per esempio D’Annunzio. Quindi la sfida difficile da attore è stata mostrare la presa di coscienza e il cambio di rotta che Comini ha fatto. La cosa più interessante da raccontare è stata la capacità di rimanere aperti ad ascoltare l’altro, è un rischio senza dubbio, perché se si accetta di cambiare idea si va incontro a delle conseguenze. Quindi spero che Comini racconti al pubblico di avere il coraggio di cambiare idea.

Gianluca Jodice, com’è stato “arruolato” Francesco nel film da protagonista?

GIANLUCA JODICE: Ho un po’ di pudore a raccontarlo perché questa storia sembra inventata dagli uffici stampa, ma è reale. Francesco faceva la spalla a tanti altri attori italiani mentre facevano il provino, passavano i mesi e con il casting director ci siamo detti queste battute Patanè le dice proprio bene, così ha fatto il provino e alla fine Rovere è stato entusiasta come noi.

Per la recensione del film: https://close-up.info/1416-2/

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