Regine del Campo

  • Voto

Reduce dalle odissee franco-algerine di Homeland (2013) e In viaggio von Jacqueline (2016), il regista Mohamed Hamidi ritorna sul ring con un prodotto perfettamente confezionato per l’universo lezioso e politicamente (s)corretto su cui si muove la commedia odierna: Regine del campo (in originale: Une belle équipe) sembra accontentare le aspettative dell’osservatore medio, saziando gli appetiti di chi, sul grande schermo, vuole pascersi di parole ad oggi abusatissime e spesso trattate con superficiale indifferenza. Qualche esempio? I termini “parità di genere”, “discriminazione” o “maschilismo” vi dicono nulla?

Ebbene, pare che senza scomodare il patriarcato non si possa più girare un film. Così ci uniamo tutti insieme nella lotta contro il maschio alpha, incapace di mostrare empatia verso il prossimo quanto di prendersi cura della sua stessa prole, chiuso nel suo piccolo mondo fatto di umorismo da quattro soldi, bevute al bar del quartiere e sane scazzottate fra simili. Al di sopra della variegata routine troneggia sua maestà il Calcio, antico rituale a cui le bizzarre creature consacrano parte delle loro esistenze, riunendosi al crepuscolo per celebrare l’ordinaria liturgia attorno al pallone. Recenti studi dimostrano che, per preservarsi dall’estinzione, la strana specie si sia ritirata in provincia, formando piccoli insediamenti in cui perpetrare le proprie usanze ancestrali: si tratta di luoghi oscuri e abbandonati, regioni lontane che la santa trinità odierna, composta da Inclusione, Integrazione e Globalizzazione, ancora non è stata in grado di raggiungere. Ed eccoci arrivati nella minuscola cittadina di Clourrières, dispersa fra le autostrade deserte della Francia settentrionale.

Ma osserviamo più da vicino le vite dei nostri Ch’tis fuori tempo massimo: Marco (Kad Merad) è un allenatore di mezz’età, ex promessa calcistica a cui non manca nulla per ricoprire il ruolo di capobranco – e infatti, egli dirige la Spac, ovvero la scalcagnata squadra di calcio che il paesino ha scelto come vessillo (il nome ci rimanda a scenari italiani, ma poco importa). Appesantito, stempiato, bonariamente panciuto, sistematicamente divorziato, malinconicamente allegro, Marco è il classico buon diavolo e riscuote subito le simpatie del grande pubblico. La sua spalla è Mimil (Alban Ivanov), un atro zotico un po’ più scemo ma in fondo sensibile, ingenuo e grassoccio, sempre pronto a dire la cosa sbagliata al momento sbagliato. L’effetto è di ritrovarsi davanti a Pinco Panco e Panco Pinco, quindi ridiamo anche se non ne avremmo voglia. La quotidianità delle nostre due figurine si dipana fra il lavoro come attacchini e la società sportiva, almeno fino a quando una rissa non manda tutto all’aria: all’alba della partita decisiva, il testosterone dei giocatori ha la meglio sul buon senso e l’intera Spac viene sospesa. Il rischio è che si avveri l’incubo di ogni tifoso, l’apocalisse di ogni calciatore mediocre, la tragica conclusione del grande sogno di Marco e Mimil: siamo parlando (rullo di tamburi) della retrocessione.

Niente paura: a salvare il maschio alpha dalla sua proverbiale stupidità, entra in campo la Donna. Colpo di scena? Mica tanto. Ma fa comunque piacere vedere questa équipe al femminile invadere il territorio nemico, appropriandosi del sacro pallone e bandendo la sua nemesi dai tavolini unti del bar. Che siano casalinghe disperate, mogli passivo-aggressive, liceali, poliziotte o giovani madri con un passato difficile alle spalle, queste banalissime eroine si uniscono seduta stante nell’eterna lotta contro l’altro sesso e improvvisamente la pellicola si getta in un divertentissimo tutti contro tutti. La tensione sale, fra maschi e femmine si apre una guerra destinata a protrarsi fino al termine del campionato: vedendosi privati delle proprie consuetudini, gli uomini s’infervorano e cominciano a boicottare gli allenamenti. Le ragazze rispondono scimmiottandoli. Così la cinepresa dà il via ad una vera e propria catena dell’assurdo che, come ogni catena dell’assurdo, esploderà in una bolla di sapone. A questo punto l’umorismo di Hamidi non appare più così scontato: al contrario, esso riesce a mettere in luce i punti deboli di una provincia che, in fondo, ancora si nasconde in ognuno di noi.

Il finale ha un retrogusto leggermente acre e riporta l’intera vicenda sul piano della verosimiglianza: è un po’ come se il regista si facesse beffe della nostra capacità immersiva e decidesse di svelarci i trucchi del mestiere. Se l’impressione iniziale era quella di assistere al solito pamphlet acchiappa consensi, il surreale crescendo narrativo ci suggerisce l’idea di assistere ad un’operazione più sottile, nella quale l’iperbole non pretende di rappresentare la realtà dei fatti, ma si limita a ridicolizzarne alcune sfaccettature. L’epilogo in sordina chiude il sipario sul nostro safari nelle profondità della grettezza umana, ricordandoci innanzitutto che essa esiste, e solo dopo che è giusto riderci sopra – proprio come fanno le nostre calciatrici.


Cast & Credits

Une belle équipe (Regine del campo) – Regia: Mohamed Hamidi; sceneggiatura: Mohamed Hamidi, Alain-Michel Blanc; fotografia: Laurent Dailland; montaggio: Marion Monnier; interpreti: Kad Merad (Marco), Alban Ivanov (Mimil), Céline Sallette (Stéphanie), Sabrina Ouazani (Sandra), Laure Calamy (Catherine Guerin), Guillaume Gouix (Franck), Myra Tyliann (Léa), Manika Auxire (Cindy), Marion Mezadorian (Christelle), Alexandra Roth (Jessica), André Wilms (Papy); produzione: Quad e Kissfilms, Gaumont, TF1 Films Production, 14ème Art Production, Panache Productions, La Compagnie Cinématographique; origine: Francia 2019; durata: 95′; distribuzione: Academy Two.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *