Il buco in testa

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La storia del cinema potrebbe riassumersi in un’enorme mappatura di treni che arrivano e ripartono, percorrendo strade imprevedibili fra tempi e luoghi altrimenti destinati a rimanere distanti. Non è un caso che il nuovo lungometraggio del napoletano Antonio Capuano – una delle personalità più interessanti ma meno note e apprezzate del nostro cinema – muova i suoi primi passi da una stazione, mimando in chiave tragica gli esordi dell’immagine in movimento. Il buco in testa (presentato Fuori Concorso allo scorso Festival di Torino, in sala dal 20 maggio 2021) si apre, infatti, dichiaratamente (e forse un po’ retoricamente) su una stazione evocando i fratelli Lumière, a cui la pellicola è dedicata oltre che al produttore Gianni Minervini, deceduto l’anno scorso.

Il regista, classe 1940 ma che non dimostra affatto i suoi ottant’anni, smembra e ricostruisce la travagliata vicenda che vede come protagonista Maria Serra (Teresa Saponangelo), giovane napoletana perseguitata dalla morte del padre, ucciso durante una manifestazione a Milano. Il plot è tratto da un evento realmente accaduto: la morte del vicebrigadiere Antonio Custra che il 14 maggio 1977 venne colpito a morte da Guido Mandelli, attivista di Autonomia Operaia e il successivo rincontro, quarant’anni dopo, della donna con il responsabile di quell’omicidio. Nella prima mezz’ora, la protagonista parla continuamente con la cinepresa, gettando in sala le proprie angosce e la propria inadeguatezza di fronte alla sua stessa vita. Gli “occhi pungenti” e la ferita ingenuità con cui quest’orfana affronta il mondo nascondono un lutto colpevole di appartenere ad un passato da molti rimosso per semplice necessità.

All’inizio non capiamo, la storia si dipana a poco a poco, le tessere del quadro si ricompongono soltanto a fatica: la cinepresa viaggia dalla Milano anni ’70 alla Napoli odierna, illuminando le sempre diverse e sempre uguali problematiche poste fra una realtà e l’altra. Gli eventi si riducono ad una serie di flashback che ronzano su negativo come un confuso sciame: così osserviamo Maria difendersi da una quotidianità in cui violenza e omertà sembrano ancora porre le loro radici in ogni rapporto interpersonale. All’ostinato mutismo della madre Rita (Gea Martire), ancora annichilita dalla perdita del compagno, si sovrappone la sofferta eloquenza dell’ex attentatore Guido Mandelli (Tommaso Ragno), uscito dal carcere e riapprodato in un grigio appartamento milanese. L’avvilita reticenza della generazione precedente finisce per ripercuotersi sull’universo dei figli, mai davvero abituatisi al fallimento delle lotte di un tempo.

Il volto scavato della protagonista racchiude una collera e un odio potenzialmente pericolosi, pronti a riversarsi sulle macerie che altri le hanno lasciato in eredità: la sua frustrazione deriva da un’ira incondizionata, difficile tanto da reprimere quanto da direzionare. Scrollandosi di dosso le rovine in cui si ritrova sepolta, Maria contatta l’assassino del padre e s’imbarca per il nord, tingendosi i capelli e nascondendo nella borsa una rivoltella. Una vendetta postuma, tuttavia, non basta a richiudere la voragine apertasi anni prima e allargatasi a macchia d’olio: l’immobilismo e la stasi soffocano ogni volontà di azione e a un tale cancro non sembra esserci rimedio alcuno. Il treno corre incessantemente, lasciando i propri passeggeri rinchiusi nella vicendevole incapacità di muoversi, di comprendersi, di ferirsi davvero. Perfino la pistola, espediente narrativo per antonomasia, si riduce a mero spauracchio e perde il potere distruttivo che tradizionalmente la contraddistingue. Nel puerile tentativo di dare la colpa a qualcuno, Maria pare destinata a rimanere rinchiusa in una prigione di povertà, cinismo, brutalità, rassegnazione: la donna si barcamena nevroticamente fra un lavoro non pagato e lo studio di una psicologa, e intanto parla, parla, parla – ma nessuno è disposto ad ascoltare ciò che ha da dire, forse nemmeno lei, forse nemmeno noi.

Capuano ci dona uno schizzo dell’inerzia dominante, disperdendosi, però, in una serie di piccole storie e rischiando, forse, di mettere troppa carne al fuoco: camorra, miseria, inettitudine sociale, assenteismo civile, mortificazione eccetera, eccetera. Il filo conduttore che lega la Milano anni ’70 alla Napoli contemporanea non è sempre facilmente districabile, ma si raggomitola in una successione di fotogrammi poco chiari perfino ai personaggi stessi. Il treno continua a correre fra un’inquadratura e l’altra, lasciandoci interdetti e, talvolta, indifferenti. Ammirevole, tuttavia, l’interpretazione della Saponangelo, in grado di racchiudere nella propria isterica impassibilità il triste insuccesso di una Storia eternamente presente.

Dal 20 maggio 2021 in sala.


Il buco in testa – Regia e sceneggiatura: Antonio Capuano; fotografia: Gianluca Laudadio; montaggio: Diego Liguori; interpreti: Teresa Saponangelo (Maria Serra), Tommaso Ragno (Guido Mandelli), Francesco Di Leva (Fabio Violante), Gea Martire (Rita Serra), Vincenza Modica (Alba Veneruso), Anita Zagaria (Dottoressa Mayer), Daria D’Antonio (Titti), Bruna Rossi (Myra), Alberto Ricci Höiss (Danilo De Chiara), Vincenzo Ruggiero (Dionisio Montuori); produzione: Eskimo con Rai Cinema; origine: Italia 2020; durata: 95’; distribuzione: Eskimo in collaborazione con Altri Sguardi.

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