Il cattivo poeta

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Gli ultimi anni del cattivo maestro italiano per eccellenza, Gabriele D’Annunzio, per la prima volta vengono raccontati al cinema nell’opera di un debuttante, Gianluca Jodice.

Il fantasma di D’Annunzio il maledetto, il fascista, il poeta soldato, il pubblicitario, ritorna quasi un secolo dopo a parlare di sé e stranamente passato immune da una damnatio memoriae novecentesca, ci arriva in tempi di revisione corretta delle molte ombre della Storia, dimostrando ancora una presa sull’immaginario culturale italiano.

I maestri e la giovinezza potrebbe essere un sottotitolo all’opera di Jodice, perché il cuore dell’idea è che una mente formata dalla poesia e dalla bellezza, per quanto attraversata da mille ombre nere, possa sempre parlare a un cuore giovane e indicargli una via di verità da ricercare nella vita.

Il film di Jodice è, in effetti, la storia di un percorso di crescita del giovane federale di Brescia, Giovanni Comini alias Giuseppe Patanè, figura realmente esistita, come tutti nel film, incaricato dal Partito Fascista, da Achille Starace più precisamente, di sorvegliare il poeta ritirato da quasi quindici anni nella sua casa-museo e di riferire qualsiasi tentativo sedizioso, qualsiasi voce che si possa alzare contro il Duce. Comini, da convintissimo giovane fascista, entrerà nella corte del poeta vivendone gli ultimi anni del disfacimento del corpo e della mente, ancora però illuminata da un barlume di grandezza.

D’Annunzio, spogliato della sua importanza presso le folle, se non per alcuni vecchi compagni d’arme, i Legionari, che di tanto in tanto vanno a trovarlo per riecheggiare i vecchi di tempi di Fiume, isolato in gabbia come una vecchia tigre da un Mussolini, spaventato da quello che le parole da un balcone dette dal rivale potrebbero accendere, ritrova una luce nel giovane inesperto, capendo che l’Italia è destinata presto a disgrazie indicibili.

Il Vate di Sergio Castellitto si aggira come una figura sbiancata, sepolcrale, dal cranio rugoso ma ancora lucente e vivo, acceso in privato dalla gioia dei corpi femminili, tra i giardini e i bastioni del Vittoriale, quasi fosse lo spettro sulle mura del castello di Elsinore dall’Amleto, in quella strana casa luna park dove tutto è esagerato e le geometrie arzigogolate, accentuate, bellissime quanto inutili, sono alla fine la mappa degli stessi indecifrabili percorsi mentali dannunziani. Castellitto è molto misurato, molto bravo nel dare un corpo di carne vivente al poeta di cui abbiamo perlopiù letto; è riuscito a lavorare nella sottrazione degli aspetti più bizzarri per umanizzarlo.

Il suo D’Annunzio triste, derelitto, fatto di cocaina e di donne, visionario ma ormai solo verso inesistenti topi che infestano la sua dimora, eppure ancora veggente del futuro, è un personaggio sopraffino, scalfito sì, ma affascinante, a cui si vuole bene nonostante tutto. E non è un gigione, rischio sempre possibile, né una macchietta. Rimane quell’avventuriero che tutti, checché se ne dica, avremmo seguito se ce lo avesse chiesto da un balcone, magari a Fiume, nella sua repubblica dei poeti pirati e degli anarchici, nella repubblica delle feste evanescenti come un sogno che non potrà mai diventare realtà. Castellitto ha detto nella conferenza stampa di presentazione del film che “come nella vita, anche la recitazione va togliendo sempre di più” e che “mai un attore dovrebbe far vedere la performance”.

Gianluca Jodice dirige con precisione dimostrando di aver studiato molto il soggetto. Ha dichiarato che la maggior parte delle battute e dei pensieri sono tratte dai documenti reali e dal diario in cui Comini descrive la sua esperienza, finendo per diventare critico del regime e poi esiliato. La sua regia è sobria e pulita, sempre attenta a non abbandonare i personaggi. Riesce in un’opera prima  da lui stesso sceneggiata, a dare uno spazio equilibrato ai tanti personaggi di sfondo. Il segretario Maroni, interpretato da Tommaso Ragno sempre convincente, le ultime due amanti Luisa Baccara e Amélie, il commissario fascista Rizzo e quello Starace pieno di sé che lo stesso Mussolini definì un utile fesso, la delicata Lina e le vere, brutali camicie nere. E in questo gli interpreti di queste figure Elena Bucci, Clotilde Courau, Massimiliano Rossi, Fausto Russo Alesi, Lidiya Liiberman, Lino Musella hanno fatto un gran lavoro credibile, di ricerca vera.  Il giovane Francesco Patanè (classe ‘96) che dà voce e volto al federale arriva a interpretare questo co-protagonista senza nessuna o quasi esperienza precedente. Un plauso a lui. Jodice ha chiuso la conferenza stampa raccontando la più classica delle storie degli attori, Patanè faceva da spalla durante i provini ma poi si è rivelato il più bravo di tutti. Il cinema è sempre una bella storia.

Appare anche Mussolini nella bellissima scena dell’arrivo in un’asettica Verona che ricorda certe distopie fantascientifiche dei grandi romanzi degli anni ‘30 come Brave New World o 1984. Il Duce è rappresentato solo come un corpo grosso, una tragedia ridicola che cammina, uno spaventapasseri, un incubo col ghigno, quasi fosse estrapolato da uno dei cartoon parodistici americani dell’epoca e a cui viene tolta completamente la parola perché tanto non ce n’è bisogno. Mentre un umiliato D’Annunzio abbraccia un soldato, Mussolini si muove in modo ridicolo sul balcone. Abbiamo citato le distopie e i cartoon ridicoli “come se…”, eppure fu tutto vero, tragedia inenarrabile compresa.

Si nota inoltre un attento e importante lavoro produttivo, i costumi e le scenografie sono scelte con molta attenzione e ci portano alla mente l’imponente lavoro visivo de Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, illuminate poi dalla bella fotografia di Daniele Ciprì  (https://close-up.info/un-artigiano-della-luce-intervista-a-daniele-cipri/), vivida come il tempo sul lago di Garda.

Bisogna dire in ultimo che è importante che si sia voluto vedere un piazzamento sul mercato e un possibile pubblico in Italia per un biopic simile e che si siano cercate, come ha detto il produttore Matteo Rovere sempre in conferenza stampa, “la Storia e le storie di cui l’Italia è piena”. Proporre un film non già sperimentato oggi è una sfida audace, ambiziosa, di cui la nostra industria cinematografica ha bisogno per ripartire in salute. In sala dal 20 maggio.

Per le dichiarazione degli autori si veda https://close-up.info/il-cattivo-poeta-conferenza-stampa/


Il cattivo poeta – Regia: Gianluca Jodice;  sceneggiatura: Gianluca Jodice; fotografia: Daniele Ciprì; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Sergio Castellito (Gabriele D’Annunzio), Giuseppe Patanè (Giovanni Comini), Tommaso Ragno (Giancarlo Maroni), Elena Bucci (Luisa Baccara), Clotilde Courau (Amélie Mazoyer), Fausto Russo Alesi (Achille Starace), Massimiliano Rossi (commissario Rizzo), Lidiya Liberman (Lina), Lino Musella (Carletto); produzione: Ascent Film e Bathyspher;  origine: Italia, Danimarca, Olanda, 2020; durata: 106’; distribuzione: 01 Distribution.

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