Kentannos

  • Voto

Dopo l’anteprima mondiale presso il Festival svizzero Vision du réel e un cameo in occasione del Biografilm di Bologna, Kentannos plana sulle piattaforme streaming #IORESTOINSALA e CHILI. Il documentario di Víctor Cruz traccia le coordinate di un atlante generazionale che viaggia dalla Costa Rica alla Sardegna, per poi sbarcare in un Giappone suburbano, desolato e (paradossalmente) inedito. Ostentando una leggerezza appassionata e divertita, la cinepresa gironzola ai quattro angoli del pianeta, attraversando instancabilmente foreste e oceani ma soffermandosi soltanto ai loro margini. Qui incontriamo una curiosa triade di eroi fuori dal comune (e fuori tempo massimo), nell’ordine: il cowboy Pachito, il pilota Adolfo e la cantante-ballerina Tomi. Fino ad ora, sembrerebbe quasi la trama di un road-movie adolescenziale. Ma l’adolescenza narrata fra questi fotogrammi trascende le nostre aspettative, poiché s’inserisce nella cosiddetta terza età – in particolare, a cavallo fra i novanta e quei cent’anni racchiusi come una formula magica nel titolo del lungometraggio. L’obiettivo, perfettamente consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità creative, si sofferma sui riti e sui dettagli che scandiscono le vite dei protagonisti, talvolta ingigantendone l’importanza e insieme l’effimera futilità. Il regista argentino mette in discussione ogni luogo comune proprio perché si ripromette di seguirne le tracce: così intravediamo la pluricentenaria Panchita sdraiata sulla poltrona, lo sguardo perso in un’oscurità che conosce solo lei, le mani tese nel tentativo di spremere un’arancia. E tuttavia, in questa sorta di malinconico scenario autunnale c’è qualcosa di bizzarro, di rassicurante, di familiare – ad esempio, l’ironia distesa e talvolta irrequieta con cui la donna si gode i pomeriggi trascorsi sulla sedia a dondolo, in compagnia dei vecchi amici.

Tralasciando l’usuale e scontatissima contrapposizione fra infanzia, gioventù e senilità, la pellicola si srotola su paesaggi immoti e silenziosi, visivamente ed emotivamente vicini alla quieta ribellione che i personaggi principali emanano. Le scene girate fra le mura dei centri ricreativi risultano, nell’insieme, un po’ sgraziate ed esibiscono un certo retrogusto amarognolo di cui faremmo volentieri a meno, ma forse i primi a constatarlo sono proprio i nostri anziani teenagers: e infatti, se il pubblico ammira sbuffando l’amorevole cordialità degli assistenti e degli infermieri, anche i protagonisti sembrano acconsentire allo spietato incedere delle stagioni, permettendo al prossimo di prendersi cura di loro. Lo sguardo di Cruz è piuttosto sagace e non pretende di avventurarsi in luoghi destinati a rimanere ignoti, rispettando il fragile e orgoglioso isolamento a cui la vecchiaia inevitabilmente conduce. Davanti agli occhi di chi osserva queste tre esistenze, ogni continente assomiglia all’altro, ogni volto è il volto di un altro, nei boschi del Giappone riecheggiano le foreste cilene, le strade brulle della Sardegna ricordano quelle già percorse da Panchita o da Tomi. Il mare è il medesimo specchio d’acqua e rimane sempre uguale, indipendentemente dall’angolazione in cui lo si ammira.

A legare fra loro questi individui in apparenza diversi non è dunque uno squallido fattore anagrafico, ma gli oggetti e gli spazi che, presto o tardi, segnano la vita di tutti. Nel film non c’è traccia di pietismo, né tantomeno dei toni ipocriti e sentenziosi con cui, in questa tipologia di documentario, si usa separare le reclute dai veterani. Il regista è bravo a tessere insieme i fili della sua tela, dando il via ad un vero e proprio effetto domino del ricordo: montato a cavallo, Pachito trotta per le vie polverose del suo villaggio, salutando gli abitanti come l’eroe di un vecchio western che non va più di moda e dirigendosi verso terre lontane. Disperso in una cava, Adolfo guarda il cielo mentre in lontananza rimbomba un aereo, e non si sa se questo aereo provenga dalla sua o dalla nostra mente. Alcuni spari all’orizzonte sembrano scoppiare direttamente dalla memoria di una guerra ormai passata, eppure si tratta di un padre e un figlio che, a pochi chilometri di distanza, vanno a caccia di cinghiali. Il giorno dopo il suo novantatreesimo compleanno, Adolfo spicca il volo e la cinepresa finisce oltreoceano, sotto il sole abbacinante dell’Isola di Kohama. E così via, fino a ricostruire un grande quadro di genere della terza età – ma anche di quelle precedenti.

Ps.: In occasione dell’uscita del film, il 9 aprile alle ore 21, il circuito #IORESTOINSALA ospiterà un incontro con il regista, il produttore Giovanni Pompili (Kino produzioni), il protagonista del film, Adolfo Melis e la scrittrice Michela Murgia.


Cast&Credits

Kentannos – Regia: Víctor Cruz; sceneggiatura: Víctor Cruz; fotografia: Nicolás Pittaluga (Costa Rica), Matteo Vieille (Italia), Diego Poleri (Giappone); montaggio: Alejandra Almirón; interpreti: Panchita Castillo, Magdalena Mendoza Mendoza, Calixto Castillo Carrillo, Pablo Castillo Carrillo, Sarita Briceño Díaz, Denis García García, Esmeralda Reyes Medina, Pachito Villegas Fonseca, Paulina Villegas Reyes, Antonio Cabiddu, Marco Mereu, Gabriele Mereu, Mariangela Usai, Adolfo Melis, Delia Melis, Antonino Melis, Francesca Melis, Michele Agus, Simone Vargiu, Manuele Mighela, Francesco Piroddi, Tomi Menaka, Haru Yamashiro, Kikuo Tsuchida; produzione: Rodolfo Pochat Etchebehere – Motoneta Cine, Giovanni Pompili – Kino produzioni, Víctor Cruz 16M Films; origine: Argentina-Italia 2020; durata: 81’.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *