Keyke Mahboobe Man (My Favourite Cake) di Maryam Moghaddam & Behtash Sanaeeha (Festival di Berlino – Concorso)

  • Voto
3.5


Le sedie vuote alle conferenze stampa sono purtroppo diventate una pessima abitudine. Soprattutto a Berlino, quando ci sono di mezzo film e registi iraniani: è successo almeno tre volte a Jafar Panahi, due volte come regista in concorso, una volta come presidente della Giuria, nel 2020 fu la volta di Mohammad Rasoulof che poi vinse meritatamente l’Orso d’Oro con Il male non esiste. L’anno dopo Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha non vennero a Berlino al pari di tutti gli altri registi perché quell’edizione si tenne online, ma presentarono un film eccellente La ballata della mucca biancache è uscito solo su MUBI. Chissà se avrebbero ottenuto il permesso di assistere alla prima mondiale del film? Perché, come quelli degli altri registi menzionati , anche questo non era esattamente gentile nei confronti del regime, pur rispettando, almeno fino a un certo punto, determinate convenzioni e divieti.

Tre anni dopo, con My Favourite Cake, i due registi quelle convenzioni e quei divieti hanno deciso di non rispettarle affatto, di non rispettarle più. E dunque le loro sedie, stamattina, alla conferenza stampa erano, forse prevedibilmente, vuote, c’era solo una loro foto e Lily Farhadpour, l’attrice protagonista ha dato lettura dal suo cellulare di una lunga e a tratti straziante lettera della coppia di registi (l’ho ascoltata, tradotta dalla donna che fungeva da interprete farsi/tedesco, che tratteneva nel tradurla a stento le lacrime, un momento davvero toccante). In quella lettera Moghaddam e Sanaeeha dichiarano apertamente, consapevoli del carattere politicamente provocatorio e rischioso di tale scelta, di aver abbandonato del tutto la convenzione, vigente anche nei film iraniani più critici, la quale prevede che le donne anche in casa portino lo hijab, quello che comunemente viene chiamato il velo. Nessuna donna lo fa, quando cucina o quando annaffia le piante e perché dunque, volendo girare un film realista, presentare circostanze completamente non corrispondenti al vero? Come se non bastasse: il film mostra che la protagonista Mahin tiene in casa un bottiglione di vino, e che Mahin interviene con coraggio al cospetto degli abusi della polizia morale per difendere una ragazza colpevole di portare il velo non come prescriverebbe la legge islamica. Siamo insomma in presenza di quello che un tempo si sarebbe chiamato un film di denuncia? Ma certo, eppure non è questo intento, quello che ai due registi più interessa.

Credo di poter affermare che i registi più di ogni altra cosa abbiano voluto, con toni a tratti anche piuttosto spensierati, raccontare la vicenda di una vedova settantenne, figli e nipoti fuori dall’Iran, che a un certo punto prova a rimettersi in gioco, a trovare un uomo con cui trascorrere gli ultimi anni della sua vita.  Solo che, anche questo più che legittimo desiderio, rischia a più riprese di fare a pugni con le leggi vigenti, con i vicini intriganti etc.

Lily Farhadpour

Mahin è un’infermiera in pensione, che vive sola, in una casa forse ormai anche troppo grande, in una zona che intuiamo periferica di Teheran (a un certo punto si dice che è una zona non mappata dal catasto). La casa ha anche un giardino piuttosto spazioso. Il film si apre con una sequenza sceneggiata e girata piuttosto bene, alquanto esilarante, un pranzo con coetanee, più o meno in corrispondenza del compleanno della protagonista. È in seguito a questa festicciola che Mahin capisce che forse è giunto il momento di provare a cercare qualcuno con cui trascorrere un po’ di tempo. Detto fatto: basta poco e Mahin trova un veterano (guerra Iran-Iraq) che adesso arrotonda la magra pensione facendo il tassista (neanche i veterani vengono trattati granché dal regime, l’unico beneficio è la tomba gratuita, figuriamoci). La donna prende l’iniziativa e, fra mille sotterfugi, se lo trascina a casa, trascorrendo insieme a lui una lunga serata a cucinare, mangiare, bere, fare piccole riparazioni, ballare, fare la doccia (una delle scene più surreali del film), come a recuperare in un’unica serata tutta una vita, tutto quello che la vita avrebbe potuto concedere sia a lui che a lei.

Senza nulla togliere all’importanza politica, civica e all’universalità del tema (l’amore nella terza, nella quarta età, il legittimo desiderio di non morire soli),  il film è, soprattutto nella seconda parte decisamente molto teatrale, sia sul piano della regia che della sceneggiatura, risulta piuttosto prevedibile, soprattutto come andrà a finire lo si capisce con un discreto anticipo, a tratti si ha pure la sensazione che, anche in grazia della navigata professionalità degli attori, i registi diano spazio a un po’ di improvvisazione. E la leggerezza con cui  My Favourite Cake  inizia non viene mantenuta lungo tutto l’arco narrativo che, invece, in diversi punti finisce per virare nel patetico.

Resta forte l’auspicio che un giorno un film del genere (fortemente sostenuto da numerosi coproduttori europei) si possa mostrare a tutti, possa liberamente uscire nel paese che l’ha prodotto. E che le sedie smettano di essere vuote.


Keyke Mahboobe Man (My Favourite Cake)regia e sceneggiatura: Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha; fotografia: Mohammad Haddadi; montaggio:  Ata Mehrad, Behtash Sanaeeha, Ricardo Saraiva;  interpreti: Lily Farhadpour, Esmail Mehrabi; produzione: Filmsazan Javan, Caractères Productions, Hobab, Watchmen; origine: Iran/ Francia/ Svezia/ Germania, 2024; durata: 97 minuti.

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