Lei mi parla ancora

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Si è scomodato Chaplin, si è scomodato Robin Williams, e restando all’Italia si è scomodato Paolo Villaggio (e anche Benigni) con La voce della luna per descrivere l’operazione compiuta da Pupi Avati: la riuscitissima rinegoziazione drammatica di Renato Pozzetto, icona comica del cabaret, della televisione e del cinema popolare (trash) degli anni ’60-’80 nel film tratto dai tardivi testi autobiografici di Giuseppe Sgarbi, detto Nino, il farmacista, padre dei celebri Vittorio ed Elisabetta. Nulla da dire: Pozzetto è proprio bravo a incarnare la figura di un uomo ultraottantenne, distinto e sognante, che nella periferia della provincia ferrarese vive nel malinconico e idilliaco ricordo di Rina Cavallini, la moglie morta, con cui ha trascorso più di sessant’anni di vita e con cui continua a intrattenere un amoroso dialogo anche dopo la morte, Lei mi parla ancora , così appunto il titolo del film che sarebbe dovuto uscire al cinema e invece è stato passato a Sky.

Il film si regge su una narrazione tripartita che si fa un po’ fatica a considerare davvero compiuta. Da una parte abbiamo l’incontro non privo di intralci, almeno iniziali, fra il protagonista e un ghost writer, interpretato da Fabrizio Gifuni con voce rauca e pronunciato accento romanesco (residuo de La belva). Su invito della figlia direttrice editoriale (al pari di Elisabetta Sgarbi), Gifuni viene incaricato di convincere il padre a confidarsi, a raccontare la propria vita, un’operazione volta a trasformare la memoria comunicativa in memoria culturale ma al tempo stesso in qualche misura a liberare il padre vedovo dai propri fantasmi, in una casa piena di oggetti artistici essi stessi dal vago sapore fantasmatico (nel ferrarese e non solo la collezione Cavallini-Sgarbi è molto celebre). Mai come in questo caso dunque il termine ghost writer appare appropriato. La verbalizzazione del ricordo dà poi vita alle immagini che ci riportano al mondo, del resto tipico del regista bolognese, di un’Italia padana, austera e sapida, anni ’50 in cui si racconta una piccola mésalliance fra le due rive del Po, l’elegante e raffinata borghese di Ferrara e la famiglia matriarcale della sponda polesana con un inesausto e qua e là stucchevole omaggio alla provincia d’antan. Il terzo livello è la disordinata vita di Gifuni sempre a un passo dal fallimento, sia sul piano privato che su quello personale, d’altra parte il deal con la figlia di Nino prevede la promessa di uno scambio: Amicangelo (questo il cognome simbolico oltre ogni dire del ghost writer) fungerà da maieuta di Nino e in compenso, forse, la figlia gli pubblicherà il romanzo al quale lavora ormai da anni che potrebbe permettergli di svorta’. Più di una volta, in modo un po’ troppo didascalico, si lascia intuire che l’esempio di ancestrale fedeltà di Nino alla moglie morta potrebbe anche servire ad Amicangelo per capire che la sua vita sradicata potrebbe invece trovare pace, trovare un asilo, che, ad esempio, il rapporto con la figlia potrebbe migliorare. Peccato che queste tre dimensioni di Lei mi parla ancora risultino poco saldate e alla fine anche discretamente ripetitive.

Fatte le dovute differenze, si ha un po’ la sensazione che Avati gioca un po’ a fare il Bergman, del resto esplicitamente citato quando i due fidanzatini si ritrovano a Ferrara a vedere, probabilmente appena uscito, Il settimo sigillo, ma non tanto le scene corrusche e inquietanti con Antonius Block, la Morte o con lo scudiero Jöns, ma il pre-finale con il volto angelico e solare del saltimbanco Jof e la sua Sacra Famiglia. Ma restando a Bergman l’evocazione memoriale di Nino (con l’ausilio di Amicangelo) vorrebbe piuttosto ricordare Il posto delle fragole, anche se – ed è questo il principale difetto del film – a parte qualche piccolo incidente iniziale nel compimento della mésaillance e un minuscolo inserto documentario che ricorda la tragedia del Polesine, la vita sembra scorrere senza alcun autentico conflitto, a differenza di quel che era accaduto al professor Isak Borg.


Lei mi parla ancora Regia: Pupi Avati sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati dall’omonimo romanzo di Giuseppe Sgarbi ; fotografia: Cesare Bastelli; montaggio: Ivan Zuccon; interpreti: Renato Pozzetto (Nino), Lino Musella (Nino da giovane), Stefania Sandrelli (Lina), Isabella Ragonese (Lina da giovane), Alessandro Haber (Bruno), Fabrizio Gifuni (Amicangelo); produzione: Bartleby Film, Sky Original origine: Italia 2020; durata: 89’

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