Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Marco Bellocchio. La porta della realtà di Fabio Lovino (Fuori Concorso)

Marco Bellocchio. La porta della realtà. Voto ***(*). Dopo vent’anni di lavoro con Marco Bellocchio,  il fotografo romano Fabio Lovino ha sentito il bisogno – come ha dichiarato – di raccontare in questo film-ritratto ravvicinato quanto ha vissuto al suo fianco per restituire le emozioni e gli insegnamenti ricevuti.

Per chi, come qui scrive, ha amato e ama il cinema di Marco Bellocchio, vedere un lavoro come quello di Fabio Lovino, Marco Bellocchio. La porta della realtà, è un piacere non piccolo – anche perché Lovino non vuole, non ha avuto la pretesa di scoprire nulla di nuovo rispetto a quanto un critico già sa o dovrebbe/potrebbe conoscere, oppure che lo stesso regista piacentino non ha rivelato in tanti suoi film e in particolare, qualche anno fa, nello straordinario doc-confessione Marx può aspettare.

A differenza appunto di un critico, il fotografo romano lavora non tanto – anche, ma solo parzialmente – sull’interpretazione delle opere di Marco Bellocchio ma vuole soprattutto riversare, in questo suo ritratto ravvicinato, quanto lo ha colpito nel corso di una frequentazione lavorativa di due decenni. E così con le sue riprese da vari set (ad esempio quello de Il traditore), con le sue fotografie e la frequentazione della troupe dei film bellocchiani, ha rubato impressioni, immagini e sequenze che poi ha intessuto in una tela con cui vuole, come sottolinea il titolo, aprire la porta della realtà dell’autore. Cioè rivelare la complessità di un grande filmmaker che con il suo cinema riesce sempre a sorprendere lo spettatore:  con la finezza del suo sguardo tagliente, per l’abilità con cui si immedesima e fa recitare gli attori, con le illuminazioni di montaggio che sconvolge le abitudini, le pigre consuetudini visive di noi spettatori, semplici o cosiddetti “di professione”.

Marco Bellocchio. La porta della realtà inizia quasi fosse un consueto, anche ben fatto documentario su un grande Maestro (a lui la parola è adeguata) che confessa subito i suoi numerosi “tradimenti”, personali o intellettuali (in politica, nella psicanalisi) o il fatto che da giovane abbia, abbastanza presto, capito che doveva cambiare mestiere: “Entrai al Centro Sperimentale di Cinema [a Roma] come attore ma mi accorsi poco alla volta – ci racconta – che il mio sguardo era più giusto dietro e non davanti alla macchina da presa”.

Ma sono poi le testimonianze – fondamentali in un’arte collettiva com’è il cinema – quelle che ci introducono nel laboratorio creativo del regista di Bobbio, soprattutto le testimonianze vecchie o più recenti soprattutto degli attori, i suoi più diretti compagni di strada. A parlare sono qui Roberto Herlitzka, Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni. Da esse, apprendiamo la cura e la ricerca di originalità che Bellocchio continuamente ricerca nei suoi film, perché come dice con grande deferenza Marco Tullio Giordana, l’unico collega-regista a testimoniare in questo documentario, Bellocchio e le sue opere non si capiscono in parallelo o in rapporto alle altre arti:  “Marco Bellocchio si spiega solo con il cinema”. Logicamente, in questa prospettiva, il discorso prosegue con le testimonianze di chi imposta visivamente l’immagine in movimento e cioè i direttori della fotografia: a testimoniare, ognuno raccontando la propria esperienza personale, troviamo il fedele Francesco di Giacomo (otto film insieme), Daniele Ciprì (che ci spiega la sua paura a fare Vincere) o Giuseppe Lanci.

Marco Bellocchio. La porta della realtà
Marco Bellocchio

È noto, poi, che nel momento storico in cui si è formato Bellocchio, insieme al fratello-avversario Bernardo Bertolucci, il cinema delle varie “nuove onde” degli anni Sessanta prediligeva il piano-sequenza e vedeva con sospetto, salvo qualche rara eccezione, il montaggio. E così è stato anche per il nostro autore che nei primi tempi si è affidato a Silvano Agosti (per il mitico I pugni in tasca, 1965) o a Roberto Perpignani, per mettere in fila e scandire un ordine nei propri pensieri filmici in forma di sequenze cinematografiche. Ma è con l’arrivo di Francesca Calvelli, poi diventata la compagna dell’autore, a partire dall’anomalo Il sogno della farfalla, (1994, l’unico film di cui ha fatto la nuda regia) che il montaggio ha cominciato a contare sul serio nel cinema bellocchiano, diventando un aspetto non più secondario nella creazione artistica del nostro autore. E proprio a partire con l’intervista a Francesca Calvelli che anche Marco Bellocchio. La porta della realtà ha un fondamentale cambio di passo, entrando in maniera molto decisa e commuovente con le interviste ai figli Elena e Pier Giorgio nella vita privata di Bellocchio, il che significa anche parte assolutamente decisiva della sua arte come appunto ha fatto lui stesso mettendosi a nudo nel già citato Marx può aspettare.

Ed è questa la parte che ricorderemo con maggior passione (e commozione) del bel lavoro, Marco Bellocchio. La porta della realtà, come potrà constate chi lo vorrà vedere a breve anche in Italia. Fabio Lovino ci ha consegnato in 65 minuti un formidabile ritratto di uno dei massimi maestri del cinema italiano. Attendiamo, a breve alla Mostra di Venezia, con altrettanta curiosità, Joie de Vivre, il torrenziale lavoro (7 ore) di Luca Guadagnino sull’altro nostro massimo regista emerso dalla Nouvelle Vague italiana, l’amico-rivale Bernardo Bertolucci.

 In sala dal 27 agosto 2026.


Marco Bellocchio. La porta della realtà Regia, sceneggiatura, fotografia: Fabio Lovino; montaggio: David Bufacchi, Serena Canonico, Paola Freddi; musica: Fiore Lovino, Stefano Savi Scarponi; interpreti: Elena Bellocchio, Pier Giorgio Bellocchio, Francesca Calvelli, Daniele Ciprì, Pierfrancesco Favino, Francesco Di Giacomo, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Roberto Herlitzka, Giuseppe Lanci; produzione: Luigi Calicchia, David Perluigi per LOFT Produzioni; origine: Italia, 2026; durata: 65 minuti; distribuzione: Lucky Red.

 

 

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