Perugia Social Film Festival 12° edizione (24 settembre-4 ottobre 2026): A Fox Under a Pink Moon di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhalaghi (Concorso).

A Fox Under a Pink Moon. Voto ***.  Un  coming of age negato, del quale la giovanissima esule afghana Soraya Akhalaghi  si riappropria contaminando il gesto dell’autoripresa diaristica e testimoniale con quello immaginifico dell’animazione. Un flusso di andate e ritorni tra confini geografici, anagrafici, politici e psico-emotivi, dove la dimensione privata si riflette e riflette sugli spostamenti di un’intera comunità e restituisce la tenacia e la resistenza di un punto di vista interno, tra senso di appartenenza e desiderio di trasformazione.

Tra i diritti negati a chi è capitato di nascere e di crescere in quelle zone del mondo costantemente minacciate e attraversate dalla guerra e dalle sue conseguenze, c’è anche quello di potersi raccontare al di fuori di una condizione di basica e disperata sopravvivenza : la giovanissima Soraya Akhalaghi, nata in Afghanistan e ritrovatasi come profuga in Iran in attesa di un transito in Turchia per accedere poi confine europeo con la Grecia, ha compiuto dunque un’impresa doppiamente straordinaria, coadiuvata dalla collaborazione a distanza con il regista iraniano Mehrdad Oskouei in A Fox Under a Pink Moon, documentario che testimonia il periodo più segnante nella vita di Soraya (cinque anni,  durante i quali cercò più volte di emigrare per raggiungere la madre a Vienna) non c’è soltanto, come se non fosse abbastanza, il dare forma in prima persona e in presa diretta a un desiderio di cambiamento schiacciato fino al sospiro di un residuale istinto di sopravvivenza. C’è l’atto creativo – lei è una illustratrice e animatrice – che introduce la possibilità di raccontarsi e di trasfigurarsi secondo i movimenti dell’immaginazione e della fantasia; un processo che attiva parallelamente l’elaborazione, anche acerba e incompiuta, di orrori troppo precocemente visti e subiti.

Il primo grado di questo tentativo di articolare uno sguardo interno rivolto verso l’esterno è contenuto nelle immagini che la ragazza ha girato con l’ausilio di due cellulari, per poi far arrivare il materiale a Oskouei (che vi ha organizzato e costruito un racconto filmico). La parzialità della ripresa, tra confessioni diaristiche, quotidianità forzata e l’abisso delle traversate per mare e per terra, introduce ulteriormente a una dimensione ristretta e limitata da una parte, intima e personale dall’altra. L’unico punto di vista che abbiamo a disposizione è quello di Soraya, anche se, nella scelta di stoppare e interrompere la ripresa del dispositivo, laddove si pone la questione della riproducibilità di un evento traumatico, è chiaro in A Fox Under a Pink Moon l’intervento di Oskouei.

A Fox Under a Pink Moon

Così, che si tratti delle botte inflittele dal marito con cui finisce a lavorare  come donna delle pulizie a Teheran, o di un bambino schiacciato dentro un furgone troppo sopraffollato di emigranti, fino ad arrivare al frammento di persone sperdute in mare e ricoperte dall’orlo dell’acqua di un affogamento, viene mantenuto  un etos  estetico della rappresentazione; si tratta di spostare  l’attenzione sulla dissolvenza di un urlo, sul caos saturo e asfissiante di un campo atroce  che evoca un fuoricampo ancora più atroce, su uno spiraglio di luce che rasenta liminale il possibile passaggio tra la vita e la morte.  L’acquisizione della centralità e della maturità di Soraya in A Fox Under a Pink Moon coincide dunque con la consapevolezza (accelerata) dei confini di ciò che è mostrabile e ciò che non lo è. Una riflessione, mantenuta dall’aver costantemente presente come interlocutore Oskouei, che restituisce un valore differente anche al concetto di testimonianza, non esclusivamente  assurta  nell’impegnativa accezione di vincolo morale o di obiettivo riscontro di fatti.

Al contrario, emerge gradualmente il peso specifico di una rivelazione di sé, che certo passa in A Fox Under a Pink Moon attraverso la trasformazione del corpo: i preparativi per “la partita da giocare”, espressione gergale che i migranti utilizzano per indicare il tentativo di oltrepassare clandestinamente le frontiere tra un paese e l’altro, le impongono un allenamento e un rafforzamento delle proprie condizioni fisiche e psicologiche,  per resistere alle intemperie climatiche, alla fame, agli incidenti. Anche la ricorrenza del diciassettesimo compleanno, ovvero l’entrata simbolica e anagrafico-biologica nella fase adulta dell’esistenza, ampliamente anticipata dai riti informali delle esperienze che ha accumulato fino a quella data, porta il segno di una femminilizzazione marcata dal rossetto sulle labbra da un lato e dall’altro lo spogliamento da u caratterizzante tratto più morbido del proprio aspetto, ovvero i capelli: e dopo essersi rasa a zero, Soraya si auto-riprenderà poi eseguendo una danza popolare afghana  con indosso un costume tradizionale, incarnando la stratificazione di ciò che le è accaduto e mettendo anche gli accenti su una situazione che l’ha costretta a diventare, senza soluzione di continuità oppure nella brevità di un decelerato tempo per il cambiamento da un ruolo all’altro, esule/donna/moglie/ vittima, quando le pulsioni e le aspirazioni sono ancora quelle nucleari di una ragazzina alla scoperta del mondo e di sé stessa .

Le animazioni dei personaggi che questa intrepida artista cosmopolita crea e visualizza intorno a lei e come raffigurazione di una forma alternativa alle identità impostele, vogliono rimanere  fluttuanti sopra la superficie di un immagine e nel profondo di un immaginario ancora liricamente fanciullesco. La volpe disegnata e citata nel titolo entra ed esce così dai lati delle inquadrature mettendosi affianco e al di sopra di Soraya, trasfigurandone la salvezza da un tentato suicidio; e sovvertendo, dal punto di vista del linguaggio, lo statuto estemporaneo, diretto e realista, della videocamera dello smartphone. Una presenza rassicurante, salvifica, saggia come lo poteva essere la volpe de Il piccolo principe di Antoine de saint-Exupéry, anche se per Soraya è la luna distante ad essere virtualmente abitata come un pianeta sconosciuto che proietta lo stesso sentimento di nostalgia e di solitudine.  Nella sua speculare realtà fantastica, Soraya si dipinge poi come un clown gigante e pietoso verso la sorte dei compagni e delle compagne disperse in mare, e in seguito portatore del tormento di una doppia faccia, quella sorridente da dare in pasto alle convezioni sociali ( che per una donna restano tali anche in condizione straordinarie di minaccia e di pericolo) e quella piangente di un personaggio esiliato che cerca di mantenere in vita l’espressione stilizzata della propria rabbia e del proprio dolore.A Fox Under a Pink Moon

Questa contaminazione tra documentario e disegno animato fa tornare alla mente almeno altri due esempi recenti che ne avevano già messo in rilievo le sorprendenti possibilità: La strada dei Samouni di Stefano Savona, dove i chiaroscurali tratti dell’animatore Simone Massi configuravano con il pudico margine e con la grazia sfuggente dell’informe che si fa forma una delle atroci stragi compiute dall’esercito israeliano contro una comunità contadina a Gaza, e soprattutto Flee di Jonas Poher Rasmussen: al centro, partendo sempre dalla marginalità di una posizione da ri-centrare nello sguardo e nel racconto, vi era un altro esule afghano, la registrazione della storia del quale viene tradotta visivamente dal regista in un film completamente d’animazione. Come se si trattasse dell’unica  via possibile per riempire la quantità di scenari (dall’Afghanistan alla Danimarca in quel caso), sia concreti e vissuti che immaginari e immaginati, che queste storie di erranza e di nomadismo, tra ineluttabilità e tensione vitale, (tras)portano con loro.

La differenza in A Fox Under a Pink Moon consiste nel fatto che Soraya fa cadere, fuor di metafora, il filtro del dispositivo elettronico e l’intercessione troppo ingombrante di una prospettiva estranea: è lei a produrre il flusso delle immagini su di sé, in una modalità anche acerba, ingenua, involontariamente narcisista . Però, con quale  autenticità e immediatezza!…che Mehrdad Oskouei ha saputo accogliere e preservare, restituendo le ragioni e le percezioni di una donna non più sconosciuta.

Venerdì 25 settembre, Cinema Zenith di Perugia, ore 21:00 e sabato 26 Settembre, ore 15:00 (replica).


A Fox Under a Pink Moon (Roobah va Mah soorati) – Regia: Mehrdad Oskoue, Soraya Akhlagh; sceneggiatura: Mehrdad Oskouei, Amir Adibparvar; fotografia: Soraya Akhalaghi; montaggio: Amir Adibparvar; regia delle animazioni: Mohammad Lotfali; musica: Afshin Azizi; interpreti: Soraya Akhalaghi;  produzione: Mehrdad Oskouei per Oskouei Film Production; origine: Iran/ Francia/ Gb/ Usa/ Danimarca/Austria, 2025; durata: 77 minuti.

 

 

 

 

 

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