Para hacer una película solo hace falta un arma. Voto ****. Un’opera fluviale che riscopre, restaura e riproietta il prezioso materiale girato dagli studenti di cinema dell’Accademia delle Belle Arti dell’Università Nazionale di Córdoba tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, durante il periodo più infuocato e tragico della dittatura argentina. Il regista Santiago Sein riporta alla vita in maniera cogente e attuale un periodo oscurantista e repressivo al quale si è opposto il valore etico ed estetico, di testimonianza e di resistenza, delle immagini.
Quando si pensa al cinema documentario come portatore in prima istanza di un valore di testimonianza e di documento, il riferimento immediato e diretto sembra riguardare le sole immagini che sono state realizzate e che scorrono come un flusso di memoria- rimossa, dimenticata o mai appartenuta- davanti agli occhi dello spettatore che da quel momento ne preserverà e continuerà la condivisione e la riflessione. L’elemento mancante in questo processo è talvolta la presa in carico dell’aspetto tecnico, materico, concreto riguardante il formato, i supporti, le apparecchiature di riproduzione, in particolar modo quando quel girato riemerge da un passato nel quale la pratica e la concezione del fare cinema prevedevano mezzi e modi completamenti differenti. Il merito principale di Para hacer una película solo hace falta un arma, diretto dall’argentino Santiago Sein consiste proprio per questo motivo, e probabilmente ancora prima di altri aspetti ammirevoli, nell’aver filmato le fasi di ritrovamento, assemblamento, filologica ricostruzione e restauro di un materiale audiovisivo prezioso per il fatto di essere stato considerato fino a quel momento desaparecido.
Lavorando come archivista presso la cineteca dell’Accademia di Belle Arti dell’Università Nazionale di Córdoba, Sein ha infatti riesumato all’interno di un magazzino centinaia di bobine cinematografiche: sulle pellicole contenute vi era stato impresso un’enorme ed eterogenea quantità di materiale audiovisivo girato da parte di un collettivo di studenti (il” gruppo Piloto” del corso sperimentale di cinema del 1964) tra la seconda metà degli anni ’60 e i primi ’70, in un periodo particolarmente tumultuoso e controverso per la storia dell’Argentina. L’alternarsi di una serie di dittature militari di impronta fascista e peronista aveva portato a un attacco repressivo, brutale e diretto nei confronti di tutte le espressioni di opposizione democratica, in particolare quelle organizzate e portata avanti dalla cittadinanza attiva. Proprio gli studenti universitari, come del resto in ogni altro luogo del mondo durante quello spazialmente e temporalmente esteso maggio del ’68, furono il corpus nevralgico degli scioperi e delle proteste, con un moto popolare che nel maggio del 69 portò alla formazione del Cordobazo, un movimento insurrezionale studentesco, operaio e sindacale. Il cinema, sottratto al monopolio propagandistico della dittatura, divenne così strumento di militanza politica e rivoluzionaria, sul modello del gruppo Dziga Vertov creatosi in quegli stessi anni in Europa intorno alla personalità di Jean Luc Godard ( che preveda però nel suo manifesto programmatico una deposizione del concetto d’autore, legato a un’idea capitalista e borghese di arte). Il peso specifico di questa esperienza non viene solo detto o enunciato, ma restituito sensorialmente ed esperienzialmente, a partire dalle prime immagini che rappresentano gli squarci di un microcosmo, quello dell’Accademia delle Belli Arti appunto, ancora entusiasta e spensierato nello sperimentare, creare e costruire modalità espressive in rottura con la tradizione ( con una tensione esistenziale e generazionale che precede di poco e che verrà poi incanalata nel discorso politico successivamente articolato).

In Para hacer una película solo hace falta un arma i fotogrammi frammentati e sparsi di un approccio tanto vissuto e consumato sono segnati dalla forma sgranata della pellicola che, nel marcare la sostanziale differenza e appartenenza ontologica, non ha solo la funzione di raccontare il tempo come sentimento e atmosfera , prima ancora che come fatto datato; possiede già la vitalità strabordante di quel clima febbrile, dove, ad esempio, il giorno della festa degli studenti documentato nel 1966 e commentato a posteriori, dentro il ferro e il fuoco dei pieni ’70, non viene solo ridimensionato alla sua valenza di spensieratezza e d ignavia nei confronti della condizione già fortemente coercitiva e repressiva che vigeva in Argentina; vi viene visto, in una prospettiva più lungimirante, il prologo desiderante e disinibito di un cambio di mentalità che passa, per prima cosa, da una trasformazione dei costumi e delle abitudini, e dalla rottura degli schemi.
Quei ragazzi e quelle ragazze che ballavano sfrenatamente e rivendicavano uno sguardo non educato e non addomesticato davanti alla Mdp dei loro compagni, transiteranno, da lì a poco, nella partecipazione e nell’ impegno di una battaglia combattuta anche sulle copie materiali delle loro opere filmiche. Con una sovrapposizione abbastanza suggestiva ancora oggi, in questa contemporaneità che sta facendo sempre più sfumare l’una dentro l’altro la finzione e il documentario, il lavoro di Sein ain Para hacer una película solo hace falta un arma apre lo scrigno delle bobine recuperate ad un ulteriore svelamento semantico: archiviati e titolati come cortometraggi o lungometraggi di fiction ( di genere eterogeneo, dal poliziesco al dramma sentimentale di stilistica variazione nouvellevaguiana) , o anche come work in progress, backstage e provini, i film dei giovani autori del gruppo Piloto rivelavano, dopo pochi minuti, di contenere le riprese delle manifestazioni e delle occupazioni, delle strade occupate e presidiate dall’esercito, delle carceri dove i compagni e le compagne venivano rinchiusi e rinchiuse, e poi torturati e torturate, fino a diventare superstiti oppure desaparecidos.
Un escamotage, quello di anticipare o di mischiare la visione di qualche frame con la messa in scena di soggetti inventati prima della documentazione in presa diretta degli accadimenti pubblici e delle riflessioni più private sulla situazione nella quale si era immersi con i corpi e con gli sguardi, che nelle intenzioni avrebbe dovuto salvaguardare le pellicole dal sequestro e dalla distruzione dei militari; il cinema si materializza cosi in pieno nella sua valenza simbolica di arma strategica in un momento di guerriglia aperta, durante il quale gli artisti e gli intellettuali, davanti all’esecuzione della minaccia fisica e psicologica, possono difendersi salvaguardano e proteggendo il riscontro tangibile di ciò che hanno visto e vissuto.

Un margine di coraggio, preoccupazione, pressione e tenacia sul crinale del quale si muove, come scrive uno dei cineasti in una lettera rivolta ad un altro compagno, il dubbio di saper passare dalla speculazione intellettuale ed estetica all’attuazione di quei principi, dalla “barba del Che al suo fucile, dalle poesie di Rimbaud ai suoi viaggi, dagli aneddoti del maggio al maggio stesso”. E che probabilmente è il vero significato del titolo ironico e provocatorio: Para hacer una película solo hace falta un arma – Per fare un film, basta una pistola.
Un passaggio che imprime un senso ancora più verticale e viscerale all’operazione compiuta da Sein cinquant’anni dopo: non si tratta di evocare lo spirito di un fantasmatico found footage, di un come eravamo incasellato nel catalogato scaffale di un archivio, sopra il quale ciò che abbiamo visto andrebbe poi educatamente e in maniera edulcorata riposto una volta fatto un placido giro di vite e di coscienze.
Quelle immagini e quegli audio in Para hacer una película solo hace falta un arma sono i prolungamenti di un atto ancora presente, radicato, registrato con gli stessi mezzi – addirittura la camera Bolex utilizzata dagli studenti negli anni ’60. Qualcosa di filmato che travalica l’ineluttabilità e la passività di uno stato di deportazione e sparizione e che ai volti e ai gesti di quella appassionata giovinezza che rischiava di subire l’onta dell’epurazione e della dimenticanza ha restituito lo spessore e la solidità della terra, per quanto parzialmente bruciata come le cigarette burns sopra un pezzo di pellicola. Uno split screen extra diegeticamente conclusivo, ma eticamente ed esteticamente non terminale, di nomi e facce a cui dare l’impronta digitale del cinema, “la verità ventiquattro volte al secondo”.
Martedì 29 Settembre, Cinema Méliès, ore 21:00
Mercoledì 30 Settembre, Cinema PostModernissimo, ore 16:30 (replica).
Para hacer una película solo hace falta un arma – Regia e sceneggiatura: Santiago Sein; fotografia e camera: Marcos Rostagno; montaggio: Lucía Torres Minoldo; suono: Atilio Sánchez; produzione: Punto de Fuga Cine, Deefe Cine, Marcos Rostagno, Santiago Sein; origine: Argentina, 2025; durata: 145 minuti.
