La città dei vivi. Voto ***(*). L’ex-attore di Paolo Virzì, Edoardo Gabbriellini porta al Concorso di “Orizzonti” un film duro e analitico, assai poco interessato al voyeurismo giudiziario o ai meccanismi procedurali di un caso che dieci anni fa ha destato ampio clamore, quello del ventitreenne Luca Varani già narrato nell’omino libro dallo scrittore barese Nicola Lagioia.
Qualcuno ricorda la terribile storia che nel marzo 2016 sconvolse l’opinione pubblica soprattutto romana con il tragico omicidio del ventitreenne Luca Varani massacrato da due pazzoidi? Io personalmente no dato che sono abbastanza disattento ai fatti di cronaca nera ma questa vicenda feroce e cruenta è stata già ben raccontata e sviscerata da Nicola Lagioia nel suo acclamato romanzo La città dei vivi edito da Einaudi nel 2020. Ora ci viene riproposta sul grande schermo da Edoardo Gabbriellini, in un film interessante che al maschile sembra in qualche maniera la continuazione del suo precedente Holiday, assai poco fortunato al botteghino.
Giunto al suo quarto lungometraggio di fiction, il regista livornese – molti lo ricorderanno agli esordi come volto portante della commedia all’italiana al crepuscolo di Paolo Virzì (Ovosodo, 1997 e Baci e abbracci, 1999) – dimostra, come anche nel suo lungometraggio precedente, di non essere particolarmente interessato al voyeurismo giudiziario o ai meccanismi procedurali dell’indagine. Magari qualcuno alla fine del film si lamenterà di tale mancanza e andrà a cercarsi dei particolari su internet, ma ciò, a nostro avviso, ci sembra non un punto di debolezza bensì di forza, dato che esplicitamente La città dei vivi non vuol essere un reportage di inchiesta criminale ancor meno che, a suo tempo, La scuola cattolica di Stefano Mordini.
A quanto pare esisteva una precedente sceneggiatura dei Fratelli D’Innocenzo ma è stata lasciata da parte, tant’è vero che nel manifesto del film si legge: liberamente ispirato all’opera letteraria “La citta dei vivi” di Nicola Lagioia – e sarebbe fanta-cinema immaginare cosa ne avrebbero potuto fare i due fratelli romani. «Questo film – ha dichiarato Gabbriellini – non offre alcuna spiegazione per la tragedia, nessuna intuizione e nessuna teoria sugli adolescenti o sulla società di oggi. È un racconto di formazione interrotto, punteggiato da tutta l’umanità intorno al protagonista, che diventa un coro, o meglio la musica che scandisce il ritmo e l’atmosfera della città in cui si muove».

Il punto di vista registico, dunque, segue un criterio quasi pudìco, riservato, dove non c’è violenza esplicita in nessun movimento e in nessuno sguardo, ma solo grande tenerezza. Gabbriellini cerca di tradurre le sue intenzioni in un linguaggio che nello smarcarsi dal naturalismo documentario vuole accedere ad un personalissimo lirismo filmico. Così riesce sempre (o quasi) a lasciarsi dietro i logori cliché sulla Roma criminale di periferia che tante volte abbiamo visto al cinema, dove il disagio giovanile tende troppo spesso a ridursi a macchietta sociale.
La città dei vivi inizia con una sequenza di grande potenza drammatica: vediamo una coppia sterile che vuole adottare un bambino. Vengono mostrati tre bimbi, Giuseppe (Valerio Mastandrea) e Silvana (Simona Senzacqua) scelgono e prendono quello al centro che sorride; gli altri due, invece, vengono rimessi in una sorta di culla circolare e si mettono a piangere – segno terribile che non hanno avuto il loro colpo di fortuna; stacco temporale netto e ritroviamo quel neonato vent’anni dopo: è diventato Luca (Emanuele Maria Di Stefano), un bel ragazzo alto e spavaldo.
Il protagonista ha una fidanzata, Marta (Gaia Merlonghi), che lavora come cameriera, magari i due vorrebbero sposarsi ma lui manca di stimoli per studiare e le prospettive di guadagno scarseggiano, diviso tra l’inerzia e l’aiuto al padre ambulante Giuseppe, che gira su un furgoncino carico di dolciumi.

Di Roma abbiamo visto sino a questo momento la periferia più o meno degradata ma il turning-point decisivo nella vicenda de La città dei vivi avviene alla Stazione Termini. Un coetaneo trascina Luca, quasi inconsapevole, in un vortice molto pericoloso di sesso mercenario e di droga. Il ragazzo accetta l’occasione solo per rimediare qualche centinaio di euro, del tutto ignaro di ciò che successivamente gli accadrà sino all’appuntamento orrendo del 4 marzo 2016.
Edoardo Gabbriellini sceglie di fotografare un universo giovanile sospeso, né del tutto buono né del tutto cattivo, dove la purezza dei sentimenti convive tragicamente con la tentazione di pericolose scorciatoie. Da Pier Paolo Pasolini, La città dei vivi eredita una certa sympatheia per i suoi nuovi proletari mentre il film, in modo quasi inconsapevole, scivola via via nella tragedia con un passo quasi girovago, ben supportato dalla fotografia livida e curatissima di Amine Messadi e dalla ottima interpretazione di tutto il cast.
Se dunque la scelta di non spiegare l’inesplicabile è del tutto coerente con le intenzioni del regista, a tratti ne La città dei vivi si potrebbe avvertire – come già notavamo – la mancanza di qualche tassello interpretativo in più o di un maggiore approfondimento psicologico di personaggi e fatti. Ciò nonostante, per me, l’opera ci regala momenti di ottimo e non scontato cinema e ci auguriamo che La città dei vivi possa trovare un pubblico attento a questo tipo di proposta dolorosa e sottocutanea, in grandissima parte priva di facili consolazioni, scorciatoie e banalità.
In sala dal 1° ottobre 2026.
La città dei vivi – Regia: Edoardo Gabbriellini; sceneggiatura: liberamente tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia; fotografia: Amine Messadi; montaggio: Jacopo Ramella Pajrin; effetti visivi: Ermanno Di Nicola; scenografia: Marcella Mosca; interpreti: Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea; produzione: Roberto Proia Olivia Musini Maurizio Piazza, Andrea Calbucci per Eagle Pictures, Cinemaundici, Lungta Film; origine: Italia, 2026; durata: 104 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.
