La fine di Oak Street di David Robert Mitchell (2026)

 

La fine di Oak Street.  Voto ***. Tornano, anche in questo film, il tipo di protagonisti di cui David Robert Mitchell ama raccontare le sorti. Personaggi sempre in movimento, messi in crisi nel loro rapporto con la geografia abituale che li circonda, costretti  a spostarsi senza una meta o un obiettivo pianificato.

Con La fine di Oak Street siamo arrivati al quarto lungometraggio per lo statunitense regista, nato a Clawson (Michigan), David Robert Mitchell. Una produzione non certo copiosa la sua, il cui meglio pare già appartenere al passato, quello delle produzioni più o meno indipendenti e dal budget sicuramente più scarno.

Mitchell è regista che ama muoversi tra i diversi generi cinematografici. Dopo aver frequentato i territori costituiti dal teen-movie e dal Coming of age (con The Myth of the American Sleepover del 2010) , quelli horror con It Follows (2014), la sua opera più famosa e iconica, e quelli del post-noir, del perturbante a tinte grottesche, come visto in Under The Silver Lake (2018), lo vediamo oggi approdare su una delle sponde maggiormente frequentata dall’industria cinematografica hollywoodiana, quella dei film di avventura e fantascienza: con una vicenda ambientata, non a caso, durante gli anni ’80, che vede spiccare tra i nomi dei produttori, oltre al suo, quello di J.J. Abrams.

Nel periferico quartiere residenziale che fa da cornice alla Oak Street dove risiede la famiglia Platt, in una città non meglio precisata,  tutto pare scorrere in maniera sin troppo tranquilla. Denise (Anne Hathaway, appena vista in Odisseasempre ottima la sua prova) e Greg (Ewan McGregor), sposati, due figli adolescenti e un cane al seguito, intrattengono rapporti più che cordiali con il vicinato, partecipando convintamente alla vita sociale, ai riti e alle regole che il quartiere si è dato. Solamente che, a dispetto dell’immagine di ordine e omologata perfezione che emerge ad una prima occhiata superficiale, in questo anonimo sobborgo fatto di vie ordinate e altrettanto anonimi villini a schiera splendidamente tenuti, le cose non sono come sembrano. La famiglia Platt non è poi così felice ed è sul punto di collassare: Greg ha perso il lavoro alla General Motors e si arrangia come può portando pizze a domicilio, sorta di rider ante-litteram. Denise, invece, pur rampognando il marito per le piccole bugie e le mezze verità di cui è colpevole, a sua volta manca anch’ella di essere completamente sincera, tenendogli nascosto il fatto che sta scrivendo un  romanzo che molto ha di autobiografico, trasposizione su carte del suo stato di donna e di moglie insoddisfatta.

La fine di Oak Street
Anne Hathaway e Ewan McGregor

Questa crisi, per quanto nascosta, è ovviamente avvertita dai figli Audrey (Maisy Stella) e Brian (Christian Convery) che faticano a integrarsi nel quartiere e a trovare la propria strada affermando, al contempo, la propria identità. Una notte, dopo che nei giorni precedenti alcuni eventi anomali avevano funto da avvisaglia, accade che una luce fortissima investa la casa della famiglia Platt e l’intero quartiere, che, all’indomani, si ritrova precipitato in piena era mesozoica. L’effetto, ovvio, è il panico generalizzato tra i residenti, assediati, come sono, da ogni specie di dinosauro conosciuto che ne invade le strade. Quella che un tempo era una comunità fieramente unita, nel tentativo di sopravvivere si disperde, venendo irrimediabilmente falcidiata. Pur nelle difficoltà e nei dissapori che ancora serpeggiano, Greg, Denise, Audrey e Brian riescono in qualche modo a compattarsi e a sopravvivere, cercando di abituarsi all’idea che, con ogni probabilità, non avranno più occasione di ritornare al proprio tempo futuro. Oppure no?

In maniere sin troppo facile e banale si potrebbe affermare che l’aumento di budget messo a disposizione per i suoi film pare non giovare a David Robert Mitchell. La produzione successiva allo zenith costituito da It Follows, infatti, non ha confermato le aspettative nei suoi confronti. Se Under the Silver Lake poteva essere inteso come una sorta di detour in territori inesplorati per il regista, La fine di Oak Street  pare invece rappresentare la normalizzazione della sua carriera verso i territori del blockbuster duro e puro, senza troppi fronzoli, senza chiavi di lettura autoriali.

Ma, come stiamo per vedere, le cose non sono poi così scontate.

L’esordio della pellicola, le prime sequenze di La fine di Oak Street fino al primo turning point narrativo, di carne al fuoco ne mettono parecchia. L’ambiente sociale è quello della middle class americana, Wasp nella sua quasi totalità, fiera portatrice dei valori del benessere consumistico: la proprietà privata (le villette a schiera con giardino), da dover difendere con l’uso delle armi (“questa è proprietà privata” urlerà a un certo punto il vicino di casa Mel, interpretato da P. J. Byrne, mentre, salito sul tetto di casa, spara con la pistola contro alcuni pterodattili che la assediano), lo sfoggio di benessere rappresentato dalle grigliate di carne in strada, dalle automobili e da tutti gli status symbol del caso.

E quindi, dietro questo iniziale ritratto di perfezione e ricchezza, qualcosa non funziona. Greg (bravo Ewan McGregor nel delineare un padre lontano dallo stereotipo dell’eroe risoluto e del macho)  ha perduto il proprio impiego nell’industria automobilistica, mentre Denise è più preoccupata a nascondere la propria frustrazione e la propria infelicità agli altri, piuttosto che tentare di risolvere le cose affrontandole in modo scoperto con marito e figli.

Se dunque la cellula primaria costituita dalla famiglia non si può certo dire in salute, l’organismo sociale che gli sta attorno non se la passa meglio. Quella che, durante le prime sequenze di apertura, sembrava una comunità aperta e inclusiva, si sfalda in un batter d’occhio, ciascuno rifugiandosi all’interno delle proprie case. Ognuno di essi cerca di sopravvivere come può, aggrappandosi alle proprie certezze anche quando si rivelano inadeguate allo scopo (come le case dove abitano, malamente barricate) se non addirittura controproducenti (i due coniugi che continuano la loro estenuante routine di litigi, quando invece dovrebbero occuparsi di altro).

Tornano, anche in La fine di Oak Street, il tipo di protagonisti di cui Mitchell ama raccontare le sorti. Personaggi sempre in movimento, messi in crisi nel loro rapporto con la geografia abituale che li circonda, costretti  a spostarsi senza una meta o un obiettivo pianificato. Personaggi il cui smarrimento interiore  si sostanzia in una perdita di coordinate che è anche, anzitutto, geografica, in quello che appare un impossibile ritorno a casa, una mancanza di fine o di visione del futuro.

Di questo film di avventura, che evidentemente rimastica il Jurassic Park di Steven Spielberg (1993), il Ritorno al futuro di  Robert Zemeckis (1985) e molto altro ancora, decidiamo di cogliere le parti che maggiormente ci convincono (la costruzione di personaggi non piattamente stereotipati, di rapporti familiari e sociali innervati da tensioni latenti e inespresse, un buon ritmo e un ottima costruzione della suspense), pur non mancando i difetti in una sceneggiatura non priva di buchi logici, sbilanciata tra una parte iniziale buona e una finale che dimostra mancanza di coraggio e che riporta sui binari del film per famiglie l’intera vicenda.

Ma, in ultima analisi, sarà poi davvero un happy end, quello a cui assistiamo in La fine di Oak Street?

Senza rivelare nulla, fate attenzione alla decisione cruciale presa da Denise sul finale, senza curarsi troppo delle conseguenze che questa avrà sul continuum spazio temporale e sulla sua stessa famiglia.

Ad avviso di chi scrive, una zampata tutt’altro che riconciliante da parte del regista e sceneggiatore, anche se forse non sufficiente per affermare che La fine di Oak Street può dirsi opera interamente riuscita.


La fine di Oak Street (The End of  Oak Street)  Regia e sceneggiatura: David Robert Mitchell; fotografia: Michael Gioulakis; montaggio: John Axelrad; musica: Michael Giacchino; interpreti: Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella, Christian Convery, P.J. Byrne, Jordan Alexa Davis, Emily Kuroda, Anne Gee Byrd; produzione: J.J. Abrams, Hannah Minghella, Jon Cohen, David Robert Mitchell, Matt Jackson, Tommy Harper; origine: USA 2026; durata: 99 minuti; distribuzione: Warner Bros. Picture Italia.

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